Cardinali marxisti per Fusaro

La religione cristiana sarebbe oggi – secondo il parere del filosofo di moda Diego Fusaro – sotto assedio. La ragione è semplice:

nel mondo post-1989, ossia nel tempo del comunismo defunto, la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico. Per questo, il capitale deve dichiarare guerra alla religione in ogni modo: presentando mediaticamente i preti come indistintamente pedofili… […] L’obiettivo del fanatismo economico è quello di accelerare il processo di “sdivinizzazione”… di modo che l’individuo senza identità, senza famiglia, senza valori e anche senza religione sia integralmente plasmato dal capitale e dalla sua fantasmagorica macchina dei desideri.

In merito a questa tesi vanno rilevati due punti. Il primo è in riferimento alla pedofilia menzionata da Fusaro. Non si tratta qui di fare un elenco degli abusi sessuali su minori perpetrati da preti e uomini di Chiesa, a cui si risponde sempre con il leit motiv “sono mele marce, casi eccezionali, uomini corrotti…”, quanto di far notare che la pedofilia (ma più in generale la trasgressione sessuale) è un fenomeno strutturale della Chiesa, un “doppio osceno” intrinseco e connaturato all’istituzione stessa. Mi riferisco qui alle tesi di Slavoj Žižek presenti nel saggio Il Segreto Sessuale della Chiesa:

… ci sono tutti i casi di molestie sessuali sui bambini da parte dei preti, talmente diffusi dall’Austria e dall’Italia fino all’Irlanda e agli Usa che si può effettivamente parlare di un’articolata controcultura all’interno della chiesa, con il suo sistema di regole nascoste. […]

Che cosa, dunque, ci consente di concludere che queste oscenità, questi crimini sessuali fanno parte dell’identità stessa della chiesa come istituzione? Non gli atti in se stessi, ma il modo in cui la chiesa reagisce quando vengono scoperti, il suo atteggiamento difensivo, il suo lottare per ogni centimetro che le tocca concedere; il fatto che liquidi le accuse come scandalismo, come propaganda anticattolica; che faccia tutto il possibile per minimizzarli e isolarli; che offra ritrattazioni condizionali (“se i crimini sono stati commessi davvero, allora, naturalmente, li condanniamo”); l’assurda pretesa che la chiesa debba essere lasciata libera di trattare i problemi a modo suo…”1

Che cosa dire, inoltre, dell’arresto di monsignor Vallejo Balda e della laica Francesca Chaouqui, responsabili della fuga di notizie che ha portato a Vatileaks 2? Perché nei casi di reati di diffusione di documenti secretati il Vaticano si muove con il pugno di ferro, mentre per gli abusi sessuali, a minori e non, viene tutto insabbiato e i responsabili vengono protetti?

Queste domande ci portano al secondo punto sollevato dalle tesi di Fusaro: la Chiesa è davvero l’ultimo baluardo anticapitalista rimasto? È sintomatico che Fusaro scriva il suo articolo quasi in concomitanza con l’uscita di due libri, Via Crucis di Gianluigi Nuzzi e Avarizia di Emiliano Fittipaldi, ma non li menzioni affatto, nemmeno indirettamente. Invece sarebbe bene che Fusaro ne conosca il contenuto: si parla di riciclaggio di denaro (vedi la storia del cardinal Scarano, conosciuto come “monsignor 500” per il taglio delle banconote da riciclare che riceveva2), di evasione fiscale, di peculato, di benefit su accordi commerciali con case produttrici di tabacco3, di clientelismo, ecc.. La risposta a questi scandali, che sono veramente tanti e si fa fatica a seguirli tutti (l’ultimo, in ordine cronologico, è quello dell’ex vescovo Pietro Vittorelli, appropriatosi dei soldi della beneficenza per viaggi, cene di lusso e droga) è la solita litania del caso isolato, delle mele marce da combattere che tuttavia non mettono in discussione l’esistenza dell’istituzione ecclesiastica come tale. Ma come si spiega che questi scandali si susseguono ininterrottamente almeno dal 1981, anno del crack dell’Ambrosiano? La risposta è simile a quella data per la pedofilia: è la stessa esistenza della Chiesa come istituzione temporale a produrre questa sorta di scandali. Per quanto si possano combatterli, non cesseranno finché esisterà il Vaticano. È la dépence batailleiana (cioè lo spreco, il consumo improduttivo, lo sperpero di risorse fine a se stesso) che è connaturata al potere. In Via Crucis viene raccontata una vicenda emblematica che ha come protagonista il monsignor Sciacca, descritto come amante di “cocktail e cene con amici”4, che per allargare la sua residenza si appropria di una stanza dell’appartamento limitrofo facendo abbattere il muro divisorio senza chiedere alcuna autorizzazione, nemmeno del sacerdote che lo occupa, approfittando delle sue pessime condizioni di salute.

Che tutto questo faccia parte dell’ultima strenua resistenza contro la forma merce capitalistica, come sostiene Fusaro, è quantomeno discutibile, ma ci si può sempre aggrappare alla dichiarata volontà di papa Francesco di fare pulizia. Purtroppo, leggendo quanto riportato nel libro di Nuzzi, le cose non stanno come dice Fusaro. Ecco, ad esempio, le parole che usa il papa durante una riunione dei vertici del Vaticano il 3 luglio 2013:

I nostri fornitori devono essere sempre aziende che garantisco onestà e che propongono il giusto prezzo di mercato, sia per i prodotti sia per i servizi. […]5

Si devono dare orientamenti chiari sul modo e su chi fa l’investimento, e vanno sempre fatti con oculata prudenza e la massima attenzione sui rischi. Qualcuno di voi mi ha ricordato un problema per cui abbiamo perso più di 10 milioni con la Svizzera, per un investimento mal fatto… […]

Mi fa pensare a quello che diceva un parroco anziano di Buenos Aires, saggio, che aveva molta cura dell’economia: “se non sappiamo custodire i soldi, che si vedono, come custodiamo le anime dei fedeli, che non si vedono?”6

Parole che si potrebbero anche sentire in un consiglio d’amministrazione di qualche importante azienda, non certo in un qualche circolo anticapitalista. La strada intrapresa dal pontefice argentino è quella dell’ammodernamento della gestione delle finanze vaticane, con particolare attenzione all’efficienza e alla sicurezza degli investimenti. Sempre nel 2013, Bergoglio seleziona una commissione di controllo sulla gestione economico-finanziaria del Vaticano in linea con l’obiettivo dell’aziendalizzazione della Chiesa. A capo di questa commissione c’è Joseph Zahra, economista, ex direttore della banca centrale di Malta ed ex presidente di Bank of Valletta, con “rapporti consolidati con i vertici di multinazionali” e “ben inserito nei salotti della finanza”7. Il resto dell’equipe non è da meno: una pletora di illustri consulenti manageriali, legali e contabili, tutti con un passato in grandi aziende di successo (come Michelin)8. Ne risulta un quadro ben lontano dal “baluardo anticapitalista” rinvenuto da Fusaro: la “rivoluzione dolce” di papa Francesco è, al contrario, un tentativo di adeguamento del Vaticano al libero mercato.

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  1. Slavoj Žižek, Il Segreto Sessuale della Chiesa, Mimesis edizioni, p. 12
  2. Gianluigi Nuzzi, Via Crucis, Chiarelettere, p. 86
  3. ivi, pp. 118-119
  4. ivi, pp. 128 seguenti
  5. ivi, p. 19
  6. ivi, p. 21
  7. ivi, p. 35
  8. ivi, pp. 37-38

Youth – Sorrentino (2015)

Dopo i fasti, gli incensamenti e le adulazioni per La Grande Bellezza, Sorrentino viene unanimemente criticato per Youth. Il giudizio più pesante che mi è capitato di leggere è quello di Goffredo Fofi, che definisce il film “strambo”, “lagnoso”, “infarcito di massime nel genere Baci Perugina”, “kitsch”.

Sottoscriverei ogni parola di questa critica se solo fosse rivolta a La Grande Bellezza. Ha ragione Fofi nel dire che Sorrentino perde il senso della misura quando riempie gli occhi dello spettatore di ricerche estetiche ridondanti e vacue, o quando forza i suoi personaggi a filosofare (come accade ne La Grande Bellezza). Ma in Youth a mio avviso le cose stanno diversamente. È indubbio, per usare le parole di Fofi, che

i vecchi di Sorrentino sono marionette di ricchi che si piangono addosso, noiosi come la morte, e che sparano sentenze a raffica, l’una più consunta dell’altra.

Ma la banalità, la noia e la consunsione dei dialoghi sono caratteristiche necessarie per mettere in scena un certo tipo di analitica esistenziale ed esistentiva, il contrappunto avvilente e vacuo dell’estetismo che parla della temporalità attraverso la messa in mostra dei corpi e delle loro interazioni. È nel rovesciamento di forma e contenuto che Sorrentino, a mio parere, trova la sua giusta e più naturale dimensione: il fallimento della parola contro la ricchezza comunicativa dell’immagine.

La finta repressione fascista

L’ottava puntata della seconda stagione della serie tv “Louie” è un perfetto esempio del funzionamento dell’economia libidica all’interno di gruppi sociali che attuano forti forme repressive (fascismi, sette religiose, integralismi, ecc.). La rinuncia al godimento personale superficiale è un “falso sacrificio” che sottende la ricerca di un godimento ancora maggiore, passante per l’immedesimazione e\o la partecipazione in un organismo impersonale (nel caso dello Stato) o divino (nel caso della religione). Questa tesi richiama da vicino le considerazioni di Lacan sull’anacoreta: egli, rinunciando al godimento, gode della sua stessa rinuncia.

Nell’episodio, il comico Louis C.K. tenta di andare a letto con un’attivista cattolica anti-masturbazione, molto attratta da lui, ma riceve questa risposta:

“… e se, facendolo, ci perdessimo qualcosa di ancora più bello? Diciamo che mi piaci, ed è una cosa evidente, e se tu non tentassi di baciarmi, potremmo continuare a parlare, conoscerci, capire chi siamo… il bacio spezzerebbe la magia. Se evitiamo di baciarci, potremmo continuare a vederci, acquistando confidenza e cominciare a piacerci seriamente, innamorarci. Penso che sarebbe ancora più eccitante se resistessimo all’impulso reprimendo il desiderio… e ci potremmo sposare! E tu non mi avresti ancora vista nuda, e ci uniremmo con l’approvazione e la benedizione di Dio! E sarebbe così intenso, così colmo di passione!”.

Louis C.K. risponde con un gesto fortemente anti-repressivo…

 Link della puntata

Birdman – Alejandro González Iñárritu (2014)

Sono state scritte tonnellate di recensioni su Birdman, ma a me interessa sottolineare velocemente un paio di temi che attengono all’area più “filosofica” del film, sorvolando la trama e le osservazioni tecniche strettamente cinematografiche.

Per prima cosa, va notato che Birdman parla quasi esclusivamente del sintomo umano per eccellenza, l’ego. Tutti i personaggi che entrano sulla scena sono animati da un ego-centrismo più o meno pronunciato: quello palese e dichiarato di Riggan Thomson, il quale cerca disperatamente l’ammirazione del grande pubblico; quello di Mike Shiner, un attore pieno di talento che però, quando ne ha l’occasione, non esita a demolire gli altri attori che lavorano con lui per apparire come unica stella dello spettacolo; quello di Lesley, un’attrice che ha sempre sognato di recitare a Broadway e che per riuscirci ha “diviso la sua vagina” (così si esprime) con Shiner e il suo narcisismo patologico.

L’egoismo marcato di ogni personaggio mette in scena una relazione perversa. Riggan, come dice l’ex moglie, scambia l’amore con l’ammirazione (ama la partner solo in quanto gli restituisce un’immagine idealizzata di sé, conforme al suo io immaginario; è l’amore esattamente come l’ha descritto Freud); non è un caso che è stato un padre freddo e assente per la figlia avuta nel primo matrimonio e non mostra alcun segno di gioia o interesse quando la sua nuova compagna gli annuncia di essere incinta.

Mike, l’attore talentuoso e privo di scrupoli, non riesce più ad avere rapporti sessuali, ma quando a teatro si trova a dover simulare una scena di sesso, raggiunge immediatamente l’erezione e confessa a Lesley, in scena con lui, il desiderio di avere un rapporto davanti al pubblico. Qui c’è un’inversione che riemerge in altre parti del film, per esempio quando la folla o il pubblico, di fronte a una situazione imprevista, sfodera decine di smartphone e osserva la scena dallo schermo del telefono. In sostanza, realtà e messa in scena/finzione vengono ribaltate: la realtà è tale solo se viene rappresentata, o, in altri termini, solo ciò che “sta sulla scena” è reale, il resto non esiste. Questo è vero tanto per Mike (“riesco ad essere me stesso solo quando sono sul palco”) quanto per il pubblico e la folla (le cose accadono solo se appaiono nei social network o su youtube).

Infine, la perversione di Lesley. L’attrice, alla sua prima a Broadway, riscuote un grande successo e rompe il suo rapporto con Mike; tuttavia ha una crisi isterica e si chiude in camerino con un’altra attrice, Laura, la compagna di Riggan, alla quale confessa di aver raggiunto il suo sogno ma di sentirsi ancora una nullità. Laura la consola, la rassicura sulla sua importanza e le due hanno un rapporto lesbo.

L’unico personaggio che fa eccezione è la figlia di Riggan, Sam. Sam è un’ex tossicodipendente senza alcuna ambizione che lavora come assistente per il padre. Dovrebbe essere Riggan a prendersi cura di lei, a cercare di aiutarla a reinserirsi nella società e a rifarsi una vita, mentre accade il contrario: è Sam che cerca di aiutare il padre a guarire dal suo narcisismo. Riggan, per coprire le spese dello spettacolo che avrebbe dovuto lanciarlo nel firmamento delle star, vende la casa destinata alla figlia; Sam, invece, cerca di fargli capire che i suoi affanni sono inutili, che i suoi tentativi di contare qualcosa, di “essere qualcuno”, sono vani. C’è una scena in particolare in cui appare chiaro che l’ex tossicodipendente Sam è la persona più lucida del film, quella dove la figlia mostra al padre un lungo pezzo di carta igienica denso di trattini: tutto il pezzo rappresenta l’età della terra, ogni trattino equivale a un millennio; la parte che raffigura la presenza dell’uomo sulla terra è molto piccola rispetto al totale, e questo serve a ricordarci che i nostri problemi e le nostre ossessioni sono del tutto insignificanti. In effetti, la cura per la dipendenza dall’ego risiede proprio nella piena consapevolezza che la nostra natura è escrementizia, che la nostra esistenza è nulla o, per dirla nei termini di Žižek, è “meno di niente”, nulla nel nulla. Quale altro significato potrebbe avere altrimenti quell’asteroide che compare per ben due volte nel film?

Žižek sul fondamentalismo

Trovo che il recente articolo di Žižek sui fatti di Parigi dia una lettura in chiave hegeliana poco convincente e che sia controverso in alcuni punti. Nello specifico:

– non capisco in che modo si possa sostenere che la società liberale produca sistemicamente il fondamentalismo (islamico). Non c’è dubbio che il relativismo assoluto e la precarietà del mondo democratico spinga a cercare punti fermi e valori universali, ma non necessariamente questo si traduce in adesione al fondamentalismo. Il califfato di Al-Baghdadi non è certo un prodotto della società liberale – piuttosto è una reazione al suo universalismo militare. I soggetti possono partecipare a “verità assolute” come ferventi liberali, cattolici, comunisti, musulmani, ecc. ma questo non si traduce per forza in atti violenti contro chi rappresenta l’Altro;

– per salvare i valori liberali, Žižek sostiene che il liberalismo ha bisogno “dell’aiuto fraterno” della sinistra radicale. Una frase del genere sarebbe perfettamente comprensibile in una visione rancieriana della politica, ma non nella versione che ne danno Badiou e lo stesso Žižek. Il senso di quelle righe mi resta assolutamente oscuro;

“Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento”. Politici della risma di Salvini raccattano voti in tutta Europa predicando che l’islam “non è una religione come le altre”; Ferrara vorrebbe radere al suolo il califfato di Al-Baghdadi; Magdi Allam annuncia lo stato di guerra dell’islam contro l’Europa. Questo dovrebbe placare l’ira dei fondamentalisti? O forse ne aumenterebbe i ranghi? È il permissivismo politicamente corretto dell’Occidente che rafforza il fondamentalismo, o forse a farlo è la paura e l’odio indiscriminato per il mondo islamico?

Due puntualizzazioni contro l’interpretazione ideologica dell’attentato di Parigi

È necessario puntualizzare che, diversamente da quanto si sente ripetere da tutte le parti, l’attentato di Parigi non è una dichiarazione di guerra, men che meno una dichiarazione di guerra dell’islam all’Occidente. La guerra è stata dichiarata dagli Usa e dai suoi alleati militari, i quali hanno sistematicamente bombardato e invaso i Paesi mediorientali e africani (islamici) che non si sono allineati a Israele o agli interessi economici occidentali.

Secondo appunto: la libertà di stampa è un valore sacro e non negoziabile per la cultura liberale (a meno che a farlo non sia qualche magnate: in quel caso, “è l’economia, baby!”). Il problema c’è quando la libertà di stampa diventa licenza di sbeffeggiare gli dèi di altre religioni, in questo caso quella islamica. Quando le comunità musulmane protestano, o peggio, quando qualche fanatico jihadista ammazza gli autori dello sberleffo, diventiamo traumaticamente consci del fatto che per loro la libertà di prendere in giro gli dèi non è accettabile, non fa ridere e in alcuni casi è punibile con la morte. Ci accorgiamo, in altre parole, che l’esercizio di un nostro valore sacro diventa violazione di un altro valore sacro (Allah). Se è vero questo, quando sentiamo slogan del tipo “non fermerete la libertà di stampa!” o “pubblichiamo tutti le vignette di Charlie Hedbo!”, bisogna tradurli così: “la nostra civiltà è ancora quella dominante e i nostri valori schiacceranno i vostri!”.

Abbiamo a che fare, in definitiva, con uno scontro di ideologie, non di religioni. Per “ideologia” intendo un complesso di idee che dà senso e coerenza al mondo e orienta la prassi dei soggetti che la accettano. Il conferimento di senso al mondo in cui siamo gettati, e non la libertà, è ciò che tutti gli uomini cercano disperatamente, islamici e non. Non la libertà, ma il senso è ciò che assegna il posto nel mondo a ogni soggetto, e ciò che ogni soggetto dalla nascita chiede di avere. La libertà è un mezzo tra tanti, quasi esclusivo del sistema liberale, di assumere un posto nel mondo. C’è chi invece usa la legge toranica o quella coranica, ed è perfettamente plausibile che un soggetto “soggetto” alla legge coranica non tolleri che il suo sistema di valori, che lo fa esistere a pieno diritto e lo colloca all’interno di un sistema di simboli (apparentemente) coerente, venga sbeffeggiato e fatto a pezzi in nome di un altro valore (la satira) che non riconosce come tale. Questo rifiuto è implicitamente la negazione della posizione di dominanza (militare, economica e culturale) che per tanti anni l’Occidente ha assunto nei confronti dei paesi islamici. La rivendicazione liberale quasi unanime della libertà di prendersi gioco del dio altrui è il sintomo che la nostra civiltà non ha intenzione di rinunciare alla sua posizione di egemonia sul mondo musulmano.

Magic in the Moonlight – Woody Allen (2014)

Nella nuova commedia di Allen, oltre alla solita e banale tesi sull’amore (è qualcosa di misterioso, che sfugge alla previsione e alla ragione, ecc.) c’è qualcosa di molto più interessante e sottile, ossia il rapporto tra illusione, realtà e senso.

Stanley Crowford è il più grande illusionista del mondo, noto al pubblico col nome di Wei Ling Soo; è un uomo profondamente disilluso, ateo, nichilista, depresso, solitario, esasperatamente razionale, la cui grande passione, oltre a quella di inventare nuovi trucchi, è smascherare medium e altri ciarlatani del genere. Questo suo accanimento nasconde una grande speranza nell’esistenza dell’aldilà e di un senso ultimo della vita, nonostante professi di credere che “esiste solo ciò che possiamo vedere con gli occhi” e che la vita è totalmente priva di senso. Crawford, da illusionista, sa meglio di chiunque altro che le credenze religiose, proprio come la magia, sono soltanto illusioni dietro le quali non c’è niente, che funzionano solo se si ignora il meccanismo che le sorregge.

Dopo uno spettacolo a Berlino (siamo nel 1928) viene ingaggiato da un suo amico d’infanzia, anch’egli illusionista, per smascherare una bellissima sensitiva, Sophie, che stava truffando un’anziana e ricchissima signora francese. Tuttavia, non solo non riesce a smascherarla, ma lui stesso resta sopraffatto dalle capacità paranormali della ragazza a tal punto da ammettere pubblicamente di essersi sbagliato e di aver trovato la prova dell’esistenza dell’aldilà. Da quel momento, Crawford inizia una nuova vita e sembra essere molto felice nei momenti passati insieme a Sophie. Il cielo stellato, che prima gli appariva spaventoso, diventa ora “romantico”. Si tratta però di un periodo piuttosto breve: a causa di uno spiacevole evento, Crawford torna l’uomo cinico di sempre e, finalmente, scopre il trucco di Sophie. Malgrado ciò, se ne innamora e decide di sposarla.

Sebbene citi spesso Nietzsche, Stanley Crawford assomiglia al Kant della Critica della Ragion Pura: la sua ostentazione nichilista (non c’è un senso nelle cose, non esiste nessuna potenza al di sopra della natura, ecc.) va tuttavia insieme a ciò che lo spinge a cercare di continuo tra i medium, cioè alla fortissima speranza che dietro “all’illusione” ci sia qualcosa di vero, una Cosa (in sé) che comunichi la sua presenza nel fenomeno (magico). Nell’incontro con Sophie, Crawford trova finalmente avverata la sua speranza, salvo poi scoprire di essere stato egli stesso vittima di un trucco; perché allora si abbandona all’amore per una medium imbrogliona (categoria che aveva sempre altezzosamente disprezzato) a tal punto da sposarla? Le risposte sono almeno due: la prima, perché Crawford non è mai veramente stato vittima dei trucchi da medium, bensì di un’illusione molto più grande e complessa di cui non conosce i meccanismi, l’amore; la seconda, più interessante, perché Crawford capisce che la Cosa (in sé) che andava affannosamente cercando, “guardando dietro” ogni magia, consiste in realtà nell’illusione stessa. Crawford, in altri termini, ha finalmente compreso che il senso della vita non risiede nello spazio vuoto “dietro” la realtà (il Nulla del nichilismo), ma nel fantasma di ciò che occupa quello spazio. Ciò che Crawford scopre è che, in ultima analisi, il senso della vita è una chimera, un’illusione, non esiste, e tuttavia è ciò che anima la realtà e orienta le nostre vite.