Žižek: scrittura “poetica” post-strutturalista, ermeneutica e metalinguaggio

Tratto da: Slavoj Žižek, L’Oggetto Sublime dell’Ideologia, Ponte alle Grazie, Milano, 2014, pp. 189-190

… il poeticismo post-strutturalista è in definitiva affettato, falso. Lo sforzo profuso per scrivere “poeticamente”, per trasmettere l’impressione che ogni testo è già sempre prigioniero di un sistema decentrato di processi plurali e che ciò sovverte immancabilmente quanto “intendevamo dire”, per sfuggire a una forma espositiva rigorosa, puramente concettuale, adottando dispositivi retorici di solito riservati alla letteratura, è un modo irritante per mascherare che, alla radice di quanto i post-strutturalisti affermano, c’è una posizione teorica chiaramente definita la quale può essere articolata senza difficoltà in un puro metalinguaggio. […] … sembrerebbe che anche lo stile poetico post-strutturalista – lo stile di un continuo e ironico auto-commentario e auto-distanziamento, la costante sovversione di ciò che si sarebbe dovuto dire letteralmente – esista solo per abbellire le proposizioni teoriche di base. […] Il problema della decostruzione non è allora che essa rinuncia a precise formulazioni teoretiche abbandonandosi a un molle poeticismo. Al contrario, il suo modo di procedere è troppo “teoretico” (perché esclude la dimensione della verità, non si lascia cioè condizionare dalla posizione del parlante).

Oblivion – Joseph Kosinski (2013)

Il filone della fantascienza è da sempre una miniera d’oro per il tema della politica, e non fa eccezione il postapocalittico Oblivion di Joseph Kosinski, un film che esemplifica molto bene il funzionamento dell’ideologia e la sua sovversione.

La situazione di partenza, vista e raccontata da Jack Harper (che ha subito la cancellazione della memoria per “ragioni di sicurezza”), è questa: la Terra è stata attaccata da invasori alieni e i terrestri hanno deciso di rispondere con le bombe atomiche, vincendo la guerra ma perdendo per sempre il pianeta, ormai irrimediabilmente inaridito e radioattivo; la popolazione terrestre si è trasferita su Titano (una luna di Saturno), ad eccezione di un gruppo di ufficiali che orbitano attorno alla Terra su una grande astronave chiamata Tet, che funge da organo di controllo e di supervisione delle idro-trivelle, degli enormi macchinari che trasformano l’acqua marina in energia per le colonie di Titano; sulla Terra vi sono delle squadre operative, strettamente sorvegliate e comandate dal Tet, composte da due riparatori addetti alla manutenzione delle idro-trivelle e dei droni, macchine da guerra volanti che uccidono tutto ciò che minaccia il lavoro continuo dei macchinari del Tet. Jack Harper, che lavora e convive con la collega Victoria, è uno di questi tecnici. I nemici del Tet e degli umani di Titano, sempre secondo il racconto di Jack, sono gli scavengers, manipoli di alieni che ancora non hanno deposto le armi.

Questo racconto è già una narrazione ideologica. Il grande Altro (il Tet) organizza un campo di significanti ordinati secondo una certa coerenza, dotati di senso e tenuti insieme dal significante “scavenger”, il punto di capitone, un significante che ordina e mantiene uniti tutti gli altri. Gli scavengers (letteralmente “spazzini”, ma anche “animali saprofagi”) sono entità quasi striscianti, sempre nascoste nell’ombra e sempre pronte a tendere agguati, desiderose di sterminare tutti gli umani rimasti. La loro funzione, nell’ideologia del Tet, è grossomodo la stessa che ebbero gli ebrei nell’ideologia nazista: si tratta di esseri subdoli da sterminare per raggiungere lo Scopo ultimo (le colonie di Titano nel film; il reich dominatore dell’Europa per i nazisti).

Victoria è profondamente imbevuta di ideologia e perfettamente integrata nel grande Altro. Il suo desiderio più grande è la colonia su Titano, la meta promessa che raggiungerà insieme a Jack al termine del lavoro. Titano è considerato una sorta di oggetto sublime: la colonia avrà certamente le sue problematiche (organizzazione politica, gestione energetica, alimentare, sanitaria, ecc.), ma nell’immaginario di Victoria assomiglia a un paradiso, legittimamente guadagnato dopo anni di solerte abnegazione e obbedienza al Tet. Jack, tuttavia, non sembra per niente affascinato dal “fantasma” di Titano; desidera invece vivere sulla Terra, dove ha già trovato una specie di rifugio segreto, una casa immersa nella natura e piena di vecchi oggetti in circolo prima della guerra. A questo generico e astratto desiderio di evasione (che ricorda da vicino le fughe amorose di Winston e Julia in 1984, o i sogni di voli vertiginosi di Sam Lowry in Brazil), si affianca un dubbio, una piccola crepa nell’impianto ideologico in cui, in fin dei conti, anche Jack crede, nato da un curioso fatto avvenuto durante uno scontro con gli scavengers: perché questi non l’hanno ucciso, sebbene avessero avuto più volte occasione di farlo? Eppure, nella “fantasia” ideologica, lo scavenger è colui che vuole la morte di tutti gli umani. Jack pone questo interrogativo a Victoria, le dice che forse avrebbero voluto catturarlo, ma lei non risponde, non vuole ascoltare. Un’eventuale versione alternativa di questa scena potrebbe essere Victoria che risponde qualcosa del tipo: “volevano catturarti perché erano intenzionati ad estorcerti delle informazioni sensibili sulle idro-trivelle e sui droni, in modo da sterminare anche gli umani su Titano”. Questo è quello che risponderebbe un individuo fedele all’ideologia del Tet per spiegare l’apparente discrepanza fra l’immaginario ideologico (l’alieno spietato che vuole la morte degli umani) e l’esperienza di Jack (gli scavengers che lo risparmiano).

Ma ormai Jack è pronto per un vero e proprio passage à l’acte: un’astronave di origine terrestre precipita sulla Terra, nella zona da lui presidiata; nonostante il Tet ordini esplicitamente di non muoversi, Jack vola fino al luogo dello schianto e scopre che i droni, che avrebbero dovuto essere programmati solo per lo sterminio degli scavengers, stanno eliminando tutto l’equipaggio umano sopravvissuto allo schianto dell’astronave. Jack allora rischia la propria vita per difendere dal drone l’ultima rimasta in vita, una donna che scoprirà essere sua moglie, e riesce a salvarla. Si tratta del primo vero e proprio atto etico di Jack, cioè un atto non più “coperto” dal grande Altro, fuori dall’ordine socio-simbolico e dal suo tessuto ideologico. Si potrebbe dire che, con questo gesto, Jack va incontro alla sua “prima morte”, alla morte del Jack ideologicizzato, fagocitato nelle maglie del grande Altro; questa ribellione lo rende nemico del Tet e anche di Victoria.

Gli scavengers riescono finalmente a catturarlo e a portarlo nel loro quartier generale sotterraneo. È lì che Jack scopre che gli scavengers altro non sono che umani sopravvissuti all’atomica, organizzatisi in un movimento di resistenza contro il Tet, la nave aliena che ha distrutto il pianeta e sterminato gli esseri umani. Questo momento del film può essere identificato con la decostruzione dell’ideologia: non si tratta solo la presa di coscienza dell’illusorietà delle proprie convinzioni, ma è anche la consapevolezza che la realtà (sociale) in cui si crede è in verità sostenuta non dalla realtà stessa, ma da un “velo d’ignoranza”, cioè dal fatto che si agisce, all’interno e in accordo con un sistema socio-simbolico, senza sapere fino in fondo cosa si sta facendo. L’ideologia si regge, in fin dei conti, sul fatto che gli individui non conoscono i reali meccanismi di interazione che regolano la società, ma si limitano semplicemente a seguirne le regole. Jack si è sempre limitato a svolgere il suo lavoro senza mai fare domande, senza mai chiedersi cosa stia realmente facendo, cosa facciano davvero quei droni che ripara, cosa siano in realtà quelle idro-trivelle che deve mantenere in funzione, o perché gli alieni, che avrebbero perso la guerra, ancora combattono. Nel covo degli scavengers ottiene la risposta a tutte queste domande e scopre anche che, in tutto il pianeta, ci sono migliaia di Jack Harper e di Victoria, identici in tutto e per tutto, che svolgono lo stesso lavoro di manutenzione. L’ideologia, in effetti, produce una massa di individui socialmente e funzionalmente indistinguibili (simili a cloni), che agiscono e pensano in maniera meccanica. Solo il Jack Harper del film può essere considerato a tutti gli effetti un soggetto, perché solo lui è stato capace di “morire” nel grande Altro e compiere un atto etico; toccherà quindi a lui mettere fine al dominio alieno e allo spolpamento del pianeta ad opera delle idro-trivelle.

Con un espediente, Jack riesce ad ottenere di entrare nel Tet, il centro del potere ideologico. Al suo interno non c’è nulla, nessun alieno, nessuna forza vitale, vi sono soltanto dei droni guerrieri che sorvegliano l’astronave di Jack, esattamente come, nel nucleo stesso del potere, non si trova nulla, non c’è niente che lo sorregga o lo legittimi, se non la coercizione (militare) e la fede degli individui. Che il potere sia un nulla è ben testimoniato da questa celebre citazione di Lacan: “un pazzo che pensa di essere Napoleone è evidentemente un pazzo, ma è ancora più pazzo un re che crede di essere un re”. La follia qui sta nel credere che la mediazione simbolica attraverso cui un re viene considerato re sia qualcosa di reale, un quid, una sostanza che gli appartiene realmente e che fa di lui un re.

Alla fine del viaggio, Jack arriva davanti al cuore del Tet, un’enorme piramide rovesciata sospesa a mezz’aria; si tratta della Cosa, il nucleo traumatico attorno al quale si regge l’impianto simbolico, il grande Altro. Prima che Jack faccia esplodere la bomba che nascondeva nella sua nave, la Cosa dice: “ti ho creato io Jack, io sono il tuo dio”. Questa frase è doppiamente vera, non solo dal punto di vista reale (è un clone generato dal Tet) ma anche da quello simbolico: solo all’interno del grande Altro, di cui la Cosa ne rappresenta il nucleo irriducibile e insimbolizzabile, Jack ha potuto costruire la propria identità (di riparatore, di guardiano delle idro-trivelle, di desiderante, ecc.). Ma, ribatte Jack citando Orazio, la condizione di soggetto è raggiungibile solo attraverso la ribellione al grande Altro (il passage à l’acte, l’atto etico):

E per un uomo quale fine migliore che affrontare rischi fatali?

Così, Jack Harper muore per la seconda volta facendo detonare la bomba. Il Tet è distrutto e, con lui, il sistema socio-simbolico alla base dell’oppressione dell’essere umano.

Megamind – Tom McGrath (2010): il supereroe hegeliano

La storia del film Megamind è un preciso e divertente esempio di dialettica hegeliana: nessuna identità resta ferma, tutti i personaggi principali passano per il travaglio della coscienza trasformando se stessi e il mondo di cui fanno parte (la città), seguendo in maniera piuttosto chiara le famose tre tappe su cui si articola l’intero pensiero di Hegel. Prendiamo in considerazione la vicenda del protagonista:

1) Megamind, il malvagio, riesce a sconfiggere Metroman, il supereroe della città;

2) ora che manca l’incarnazione del bene (l’altro da sé su cui fondare la propria identità per opposizione), Megamind non riesce più ad essere se stesso. Per questo, attraverso il lavoro, non solo della coscienza, genera un nuovo supereroe, benevolo nelle intenzioni, chiamato Titan. Il frutto del suo lavoro funziona come uno specchio: in Titan (che doveva essere buono ma che diventa malvagio) Megamind vede se stesso. L’oggetto creato col lavoro altro non è che l’esteriorizzazione della sua coscienza.

3) Ora la sua coscienza può progredire: abbandona finalmente l’identità immediata del cattivo e assume la sua natura più propria, quella che è stata da sempre dentro di sé ma che solo ora diventa concreta. Megamind diventa il supereroe buono, ma non imitando il modello di Metroman (quando lo fa, fallisce), bensì assecondando la sua natura (l’ingegno, l’astuzia, ecc.).

Lo stesso trittico può essere ripetuto per quanto riguarda la storia d’amore con la giornalista:

1) dopo le delusioni dell’infanzia, Megamind si chiude in se stesso;

2) dopo la sconfitta di Metroman si innamora della reporter e nel corteggiamento si maschera da persona comune (altro da sé), ma viene smascherato e respinto;

3) il fallimento della negazione di sé è la molla che spinge in avanti la coscienza di Megamind; ora capisce l’inconsistenza e l’alienazione dei primi due momenti e diventa ciò che deve essere: la sintesi tra il primo e il secondo Megamind, tra l’identità semplicemente posta (in sé) e l’alienazione dell’esser altro da sé (conservando le sue reali caratteristiche fisiche ma sostituendo i modi sgarbati e le intenzioni malvagie con la bontà e la sensibilità del Megamind che si era finto persona comune).