Cosa vuole una donna? Tiziana Cantone e il maschilismo

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Dopo le tragiche vicende che hanno portato Tiziana Cantone al suicidio, sono stati scritti fiumi di inchiostro, tutti sostanzialmente unanimi nel dare la colpa della sua morte al maschilismo degli uomini. Prenderò in considerazione alcuni interventi pubblicati sul blog femminista Abbatto i Muri, perché hanno almeno il merito di dire apertamente quello che altri lasciano intendere sotto traccia.

In uno di questi, si scrive:

Ci sembra scontato, davanti ad una scena di sesso tra un uomo ed una donna, concentrare l’attenzione sulla seconda. Lo stesso nostro sguardo, il modo di vedere le cose che siamo portat*, uomini e donne, a considerare come già dato, si articola come intrinsecamente maschile – e, in un’ottica intersezionale, eterosessuale e bianco. Questo non significa che non esistano modalità diverse di osservazione, che non si possa sviluppare una resistenza ai canoni visivi vigenti, ma si tratterà appunto di operazioni che presuppongono una decostruzione, una critica.

Se è vero, come credeva Lacan, che tutto ciò che ama le donne è etero, davanti a una scena sessuale del tipo descritto l’attenzione non può che essere sulla donna se l’osservatore è etero. In altre parole, se chi guarda è eterosessuale (lesbiche comprese, secondo Lacan), lo sguardo della fantasia non può essere omo-diretto (cioè rivolto al fallo). Il ruolo dell’uomo, in questo caso, comincia e finisce con il suo membro. È l’uomo, non la donna, a essere ridotto a oggetto. Nel video più famoso di Tiziana Cantone è lei stessa ad avere il totale controllo della situazione: è lei a volere il video, è lei che si fa chiamare “zoccola”, è lei che cerca l’insulto del partner che sta tradendo. Lei, insomma, mettendo in scena una fantasia tipicamente maschile, gode del godimento del fallo. Non è quindi lei stessa a voler innescare una logica maschilista? Ecco un estratto di un altro articolo:

Questa diversità non serve, però, a nulla se si sta zitti, se Noi uomini non alziamo la voce davvero, opponendoci a questo razzismo e disprezzo strisciante contro le donne che c’è nella nostra evoluta società… Si PUÒ cambiare, non è vero che i maschi non possono migliorare. Ciò si ottiene con Istituzioni, Scuola attiva ed inclusiva, padri che insegnano ai figli che una donna non è un oggetto, che la parola puttana/troia ecc. ha un peso enorme e ferisce.

Su questo vanno fatte due osservazioni. La prima: come abbiamo visto, non è lei ad assumere realmente il valore di oggetto. La situazione è simile a quella che si configura tra un sadico e un masochista. A prima vista sembra che sia il sadico ad avere in mano le redini del gioco, quando invece è il contrario: è il masochista che ha il controllo, che si serve del sadico per procurare (e quindi procurarsi) piacere, è il masochista che si assicura di essere in un contesto assolutamente sicuro (parola d’ordine che blocca immediatamente qualsiasi pratica, condizioni da non violare, ecc.). Allo stesso modo, Tiziana Cantone si finge oggetto per godere del godimento maschilista (almeno nel video diventato, purtroppo, famoso). La seconda osservazione da fare riguarda l’appellativo “zoccola”. Su questo bisogna fare un discorso a monte che riguarda le femministe: non si possono pubblicare articoli per dire che a essere zoccole non c’è nulla di male (ode alle zoccole, sono puttana e me ne vanto, racconto la zoccolaggine, io zoccola e mia figlia è la mia punizione, ecc.) e poi indignarsi se qualcuno dà della zoccola a chi si fa quattro o cinque video pornografici mentre insulta il proprio fidanzato, con partner diversi e poi li invia a cinque persone. Delle due l’una.

Infine, un ultimo estratto di un articolo pieno di insulti gratuiti:

Se quel video l’avete visto, e per di più ci avete riso e vi ci siete un pochetto eccitati (quel corpo quegli occhi quelle labbra.. ancora..) avete un problema.
Perché siete stati capaci di scindere dal contesto il vostro voyerismo, la vostra pruderie, il vostro eccitamento, le vostre voglie.
Sapevate perfettamente che quel video era rubato, non era un’esibizione intenzionale.

All’inizio, quando il video diventò virale, nessuno sapeva realmente di cosa si trattasse, tanto che in molti espressero il forte dubbio che fosse una trovata pubblicitaria per lanciare la giovane nel mondo del porno. Alcuni di quegli articoli sono stati cancellati, come quello del Fatto Quotidiano, ma altri lo ricordano quiqui. Così scrissero anche alcune lettrici di questo stesso blog femminista, dove ora si insulta chi ha guardato quel video, ci ha riso e si è eccitato.

“Tiziana Cantone s’è uccisa perché “l’abbiamo visto tutti quel video”, e scandagliato, e riso”, conclude l’articolo. Non è affatto così. Tiziana Cantone si è uccisa perché nei suoi video ha scelto consapevolmente di entrare in una logica che non le apparteneva, quella maschilista, e nel momento in cui questi video sono diventati di dominio pubblico non è più riuscita a uscirne. Alcune riescono a sopportarlo (certe pornostar, ad esempio), altre no. La cosa di fondamentale importanza che ci insegna questa triste storia è che il maschilismo appartiene anche alle donne. Emblematico di questo è il sottotitolo del blog femminista: “al di là del buco”. Al di là del buco, c’è il fallo. Il fallimento del femminismo non sta nel fatto che, come qualcuna ha scritto, una ragazza fa del sesso orale e si uccide per la vergogna; il fallimento del femminismo diventa un destino inevitabile nel momento in cui esso si pone l’obiettivo di far diventare le donne come gli uomini. La libertà delle donne consiste nell’essere al di là del fallo, non del buco.

300, la lettura di Slavoj Žižek

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300 di Zack Snyder, la saga dei trecento soldati spartani che si sacrificarono alle Termopili per fermare l’invasione dell’esercito persiano di Serse, è stata accusata di sostenere il peggiore genere di militarismo patriottico, con chiare allusioni alle recenti tensioni con l’Iran e agli eventi in Iraq – ma le cose stanno veramente così? Bisognerebbe piuttosto difendere a spada tratta il film da queste accuse.

È necessario mettere in rilievo due elementi. Il primo riguarda la storia in sé; è la storia di un paese piccolo e povero (la Grecia) invaso dall’esercito di un paese molto più grande (la Persia), in quel momento molto più sviluppato e dotato di una tecnologia militare avanzata; gli elefanti persiani, i giganti e le grosse frecce infuocate non sono forse la versione antica delle armi tecnologiche? Quando l’ultimo gruppo di spartani sopravvissuto e il loro re Leonida vengono uccisi da migliaia di frecce, non vengono in un certo senso bombardati a morte da tecno-soldati che operano con armi sofisticate da una distanza di sicurezza, come oggi i soldati statunitensi, che premendo un bottone lanciano missili dalle navi da guerra a distanza di chilometri nel golfo Persico? Inoltre, le parole di Serse, quando cerca di convincere Leonida ad accettare il dominio persiano, non suonano come le parole di un fanatico fondamentalista islamico: cerca di indurre Leonida alla sottomissione promettendogli pace e piaceri sensuali, se si unirà all’impero mondiale dei persiani. Tutto quello che gli chiede è un gesto formale di genuflessione in riconoscimento della supremazia persiana: se gli spartani faranno questa cosa, sarà loro concessa la suprema autorità sulla Grecia. Questa richiesta non è simile a ciò che il presidente Reagan domandò al governo sandinista del Nicaragua? Tutto quello che dovevano fare era dire “hey uncle!” agli Stati Uniti… E la corte di Serse non è forse dipinta come una sorta di paradiso multiculturale in cui convivono differenti stili di vita? In cui tutti partecipano a orge, razze differenti, lesbiche e gay, handicappati e così via? Gli spartani, con la loro disciplina e il loro spirito di sacrificio non sono forse molto più simili in qualche modo ai talebani che difendono l’Afghanistan dall’occupazione statunitense (o, a un’unità d’élite della Guardia rivoluzionaria iraniana, pronta a sacrificarsi in caso di invasione americana)? Alcuni storici perspicaci hanno già notato questo parallelismo. Si legga, ad esempio, questa pubblicità di Fuoco persiano di Tom Holland:

Nel quinto secolo a.C., un superpotere globale era determinato a portare verità e ordine in quelli che esso considerava come due stati terroristi. Il superpotere era la Persia, incomparabilmente ricca di ambizione, oro e uomini. Gli stati terroristi erano Atene e Sparta, città eccentriche in un paese povero e montagnoso: la Grecia.

L’investimento occidentale razzista nella battaglia delle Termopili è evidente: essa fu ampiamente interpretata come la prima e decisiva vittoria dell’Occidente libero contro l’Oriente dispotico: non è strano che Hitler e Goering paragonassero la sconfitta tedesca a Stalingrado nel 1943 alla morte eroica di Leonida alle Termopili. I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Quest’affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco antico e dunque un cristianesimo, due presupposti storici dell’Islam); ancora più importante è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l’appunto il risultato della vittoria greca sui persiani.

La principale arma greca contro la soverchiante supremazia militare di Serse furono la disciplina e lo spirito di sacrificio e, per citare Alain Badiou:

Abbiamo bisogno di una disciplina popolare. Direi anche… che “coloro che non hanno niente, hanno solo la loro disciplina”. I poveri, coloro che non hanno mezzi finanziari e militari, coloro che non hanno potere, tutti costoro hanno la loro disciplina, la loro capacità di agire insieme. Questa disciplina è già una forma di organizzazione.

Nell’era attuale del permissivismo che funge da ideologia dominante, è giunto il momento per la sinistra di (ri)appropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio: non c’è niente di intrinsecamente “fascista” in questi valori.

Ma anche questa identità fondamentalista degli spartani è più ambigua. Un’affermazione programmatica verso la fine del film definisce il programma della Grecia come un programma “contro il regno del mistico e della tirannide, rivolto a un ampio futuro”, successivamente specificato come governo della libertà e della ragione: il che suona come un programma di base dell’Illuminismo, dotato persino di una tensione in senso comunista! Bisogna ricordare anche che, all’inizio del film, Leonida rifiuta completamente il messaggio degli “oracoli” corrotti, secondo i quali gli dèi impediranno alla spedizione militare di fermare i persiani; come veniamo a sapere dopo, gli “oracoli” , che si presumeva ricevessero il messaggio divino durante una trance estatica, in realtà erano stati pagati dai persiani, come l’”oracolo” che, nel 1959, diede al Dalai Lama il messaggio di abbandonare il Tibet e che – come ora sappiamo – era sul libro paga della CIA!

Cosa bisogna pensare dell’apparente assurdità del fatto che l’idea di dignità, libertà e ragione siano sorrette da un’estrema disciplina militare, che include la pratica di liberarsi dei bambini deboli? Questa “assurdità” è semplicemente il prezzo della libertà – la libertà non è gratuita, come viene affermato nel film. La libertà non è qualcosa di dato, essa è riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto. La spietata disciplina militare spartana non è semplicemente il polo opposto rispetto alla “democrazia liberale” di Atene, ne è la condizione intrinseca, ne getta le fondamenta: il libero soggetto della Ragione può emergere solo attraverso una spietata autodisciplina. La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta alle fragole e una torta al cioccolato; la vera libertà si sovrappone alla necessità, si opera veramente una scelta libera quando la propria scelta inchioda la propria esistenza – lo si fa semplicemente perché “non si può fare altrimenti”. Quando il proprio paese è sotto occupazione straniera e si è chiamati da un leader della resistenza a lottare contro gli occupanti, la ragione che viene data non è: “Sei libero di scegliere”, ma: “Non vedi che questa è l’unica cosa che puoi fare, se vuoi mantenere la tua dignità?” Non è strano che tutti gli egualitaristi radicali del secolo dell’Illuminismo, da Rousseau ai giacobini, immaginassero la Francia repubblicana come la nuova Sparta: c’è un nucleo emancipatore nello spirito spartano di disciplina militare che sopravvive anche quando facciamo astrazione da tutti gli accessori storici della classe dominante spartana, dallo sfruttamento spietato e dal terrore esercitato sui propri schiavi, e così via. Non è strano che, negli anni difficili del “comunismo di guerra”, lo stesso Trotskij chiamasse l’Unione Sovietica una “Sparta proletaria”.

 

Žižek S., In Difesa delle Cause Perse, Ponte alle Grazie, pp. 92-95

Cardinali marxisti per Fusaro

La religione cristiana sarebbe oggi – secondo il parere del filosofo di moda Diego Fusaro – sotto assedio. La ragione è semplice:

nel mondo post-1989, ossia nel tempo del comunismo defunto, la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico. Per questo, il capitale deve dichiarare guerra alla religione in ogni modo: presentando mediaticamente i preti come indistintamente pedofili… […] L’obiettivo del fanatismo economico è quello di accelerare il processo di “sdivinizzazione”… di modo che l’individuo senza identità, senza famiglia, senza valori e anche senza religione sia integralmente plasmato dal capitale e dalla sua fantasmagorica macchina dei desideri.

In merito a questa tesi vanno rilevati due punti. Il primo è in riferimento alla pedofilia menzionata da Fusaro. Non si tratta qui di fare un elenco degli abusi sessuali su minori perpetrati da preti e uomini di Chiesa, a cui si risponde sempre con il leit motiv “sono mele marce, casi eccezionali, uomini corrotti…”, quanto di far notare che la pedofilia (ma più in generale la trasgressione sessuale) è un fenomeno strutturale della Chiesa, un “doppio osceno” intrinseco e connaturato all’istituzione stessa. Mi riferisco qui alle tesi di Slavoj Žižek presenti nel saggio Il Segreto Sessuale della Chiesa:

… ci sono tutti i casi di molestie sessuali sui bambini da parte dei preti, talmente diffusi dall’Austria e dall’Italia fino all’Irlanda e agli Usa che si può effettivamente parlare di un’articolata controcultura all’interno della chiesa, con il suo sistema di regole nascoste. […]

Che cosa, dunque, ci consente di concludere che queste oscenità, questi crimini sessuali fanno parte dell’identità stessa della chiesa come istituzione? Non gli atti in se stessi, ma il modo in cui la chiesa reagisce quando vengono scoperti, il suo atteggiamento difensivo, il suo lottare per ogni centimetro che le tocca concedere; il fatto che liquidi le accuse come scandalismo, come propaganda anticattolica; che faccia tutto il possibile per minimizzarli e isolarli; che offra ritrattazioni condizionali (“se i crimini sono stati commessi davvero, allora, naturalmente, li condanniamo”); l’assurda pretesa che la chiesa debba essere lasciata libera di trattare i problemi a modo suo…”1

Che cosa dire, inoltre, dell’arresto di monsignor Vallejo Balda e della laica Francesca Chaouqui, responsabili della fuga di notizie che ha portato a Vatileaks 2? Perché nei casi di reati di diffusione di documenti secretati il Vaticano si muove con il pugno di ferro, mentre per gli abusi sessuali, a minori e non, viene tutto insabbiato e i responsabili vengono protetti?

Queste domande ci portano al secondo punto sollevato dalle tesi di Fusaro: la Chiesa è davvero l’ultimo baluardo anticapitalista rimasto? È sintomatico che Fusaro scriva il suo articolo quasi in concomitanza con l’uscita di due libri, Via Crucis di Gianluigi Nuzzi e Avarizia di Emiliano Fittipaldi, ma non li menzioni affatto, nemmeno indirettamente. Invece sarebbe bene che Fusaro ne conosca il contenuto: si parla di riciclaggio di denaro (vedi la storia del cardinal Scarano, conosciuto come “monsignor 500” per il taglio delle banconote da riciclare che riceveva2), di evasione fiscale, di peculato, di benefit su accordi commerciali con case produttrici di tabacco3, di clientelismo, ecc.. La risposta a questi scandali, che sono veramente tanti e si fa fatica a seguirli tutti (l’ultimo, in ordine cronologico, è quello dell’ex vescovo Pietro Vittorelli, appropriatosi dei soldi della beneficenza per viaggi, cene di lusso e droga) è la solita litania del caso isolato, delle mele marce da combattere che tuttavia non mettono in discussione l’esistenza dell’istituzione ecclesiastica come tale. Ma come si spiega che questi scandali si susseguono ininterrottamente almeno dal 1981, anno del crack dell’Ambrosiano? La risposta è simile a quella data per la pedofilia: è la stessa esistenza della Chiesa come istituzione temporale a produrre questa sorta di scandali. Per quanto si possano combatterli, non cesseranno finché esisterà il Vaticano. È la dépence batailleiana (cioè lo spreco, il consumo improduttivo, lo sperpero di risorse fine a se stesso) che è connaturata al potere. In Via Crucis viene raccontata una vicenda emblematica che ha come protagonista il monsignor Sciacca, descritto come amante di “cocktail e cene con amici”4, che per allargare la sua residenza si appropria di una stanza dell’appartamento limitrofo facendo abbattere il muro divisorio senza chiedere alcuna autorizzazione, nemmeno del sacerdote che lo occupa, approfittando delle sue pessime condizioni di salute.

Che tutto questo faccia parte dell’ultima strenua resistenza contro la forma merce capitalistica, come sostiene Fusaro, è quantomeno discutibile, ma ci si può sempre aggrappare alla dichiarata volontà di papa Francesco di fare pulizia. Purtroppo, leggendo quanto riportato nel libro di Nuzzi, le cose non stanno come dice Fusaro. Ecco, ad esempio, le parole che usa il papa durante una riunione dei vertici del Vaticano il 3 luglio 2013:

I nostri fornitori devono essere sempre aziende che garantisco onestà e che propongono il giusto prezzo di mercato, sia per i prodotti sia per i servizi. […]5

Si devono dare orientamenti chiari sul modo e su chi fa l’investimento, e vanno sempre fatti con oculata prudenza e la massima attenzione sui rischi. Qualcuno di voi mi ha ricordato un problema per cui abbiamo perso più di 10 milioni con la Svizzera, per un investimento mal fatto… […]

Mi fa pensare a quello che diceva un parroco anziano di Buenos Aires, saggio, che aveva molta cura dell’economia: “se non sappiamo custodire i soldi, che si vedono, come custodiamo le anime dei fedeli, che non si vedono?”6

Parole che si potrebbero anche sentire in un consiglio d’amministrazione di qualche importante azienda, non certo in un qualche circolo anticapitalista. La strada intrapresa dal pontefice argentino è quella dell’ammodernamento della gestione delle finanze vaticane, con particolare attenzione all’efficienza e alla sicurezza degli investimenti. Sempre nel 2013, Bergoglio seleziona una commissione di controllo sulla gestione economico-finanziaria del Vaticano in linea con l’obiettivo dell’aziendalizzazione della Chiesa. A capo di questa commissione c’è Joseph Zahra, economista, ex direttore della banca centrale di Malta ed ex presidente di Bank of Valletta, con “rapporti consolidati con i vertici di multinazionali” e “ben inserito nei salotti della finanza”7. Il resto dell’equipe non è da meno: una pletora di illustri consulenti manageriali, legali e contabili, tutti con un passato in grandi aziende di successo (come Michelin)8. Ne risulta un quadro ben lontano dal “baluardo anticapitalista” rinvenuto da Fusaro: la “rivoluzione dolce” di papa Francesco è, al contrario, un tentativo di adeguamento del Vaticano al libero mercato.

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  1. Slavoj Žižek, Il Segreto Sessuale della Chiesa, Mimesis edizioni, p. 12
  2. Gianluigi Nuzzi, Via Crucis, Chiarelettere, p. 86
  3. ivi, pp. 118-119
  4. ivi, pp. 128 seguenti
  5. ivi, p. 19
  6. ivi, p. 21
  7. ivi, p. 35
  8. ivi, pp. 37-38

Youth – Sorrentino (2015)

Dopo i fasti, gli incensamenti e le adulazioni per La Grande Bellezza, Sorrentino viene unanimemente criticato per Youth. Il giudizio più pesante che mi è capitato di leggere è quello di Goffredo Fofi, che definisce il film “strambo”, “lagnoso”, “infarcito di massime nel genere Baci Perugina”, “kitsch”.

Sottoscriverei ogni parola di questa critica se solo fosse rivolta a La Grande Bellezza. Ha ragione Fofi nel dire che Sorrentino perde il senso della misura quando riempie gli occhi dello spettatore di ricerche estetiche ridondanti e vacue, o quando forza i suoi personaggi a filosofare (come accade ne La Grande Bellezza). Ma in Youth a mio avviso le cose stanno diversamente. È indubbio, per usare le parole di Fofi, che

i vecchi di Sorrentino sono marionette di ricchi che si piangono addosso, noiosi come la morte, e che sparano sentenze a raffica, l’una più consunta dell’altra.

Ma la banalità, la noia e la consunsione dei dialoghi sono caratteristiche necessarie per mettere in scena un certo tipo di analitica esistenziale ed esistentiva, il contrappunto avvilente e vacuo dell’estetismo che parla della temporalità attraverso la messa in mostra dei corpi e delle loro interazioni. È nel rovesciamento di forma e contenuto che Sorrentino, a mio parere, trova la sua giusta e più naturale dimensione: il fallimento della parola contro la ricchezza comunicativa dell’immagine.

La finta repressione fascista

L’ottava puntata della seconda stagione della serie tv “Louie” è un perfetto esempio del funzionamento dell’economia libidica all’interno di gruppi sociali che attuano forti forme repressive (fascismi, sette religiose, integralismi, ecc.). La rinuncia al godimento personale superficiale è un “falso sacrificio” che sottende la ricerca di un godimento ancora maggiore, passante per l’immedesimazione e\o la partecipazione in un organismo impersonale (nel caso dello Stato) o divino (nel caso della religione). Questa tesi richiama da vicino le considerazioni di Lacan sull’anacoreta: egli, rinunciando al godimento, gode della sua stessa rinuncia.

Nell’episodio, il comico Louis C.K. tenta di andare a letto con un’attivista cattolica anti-masturbazione, molto attratta da lui, ma riceve questa risposta:

“… e se, facendolo, ci perdessimo qualcosa di ancora più bello? Diciamo che mi piaci, ed è una cosa evidente, e se tu non tentassi di baciarmi, potremmo continuare a parlare, conoscerci, capire chi siamo… il bacio spezzerebbe la magia. Se evitiamo di baciarci, potremmo continuare a vederci, acquistando confidenza e cominciare a piacerci seriamente, innamorarci. Penso che sarebbe ancora più eccitante se resistessimo all’impulso reprimendo il desiderio… e ci potremmo sposare! E tu non mi avresti ancora vista nuda, e ci uniremmo con l’approvazione e la benedizione di Dio! E sarebbe così intenso, così colmo di passione!”.

Louis C.K. risponde con un gesto fortemente anti-repressivo…

 Link della puntata

Birdman – Alejandro González Iñárritu (2014)

Sono state scritte tonnellate di recensioni su Birdman, ma a me interessa sottolineare velocemente un paio di temi che attengono all’area più “filosofica” del film, sorvolando la trama e le osservazioni tecniche strettamente cinematografiche.

Per prima cosa, va notato che Birdman parla quasi esclusivamente del sintomo umano per eccellenza, l’ego. Tutti i personaggi che entrano sulla scena sono animati da un ego-centrismo più o meno pronunciato: quello palese e dichiarato di Riggan Thomson, il quale cerca disperatamente l’ammirazione del grande pubblico; quello di Mike Shiner, un attore pieno di talento che però, quando ne ha l’occasione, non esita a demolire gli altri attori che lavorano con lui per apparire come unica stella dello spettacolo; quello di Lesley, un’attrice che ha sempre sognato di recitare a Broadway e che per riuscirci ha “diviso la sua vagina” (così si esprime) con Shiner e il suo narcisismo patologico.

L’egoismo marcato di ogni personaggio mette in scena una relazione perversa. Riggan, come dice l’ex moglie, scambia l’amore con l’ammirazione (ama la partner solo in quanto gli restituisce un’immagine idealizzata di sé, conforme al suo io immaginario; è l’amore esattamente come l’ha descritto Freud); non è un caso che è stato un padre freddo e assente per la figlia avuta nel primo matrimonio e non mostra alcun segno di gioia o interesse quando la sua nuova compagna gli annuncia di essere incinta.

Mike, l’attore talentuoso e privo di scrupoli, non riesce più ad avere rapporti sessuali, ma quando a teatro si trova a dover simulare una scena di sesso, raggiunge immediatamente l’erezione e confessa a Lesley, in scena con lui, il desiderio di avere un rapporto davanti al pubblico. Qui c’è un’inversione che riemerge in altre parti del film, per esempio quando la folla o il pubblico, di fronte a una situazione imprevista, sfodera decine di smartphone e osserva la scena dallo schermo del telefono. In sostanza, realtà e messa in scena/finzione vengono ribaltate: la realtà è tale solo se viene rappresentata, o, in altri termini, solo ciò che “sta sulla scena” è reale, il resto non esiste. Questo è vero tanto per Mike (“riesco ad essere me stesso solo quando sono sul palco”) quanto per il pubblico e la folla (le cose accadono solo se appaiono nei social network o su youtube).

Infine, la perversione di Lesley. L’attrice, alla sua prima a Broadway, riscuote un grande successo e rompe il suo rapporto con Mike; tuttavia ha una crisi isterica e si chiude in camerino con un’altra attrice, Laura, la compagna di Riggan, alla quale confessa di aver raggiunto il suo sogno ma di sentirsi ancora una nullità. Laura la consola, la rassicura sulla sua importanza e le due hanno un rapporto lesbo.

L’unico personaggio che fa eccezione è la figlia di Riggan, Sam. Sam è un’ex tossicodipendente senza alcuna ambizione che lavora come assistente per il padre. Dovrebbe essere Riggan a prendersi cura di lei, a cercare di aiutarla a reinserirsi nella società e a rifarsi una vita, mentre accade il contrario: è Sam che cerca di aiutare il padre a guarire dal suo narcisismo. Riggan, per coprire le spese dello spettacolo che avrebbe dovuto lanciarlo nel firmamento delle star, vende la casa destinata alla figlia; Sam, invece, cerca di fargli capire che i suoi affanni sono inutili, che i suoi tentativi di contare qualcosa, di “essere qualcuno”, sono vani. C’è una scena in particolare in cui appare chiaro che l’ex tossicodipendente Sam è la persona più lucida del film, quella dove la figlia mostra al padre un lungo pezzo di carta igienica denso di trattini: tutto il pezzo rappresenta l’età della terra, ogni trattino equivale a un millennio; la parte che raffigura la presenza dell’uomo sulla terra è molto piccola rispetto al totale, e questo serve a ricordarci che i nostri problemi e le nostre ossessioni sono del tutto insignificanti. In effetti, la cura per la dipendenza dall’ego risiede proprio nella piena consapevolezza che la nostra natura è escrementizia, che la nostra esistenza è nulla o, per dirla nei termini di Žižek, è “meno di niente”, nulla nel nulla. Quale altro significato potrebbe avere altrimenti quell’asteroide che compare per ben due volte nel film?

Žižek sul fondamentalismo

Trovo che il recente articolo di Žižek sui fatti di Parigi dia una lettura in chiave hegeliana poco convincente e che sia controverso in alcuni punti. Nello specifico:

– non capisco in che modo si possa sostenere che la società liberale produca sistemicamente il fondamentalismo (islamico). Non c’è dubbio che il relativismo assoluto e la precarietà del mondo democratico spinga a cercare punti fermi e valori universali, ma non necessariamente questo si traduce in adesione al fondamentalismo. Il califfato di Al-Baghdadi non è certo un prodotto della società liberale – piuttosto è una reazione al suo universalismo militare. I soggetti possono partecipare a “verità assolute” come ferventi liberali, cattolici, comunisti, musulmani, ecc. ma questo non si traduce per forza in atti violenti contro chi rappresenta l’Altro;

– per salvare i valori liberali, Žižek sostiene che il liberalismo ha bisogno “dell’aiuto fraterno” della sinistra radicale. Una frase del genere sarebbe perfettamente comprensibile in una visione rancieriana della politica, ma non nella versione che ne danno Badiou e lo stesso Žižek. Il senso di quelle righe mi resta assolutamente oscuro;

“Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento”. Politici della risma di Salvini raccattano voti in tutta Europa predicando che l’islam “non è una religione come le altre”; Ferrara vorrebbe radere al suolo il califfato di Al-Baghdadi; Magdi Allam annuncia lo stato di guerra dell’islam contro l’Europa. Questo dovrebbe placare l’ira dei fondamentalisti? O forse ne aumenterebbe i ranghi? È il permissivismo politicamente corretto dell’Occidente che rafforza il fondamentalismo, o forse a farlo è la paura e l’odio indiscriminato per il mondo islamico?