The Wolf of Wall Street – Scorsese (2013)

Chi si aspettava solo un altro film di denuncia del cinismo del mondo della finanza sarà rimasto sorpreso. Qui non c’è il lucido e freddo Gordon Gekko, quello del “se vuoi un amico, prenditi un cane”. Qui c’è Jordan Belfort, l’incarnazione della terra promessa del finanzcapitalismo.

Jordan arriva a Wall Street giovanissimo e con l’unico obiettivo di diventare miliardario. È simbolica la scena del pranzo col broker di successo del momento, Mark Hanna, che intona un canto gutturale battendosi ritmicamente il petto: è il rito di passaggio che lo introduce nel nuovo mondo, il regno dell’eccitamento e del potere illimitato. Col tempo, Jordan Belfort diventa il messia di questo nuovo mondo. Quando si rivolge ai suoi dipendenti, all’interno degli uffici della Stratton Oakmont, sembra di assistere alla caricatura di una messa gospel: lui pronuncia le sue parole sacre, la sua liturgia, gli altri vedono il lui l’immagine di ciò che vogliono diventare. Tutti lo amano, tutti lo acclamano, tutti lo rispettano, perché lui è l’incarnazione della promessa del capitalismo, è il totem fallico, il potere di godimento senza limite. Jordan è infatti essenzialmente questo, ricerca del godimento senza limite: compra qualsiasi cosa desideri (ville, barche, elicotteri, corpi da usare per il proprio divertimento come nel caso dei nani), assume continuamente droghe, è dipendente dal sesso (ogni donna rappresenta un corpo di cui godere: persino la zia di sua moglie, una hostess che gli allaccia le cinture o una prostituta di strada a rischio aids). La sede della Stratton Oakmont è un continuo baccanale, il luogo della sospensione della Legge del Padre (non è per caso che Max Belfort, padre di Jordan, lavorerà alle dipendenze del figlio), il regno dell’Es senza più alcuna mediazione.

Con The Wolf of Wall Street, Scorsese mette a nudo il vero motore dell’ideologia capitalista, il primitivo desiderio di godimento illimitato. Va sottolineata anche l’importanza dell’ultima scena del film: nel momento esatto in cui Scorsese mette in primo piano la folla, attenta ad imparare i segreti per diventare come Jordan Belfort, lo schermo del cinema diventa uno specchio: siamo noi che abbiamo regolato le nostre vite “intorno al totem fallico”, su una struttura volta alla continua ricerca del godimento.

Aggiungo un’ultima considerazione: perché in tutto l’arco del film la madre di Jordan non viene nemmeno nominata, mentre il (fallimento del) padre è presente? Azzardo l’idea che la madre sia costantemente presente dall’inizio alla fine del film nella forma della mancanza e del desiderio. Questa possibile interpretazione conferisce una grande importanza alla figura di Max Belfort: egli è colui che è “impotente” e sottomesso al figlio, incapace di adempiere pienamente al ruolo di Padre, la figura che simboleggia il limite della Legge. La volontà di Jordan di giacere con la madre è rimossa (il tabù dell’incesto non è infranto), ma la sospensione della Legge del Padre, causata dall’atteggiamento remissivo di Max e dalla dissolutezza imposta dalla struttura stessa del potere, rende presente la madre nella forma di oggetto perduto del desiderio, nascosto dietro la ricerca illimitata del godimento.

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