Giovanni Allevi: “nella tradizione classica manca il ritmo”

Recentemente alcuni giornali hanno riportato le parole di Giovanni Allevi al Giffoni Film Festival sul ritmo nella musica classica. Ecco il discorso in questione:


“Un giorno ho capito che dovevo uscire dal polverone e cambiare approccio con la musica, anche se si trattava di quella classica. Stavo ascoltando a Milano la Nona Sinfonia di Beethoven. Accanto a me un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando finisse. Credo che in Beethoven manchi il ritmo. Con Jovanotti, con il quale ho lavorato, ho imparato il ritmo. Con lui ho capito cos’è il ritmo, elemento che manca nella tradizione classica.”

Innanzitutto, dire che Beethoven non ha ritmo perché un bambino si è annoiato con la Nona è come dire che gli uccelli non volano perché una volta ne è stato visto uno camminare. Come ho letto da qualche parte, se qualcuno cantasse le prime note dell’Inno alla Gioia, qualsiasi bambino saprebbe come continuare.

Ma che cos’è il ritmo? Un susseguirsi periodico di accenti. Secondo Allevi, il cosiddetto “successore di Mozart”, tutta la tradizione classica (non solo Beethoven) ne è priva. Il problema è che senza ritmo, la musica (tutta) non potrebbe esistere. Non a caso vi sono diciture standard che accompagnano i brani classici, come “andante”, “allegro”, “grave”, ecc., e che servono a dare la misura dell’andamento ritmico dell’esecuzione. Perciò: o Allevi non ha mai sentito in vita sua un brano di musica classica, o per “ritmo” intende qualcosa di diverso. Probabilmente si tratta del secondo caso: il ritmo di cui parla Allevi è quello di Jovanotti. Penso a canzoni come “l’ombelico del mondo”, “il più grande spettacolo dopo il big Bang”, “ti porto via con me”. Se il ritmo che manca alla tradizione classica è questo, allora Beethoven dovrebbe imparare anche da dj Tiesto, David Guetta o dai Daft Punk. Le discoteche sono scuole rivoluzionarie per musicisti classici; purtroppo solo Allevi se n’è accorto.

Le sue parole, che hanno suscitato anche approvazione fra i suoi fan più accaniti, sono la prova evidente della diseducazione musicale del nostro tempo. La musica è ovunque, ma totalmente omogenea. L’orecchio è assuefatto a un solo linguaggio e quando non sente il solito beat percepisce una mancanza. L’errore del “genio” Allevi, che è anche l’errore di molti altri, sta nel non capire che il difetto non è nell’ascoltato ma nell’ascoltante, cioè non nella musica classica ma nel suo orecchio e in quello di chi si annoia. Essendo stati abituati ad un certo beat, lo cerchiamo anche in Beethoven e negli altri compositori della musica colta europea; non trovandolo, pensiamo che i maestri del passato siano in difetto; poi arriva l’Allevi di turno che, credendo di rivoluzionare la musica classica aggiungendogli il ritmo di Jovanotti, la appiattisce sugli standard commerciali del pop.

Si dovrebbe invece fare l’operazione inversa: sforzarsi di capire, o anche solo di concepire, un linguaggio ritmico diverso dal nostro standard. Ma questa è un’operazione di umiltà, e l’umiltà, per Allevi e per quelli come lui, è cosa aliena.

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