Youth – Sorrentino (2015)

Dopo i fasti, gli incensamenti e le adulazioni per La Grande Bellezza, Sorrentino viene unanimemente criticato per Youth. Il giudizio più pesante che mi è capitato di leggere è quello di Goffredo Fofi, che definisce il film “strambo”, “lagnoso”, “infarcito di massime nel genere Baci Perugina”, “kitsch”.

Sottoscriverei ogni parola di questa critica se solo fosse rivolta a La Grande Bellezza. Ha ragione Fofi nel dire che Sorrentino perde il senso della misura quando riempie gli occhi dello spettatore di ricerche estetiche ridondanti e vacue, o quando forza i suoi personaggi a filosofare (come accade ne La Grande Bellezza). Ma in Youth a mio avviso le cose stanno diversamente. È indubbio, per usare le parole di Fofi, che

i vecchi di Sorrentino sono marionette di ricchi che si piangono addosso, noiosi come la morte, e che sparano sentenze a raffica, l’una più consunta dell’altra.

Ma la banalità, la noia e la consunsione dei dialoghi sono caratteristiche necessarie per mettere in scena un certo tipo di analitica esistenziale ed esistentiva, il contrappunto avvilente e vacuo dell’estetismo che parla della temporalità attraverso la messa in mostra dei corpi e delle loro interazioni. È nel rovesciamento di forma e contenuto che Sorrentino, a mio parere, trova la sua giusta e più naturale dimensione: il fallimento della parola contro la ricchezza comunicativa dell’immagine.

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