Augias, ovvero il vuoto oltre l’erudizione

[…] Il fenomeno [della secolarizzazione] ha investito l’intero mondo occidentale e non poteva non arrivare in Italia anche se la storia del nostro paese anche da questo punto di vista è un po’ particolare. In un’ottica laica la domanda è quali conseguenze possa avere il fenomeno. Le religioni hanno sempre avuto anche una funzione sociale. Il sofista greco Crizia sviluppò la teoria, divenuta celebre, secondo cui gli dèi furono inventati per costringere gli esseri umani a comportamenti morali, a non delinquere. Questa funzione “civile” della religione arriva fino a Rousseau. Da noi la prevalente religione cattolica è stata un potente strumento per la diffusione e il mantenimento dei “buoni costumi” — fino a quando è durato. Il grande storico Polibio convinto anche lui che gli dèi servissero a “tenere a freno le violente passioni delle masse” scriveva: «Sconsiderati i moderni che cercano di disperdere queste illusioni». Quei moderni ormai dilagano dimostrando che Polibio aveva ragione. Perché quando le “illusioni” vengono meno e manca una sufficiente acculturazione media, le conseguenze sono quelle che vediamo. Quelle religioni che Marx definiva “oppio dei popoli” possono essere ancora considerate un utile rimedio, quando il resto manca.

Queste parole sono state scritte su Repubblica* da Corrado Augias in risposta ad una mail di un lettore, il quale faceva notare la crescita nel tempo del numero dei nuclei familiari laici in Italia. Augias, con un po’ di pedanteria, spiega che si tratta del fenomeno della secolarizzazione, ma poi va ben oltre: si spinge a dire che la religione ha avuto e ha tuttora una funzione fondamentale, quella di educare le masse alla moralità. Queste affermazioni sono di una superficialità sconcertante, ma ben camuffate da trattazione erudita.

L’affermazione di Augias più enigmatica di tutte è la seguente:

Da noi la prevalente religione cattolica è stata un potente strumento per la diffusione e il mantenimento dei “buoni costumi”.

È davvero difficile capire a cosa si riferisce. Se da un lato si può ammettere la verità di questo concetto, dall’altro non si può fare a meno di constatare che la religione è stata (ed è tuttora) la causa scatenante di guerre sanguinarie e terribili persecuzioni. È del tutto superfluo ricordare la storia medievale, moderna e contemporanea su questo argomento, ma, dato che Augias si è preso la briga di tirare in ballo Rousseau, Polibio, Crizia e addirittura Marx, mi si consenta di citare, a mo’ di esempio, un grande santo della Chiesa, Bernardo di Chiaravalle. In ambienti laici, questo eminente personaggio è famoso per la dottrina del malicidium: in sintesi, l’uccisione di un infedele (con particolare gradimento per quella di un musulmano) non è da considerarsi omicidio, ma estirpazione del male, quindi un atto moralmente giusto. Bernardo predicò con molta dedizione per la seconda crociata, esortando il popolo al “buon costume” di ammazzare i musulmani in Terra Santa per redimere i propri peccati.

Bisogna ammettere tuttavia che le prime comunità umane furono realmente tenute insieme dalla religione, come del resto suggerisce l’etimologia stessa della parola. Giambattista Vico, una delle più grandi menti mai apparse sul suolo italico, riteneva che l’uomo fosse uscito dallo stato bestiale proprio grazie alla religione, generata dal sentimento di paura verso la potenza degli elementi naturali. È con la credenza religiosa che si sviluppano le prime leggi sociali (il famoso Decalogo dell’Antico Testamento non è forse una prova di questo?), ma la storia progredisce, i secoli si susseguono e nel frattempo le situazioni politico-sociali cambiano. Se è grazie alla religione che nascono le prime civiltà (si pensi ai faraoni, agli imperatori romani, ai re della Persia…), non è per causa sua che i popoli hanno mantenuto una condotta morale esemplare; si dovrebbe dire, piuttosto, che la religione è l’elemento (ideologico) che ha legittimato l’esercizio del potere di una parte sul tutto (alcuni veloci esempi: il faraone era figlio degli déi; il papa è il vicario di Cristo; Hitler era l’incarnazione stessa del Geist del popolo germanico). Quello che Augias scambia per “buon costume” è in realtà un addomesticamento delle masse operante attraverso l’imposizione di un significante-padrone per mezzo del quale la governabilità viene garantita. La paura del nostro illustre intellettuale da salotto Rai è simile alla paura del borghese minacciato dal socialismo e del nobile settecentesco terrorizzato dallo spettro della sollevazione popolare.

Su questo tema, vorrei riportare un passo di un libro fondamentale per il nostro tempo, Le Categorie del “Politico” di Carl Schmitt:

Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l’onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia.

Quando Augias ravvisa una “funzione civile” della religione, non coglie affatto il nocciolo della questione, cioè il fatto che la religione agisce già nella società sotto forma di Stato. Ciò che definisce uno Stato non è soltanto, come scriveva Weber, la pretesa esclusiva dell’uso della coercizione per far rispettare la volontà del legislatore, ma anche, riprendendo la lezione di Althusser, il suo apparato ideologico (nel caso specifico che si sta trattando, si dovrebbe dire più coerentemente “apparato religioso”). È solo grazie a questo apparato che il gruppo dominante può pretendere di legittimare per sé il diritto di legiferare e di usare la forza (il legislatore agisce “in nome di Dio”, “del popolo”, “dello Spirito della nazione”, “della Storia”, ecc.). Per quanto riguarda il mantenimento dei “buoni costumi” tanto cari ad Augias, la religione in sé non può far nulla di più di quanto già non faccia lo Stato. Il nostro intellettuale conosce bene la secolarizzazione, sa che il Novecento nasce dal germe di Nietzsche e vede la pubblicazione di Totem e Tabù di Freud; quindi, saprà anche che oggi, in Occidente, ciò che conta davvero per la condotta morale delle masse non è la credenza religiosa, ma la cristallizzazione della religione nei principi della legislazione statale e internazionale (la dichiarazione dei diritti dell’uomo non è forse un nitido prodotto del cristianesimo?). È proprio per questo motivo che Stalin perseguitò i cristiani ortodossi e, nei luoghi di culto, sostituì le effigi del Cristo con il suo ritratto.

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* Versione integrale: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/04/22/il-vuoto-oltre-la-religione26.html

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Nymph()maniac vol. 1 – Lars Von Trier (2013)

 

Nymphomaniac è l’ultimo film della trilogia dedicata al tema del disturbo depressivo. Per certi versi, questo film può essere considerato complementare a Melancholia: lì la depressione è narrata all’interno di un contesto matrimoniale, mentre in Nymphomaniac non vi è nemmeno l’ombra di una relazione che possa dirsi stabile. La ninfomania di Joe, sintomo della sua depressione, ha un tratto comune con la biografia di Justine, protagonista in Melancholia: si tratta dell’assenza della madre. Non nel senso che non ci sia, che non sia presente fisicamente; una madre può mancare pur essendo presente come genitrice. In questo caso, l’assenza di Katherine, madre di Joe, consiste nel rifiuto di considerare la figlia come oggetto di godimento, essendo la sua libido costantemente indirizzata a qualcos’altro. La Joe bambina domanda e si domanda che cosa è e qual è il suo posto nel mondo; vuole essere oggetto di desiderio della madre, ma Katherine cerca il suo godimento sempre altrove, lasciando sua figlia, con le sue domande, in un silenzio insopportabile. La personalità di Joe si sviluppa quindi all’interno di una semantica dell’inadeguatezza, del rifiuto, della colpa, dell’inferiorità, ma anche del vuoto abissale, della solitudine, della mancanza e della perdita irrimediabile.

La sintomatizzazione della depressione cronica di Joe è la ninfomania: in sostanza, cerca di compensare il senso di perdita e di abbandono con una serie crescente di atti sessuali, salvo poi constatare che nessuno di quei falli è in grado di riempire il suo vuoto. L’abisso che sente dentro di sé non è commensurabile al fallo, non è colmabile da un pene né da tanti atti sessuali ammucchiati uno sull’altro. Joe è entrata in un infinito vortice a spirale, e non è un caso che nel film si faccia più volte riferimento alla serie di Fibonacci, notoriamente usata per descrivere spirali geometriche.

Vi è poi descritto in modo superbo uno dei sintomi più diffusi nella sessualità contemporanea, ovvero quello della scissione fra l’oggetto amato (nel caso di Joe, Jerome) e l’oggetto/gli oggetti di godimento (i partner sessuali). Questo processo nel film si traduce nell’atteggiamento paradossale di Joe, che ha in media sette rapporti sessuali giornalieri ma non vuole concedersi alla persona che ama. Alla fine del film, Jerome riuscirà a vincere le sue resistenze, ma durante l’atto sessuale Joe gli dirà, in lacrime: “non sento niente…”.

Nymphomaniac non è quindi solo un film sul disturbo depressivo, ma anche sulla sessualità contemporanea, con particolare attenzione a quella femminile. Non solo: è presente, in maniera più o meno implicita, la questione della disgregazione dei legami e dei rapporti sociali, dovuta alla matrice ideologica del contrattualismo e del liberalismo. Von Trier mette in scena in maniera sontuosa l’atto sessuale ideologicizzato: esso si riduce a transazione, a rivendicazione del proprio diritto di godere e di avere il proprio orgasmo.