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Propongo una traduzione di un appello scritto da Daniel Dennett e pubblicato sul New York Times il 12 luglio 2003. L’invito è quello di unire le forze fra atei, agnostici e quant’altro per ottenere maggior peso politico, in modo da riuscire a fronteggiare il dominio cristiano della scena politica ed essere rappresentati adeguatamente.

Per noi bright è venuto il tempo di uscire allo scoperto. Cos’è un bright? Un bright è una persona con una visione del mondo naturalistica opposta a una supernaturalistica. Noi bright non crediamo nei fantasmi o negli elfi o nel coniglietto di pasqua – o in Dio. Noi siamo in disaccordo su molte cose, e possediamo una varietà di vedute sulla moralità, sulla politica e sul significato della vita, ma condividiamo il rifiuto di credere nella magia nera – e nella vita dopo la morte.

Il termine “bright” è una recente invenzione di due bright di Sacramento, California, i quali pensano che il nostro gruppo sociale – che ha una storia che parte dall’Illuminismo, se non prima – potrebbe resistere con un’immagine candida e che un nome fresco potrebbe aiutare. Il nome non va confuso con l’aggettivo: “io sono un bright [brillante]” non è una vanteria ma un’orgogliosa rivendicazione di una visione del mondo indagatrice.

Tu potresti essere un bright. Se non lo sei, certamente sei quotidianamente in contatto con loro. Questo perché siamo ovunque intorno a te: siamo dottori, infermieri, ufficiali di polizia, insegnanti di scuola, guardie municipali e uomini e donne che servono nell’esercito. Noi siamo i tuoi figli e le tue figlie, i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le nostre scuole e le nostre università pullulano di bright. Tra gli scienziati, siamo la netta maggioranza. Cercando di preservare e trasmettere una meravigliosa cultura, noi insegnamo anche nelle scuole domenicali e nelle classi ebraiche. Sospetto che molti membri del clero della nazione sono segretamente bright. Noi siamo, infatti, la spina dorsale morale della nazione: i bright prendono seriamente i loro doveri civici precisamente perché non confidano in Dio per salvare l’umanità dalle sue follie.

55f8352def783a2b3a7f0b8b135a82ac5ae0b2de_1600x1200Come adulto bianco sposato maschio con sicurezza finanziaria, non ho l’abitudine di considerarmi un membro di una qualsiasi minoranza che abbia bisogno di protezione. Se qualcuno è nel posto del guidatore, credo, è qualcuno come me. Ma ora comincio a sentire un po’ di calore, e sebbene non sia ancora disagevole, ho capito che è tempo di suonare l’allarme.

Se noi bright siamo una minoranza o, come sono incline a credere, una maggioranza silenziosa, le nostre profonde convinzioni sono sempre più respinte, sminuite e condannate da quelli al potere – dai politici che esulando dai propri ruoli invocano Dio e stanno, pavoneggiandosi ipocritamente, da quella che chiamano “la parte degli angeli”*.

Uno studio del 2002 del “Pew Forum on Religion and Public Life” indica che 27 milioni di americani sono atei o agnostici o non hanno preferenze religiose. Questo numero potrebbe essere troppo basso, dato che molti non credenti sono riluttanti ad ammettere che la loro osservanza religiosa è più un dovere civico o sociale che una religione – più una faccenda di colorazione protettiva che una convinzione.

Molti bright non giocano al ruolo dell’ “ateo aggressivo”. Non vogliamo trasformare ogni conversazione in un dibattito sulla religione, e non vogliamo offendere i nostri amici e i nostri vicini, e così manteniamo un diplomatico silenzio.

Ma il prezzo è l’impotenza politica. I politici non pensano che devono ricompensare il nostro silenzio, e i leader che non vogliono essere catturati morti facendo diffamazioni religiose o etniche non esitano a denigrare i “senza dio” tra di noi.

Dalla Casa Bianca in giù, il “tiro al bright” è visto come un modo di attirare voti a basso rischio. E, certamente, l’attacco non è solo retorico: l’amministrazione Bush ha sostenuto cambiamenti nelle regole e nelle politiche del governo per accrescere il ruolo delle organizzazioni religiose nel quotidiano, una vera sovversione della Costituzione. È tempo di fermare questa erosione e di prendere posizione: gli Stati Uniti non sono uno stato religioso, sono uno stato secolare che tollera tutte le religioni e – sì – anche tutti i tipi di credenze etiche non religiose.

Recentemente ho preso parte a una conferenza a Seattle che ha riunito insieme scienziati, artisti e autori per parlare candidamente e informalmente delle loro vite ad un gruppo di studenti molto intelligenti di scuola superiore. Verso la fine dei miei 15 minuti, ho confessato di essere un bright. Ora, la mia identità non sarebbe sorprendente per nessuno che abbia una minima conoscenza del mio lavoro. Tuttavia, il risultato è stato elettrizzante.

Poco dopo, molti studenti sono venuti da me per ringraziarmi, con notevole passione, per averli “liberati”. Non avevo idea di quanto soli e insicuri si sentissero quei teenager riflessivi. Non avevano mai sentito un adulto rispettabile affermare, in una questione di fatto, che non crede in Dio. Avevo rotto con calma un tabù e mostrato quanto fosse facile.

Inoltre, molti relatori che hanno parlato dopo di me, inclusi parecchi premi Nobel, furono invogliati a dire che anche loro erano bright. In ogni caso la confessione ottenne un applauso. Ancora più gratificanti furono i commenti degli adulti e degli studenti che mi hanno cercato alla fine per dirmi che, sebbene non fossero bright, sostenevano comunque i diritti dei bright. E questo è ciò che vuole la gran parte di noi: essere trattati con lo stesso rispetto accordato ai battisti e agli induisti e ai cattolici, né più né meno.

Se sei un bright, cosa puoi fare? Primo, possiamo essere una forza influente nella vita politica americana se semplicemente ci identifichiamo. (I bright fondatori gestiscono un sito web nel quale puoi emergere ed essere contato). Mi rendo conto, comunque, che mentre è facile fare coming out per un accademico come me – o per il mio collega Richard Dawkins, che ha rilasciato una simile dichiarazione in Inghilterra – in alcune parti del paese ammettere che sei un bright potrebbe portare a una calamità sociale. Allora ti prego: non fare outing.

Ma non ci sono ragioni per cui gli americani non potrebbero supportare i diritti dei bright. Io non sono né gay né afro-americano, ma nessuno può parlar male dei neri o degli omosessuali in mia presenza e farla franca. Qualunque sia la tua teologia, puoi disapprovare fermamente quando senti familiari o amici deridere atei, agnostici o altra gente senza dio.

E puoi porre le seguenti domande ai tuoi candidati politici: voteresti per un diverso candidato qualificato per un ufficio pubblico che sia bright? Supporteresti un candidato alla Corte Suprema che sia bright? Pensi che ai bright dovrebbe essere concesso di insegnare nelle scuole superiori? O di essere capi di polizia?

Facciamo in modo che i candidati americani pensino a come rispondere a un coro di bright. Con un po’ di fortuna, sentiremo presto qualche politico cercare di cavarsela commentando flebilmente che “molti dei miei migliori amici sono bright”.

*nota: Dennett spiega questo modo di dire nel suo libro “Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale” a pagina 327:

“questo modo di dire, nacque all’interno della Oxford University, in un discorso tenuto da Benjamin Disraeli nel 1864, in risposta alla sfida del darwinismo: <quale domanda si pone attualmente alla società con la più stupefacente delle rassicurazioni? La domanda è questa: l’uomo è scimmia o angelo? Mio Signore, io sto dalla parte degli angeli.”

Articolo originale:

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Legge Fiano ed eristica: le obiezioni del liberticidio e degli orrori del comunismo

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La legge Fiano, recentemente approvata alla Camera, è violentemente criticata da politici e giornalisti in base a due assunti fondamentali: da un lato sarebbe una legge liberticida poiché violerebbe la libertà di pensiero, dall’altro sarebbe sbagliata in quanto punisce solo l’estremismo di destra, dimenticando il comunismo. Vediamole singolarmente.

1. La legge Fiano è fascista

“I cittadini si considerano liberi in quanto vedono se stessi come fonti autoautenticanti di rivendicazioni valide. In altre parole, essi si considerano in diritto di chiedere alle istituzioni di promuovere le loro concezioni del bene (sempre che queste concezioni rientrino nei limiti ammessi dalla concezione pubblica della giustizia).”

“Una società democratica è fin dall’inizio una società politica incompatibile con uno stato confessionale o aristocratico, per non parlare di uno Stato castale, schiavista o razzista; e questa incompatibilità deriva dall’aver assunto i poteri morali come base dell’uguaglianza politica.”

La concezione pubblica della giustizia consiste nel conferire innanzitutto a tutti i cittadini “lo stesso titolo a uno schema pienamente adeguato di uguali libertà di base compatibile con un identico schema di libertà per tutti gli altri; […] le libertà di base non sono mai assolute, perché in certi casi possono entrare in conflitto…”

john-rawlsQueste parole non sono state scritte da Stalin o da qualche intellettuale comunista: si trovano invece in “Giustizia come equità – una riformulazione” e l’autore è John Rawls, uno dei più influenti liberali della filosofia politica del ‘900.

Secondo Sallusti (che ha portato agli estremi la critica del “liberticidio”) la legge Fiano sarebbe paradossalmente “fascista”, perché “punisce un’idea” (così a Piazza Pulita, puntata del 21 settembre). Questo è doppiamente falso: primo, perché il progetto di legge non punisce le idee, ma la propaganda (“chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco… è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”); secondo, perché, come si legge nelle citazioni di Rawls, nessuno stato liberale può accogliere al suo interno libertà che a loro volta impediscano agli altri di esercitare le proprie; inoltre, nessuno stato liberale può accogliere idee sociali che minino il fondamento stesso del liberalismo, cioè la giustizia come uguaglianza di tutti i cittadini.

 

2. E allora il comunismo?

Sempre in quella puntata di Piazza Pulita, Sgarbi e Sallusti portavano avanti questa tesi: il comunismo ha fatto più morti e nessuna legge ne vieta la propaganda. Con parole diverse, interveniva alla Camera l’onorevole Capezzone: “voi [il PD] siete antifascisti, ma non siete antitotalitari… questa è la differenza tra voi che siete comunisti… e chi è, ed era, liberale”. Appurato che questa legge non ha niente di illiberale, non resta che occuparsi della prima parte della critica: e allora il comunismo?

Premettendo che non è una gara di morti, e che comunque il nazifascismo partirebbe svantaggiato vista l’enormità della popolazione russa e cinese e la durata temporalmente molto più estesa dei regimi comunisti, la tesi di Capezzone, Sallusti e Sgarbi è sbagliata per tre motivi.

Primo: si fonda su un errore logico peraltro usato e abusato in politica e nel giornalismo, la fallacia “ad hominem”. È come se Capezzone stesse dicendo a Fiano: “tu denunci le atrocità del fascismo, ma la tua tradizione politica viene dal comunismo che ne ha commesse altrettante, quindi la tua legge è oppressiva e illiberale come lo furono quelle delle dittature comuniste”. Tutto questo non ha niente a che vedere con la legge in sé ma, al massimo, con l’uomo politico che l’ha pensata. A livello argomentativo questo discorso non ha nessun valore in quanto semplicemente non riguarda il testo della legge che, ricordiamolo, è la 293-bis, cioè andrebbe a completare la legge Scelba (contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista) laddove questa lascia vuoti normativi. Non è mai stato nelle intenzioni di Fiano combattere la propaganda di ogni totalitarismo; piuttosto intende completare la legge 293.

Secondo: Fiano non ha scritto una legge anche contro la propaganda delle dittature comuniste perché ce n’è già una che punisce i gruppi sovversivi. L’articolo 270 del codice penale recita:

“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico-sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società.”

enrico-berlinguer1Terzo: il comunismo ha assunto nella storia svariate forme. In Italia, al di fuori di qualche organizzazione attiva negli anni caldi (e duramente perseguita ai sensi di legge), il comunismo è stato per lo più istituzionale e parlamentare, senza mai instaurare dittature (come fece Mussolini di fatto nel ’25) o tentare golpe, minacciato invece dal generale De Lorenzo nel 1964 (operazione denominata “piano Solo”, di stampo neofascista) e tentato dal “principe nero” Borghese sei anni più tardi, dopo aver organizzato gruppi paramilitari su tutto il territorio italiano facenti capo al suo movimento politico “Fronte Nazionale”. Quindi, gli “orrori del comunismo” denunciati da Sallusti, Sgarbi, Capezzone o chi per loro, hanno poco o niente a che vedere con la storia politica e sociale dello stato italiano.

La danza delle fate sibilline

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Al centro di questa foto è ben visibile un cerchio d’erba più scura. Siamo nel versante nord della Sibilla e quello è uno dei leggendari “cerchi delle fate” o “delle streghe” lasciati, secondo i racconti locali, dalla danza sfrenata di magiche figure femminili dai piedi di zoccolo.

Alle stesse creature, controparti meno famose dei ben più noti satiri, la tradizione attribuisce l’origine della famosa “strada delle fate” che attraversa gran parte del Monte Vettore; questa leggenda viene periodicamente rievocata a Pretare, alle pendici della montagna.

L’origine di questi cerchi, oggi, viene spiegata attraverso la crescita di alcuni particolari tipi di funghi che si espandono in maniera radiale, lasciando arido il centro.

La porta dell’Inferno sul Monte Sibilla

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Forse perché, in origine, era sede del culto pagano della dea Cibele, o forse perché la superstizione popolare, unita a un periodo storico non particolarmente brillante sotto il profilo culturale, diventa vivida e fervida d’immaginazione, la grotta nella foto (oggi inaccessibile) è secondo la leggenda l’ingresso al regno demoniaco della Sibilla.
La Sibilla, conosciuta anche col nome di Venus, Alcina o Donna Herodiades, conserva ancora il retaggio arcaico della virtù oracolare, ma, dopo una pesante revisione cristiana del mito, assume i caratteri di una strega corrutrice di anime. Essa tenta i cavalieri che si presentano al suo cospetto con tutti i sette i peccati capitali (come si legge ad esempio nel romanzo di Andrea da Barberino), ma la lussuria è quello con cui maggiormente la si identifica.
Alcuni fanno coincidere la figura della Sibilla appenninica con quella della Sibilla cumana cantata nell’Eneide da Virgilio, trasferitasi successivamente nella grotta vicina al lago di Pilato, anch’esso oggetto di tenebrose leggende e che condivide con la Sibilla la fama di luogo demoniaco.
Allo stesso mito appenninico appartiene il Tannhäuser, leggenda tedesca musicata dal Wagner.

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La cima del Monte Sibilla (2173 m.) con la sua particolare forma a “corona”

Cortocircuito evolutivo-tecnologico

 

L’Occidente ha una antichissima e affascinante tradizione di pensiero che comincia con la riflessione sugli elementi naturali. Certo, nell’antica Grecia non era stato ancora elaborato il metodo scientifico, ma molte sono state le intuizioni sulla natura delle cose e le leggi che le governa. Poi, dopo un lungo periodo paludoso sotto questo profilo, è arrivata l’era del pensiero induttivo e del metodo scientifico, il quale ci ha fatto dono, in circa quattro secoli, di inimmaginabili tecnologie e di enormi passi avanti in campo medico. Tutte queste cose, in un modo o nell’altro, sono state donate al mondo, hanno investito, facilitato e cambiato radicalmente la vita di tutti, e proprio qui arriva la cosa interessante: molti usano queste tecnologie per dire cose che contraddicono (direttamente o indirettamente) il pensiero su cui si fonda il loro funzionamento (la Terra è piatta, i vaccini sono dannosi, gli aerei spargono scie chimiche, i terremoti sono artificiali, l’universo è geocentrico, i dinosauri non sono mai esistiti, ecc.).

Quindi, al di là dell’immenso e freddo Vuoto che si percepisce dietro alla storia dell’umanità (accompagnato forse soltanto da un perverso senso dell’umorismo), siamo costretti a riconoscere che gli agi in cui sono immerse le nostre vite non vanno di pari passo con l’evoluzione biologica e culturale della nostra specie. Se date un tablet a una rana cercherà di leccare gli insetti che compaiono sullo schermo, se lo date a un umano mediamente scriverà le cose di cui sopra. Non ci sono differenze.

Perché tanti complottismi, bufale e pseudoscienze?

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Siamo nell’era della “post-verità”, dicono in molti: il criterio del vero non è più il fatto accertato, ma una certa componente istintuale-emozionale legata a uno specifico contenuto. I grandi megafoni di questa post-verità sarebbero i social, Facebook su tutti, dove circolano incontrollate centinaia e centinaia di bufale scambiate per notizie vere da molti utenti.

La mia idea è che il fenomeno può essere spiegato in modo diverso, senza l’uso di neologismi, e che il mutamento riguarda solo la postura delle masse di fronte alle molteplici narrazioni (in senso lyotardiano) post-moderne, non i criteri di verità in sé.

I meccanismi che causano tanta credulità nei soggetti sono numerosi e ben noti alla psicologia dei processi cognitivi, che li ha studiati e catalogati. Il più importante tra questi è sicuramente la cosiddetta “tendenza al controllo positivo”: sinteticamente, è un errore molto frequente che occorre quando si decide la verità di un’ipotesi in base alla verità di una sua conseguenza. Facciamo un esempio pratico realmente accaduto: il magnetismo di una valvola di Ighina (una spirale metallica alta circa due metri) implica lo smorzamento di ogni terremoto entro un certo raggio. Per verificare quest’ipotesi, in molti sono incappati nel seguente errore deduttivo: “se il terremoto risulta effettivamente smorzato, allora la valvola di Ighina funziona”, invertendo così l’implicazione originale. Dato che il terremoto in quell’area ha realmente apportato minori danni rispetto a zone limitrofe, in molti hanno erroneamente concluso che la valvola di Ighina funziona. Il modo corretto di verificare l’ipotesi, invece, è il seguente: “se la valvola non è presente, il terremoto risulta lo stesso smorzato?”; l’implicazione quindi viene controllata verificando se dalla negazione dell’antecedente risulta comunque la verità del conseguente. Nel caso in questione la risposta è affermativa: lo smorzamento dei terremoti avviene comunque ed è dovuto non alla valvola ma a particolari condizioni del sottosuolo (l’ipotesi è falsificata).

Altro tipo di errore comune nei processi cognitivi è il “my side bias”, che consiste nel prendere in considerazione solo le informazioni che servono a confermare ciò di cui si è già convinti, ignorando quelle contrarie. Continuando con l’esempio precedente, alcune figure professionali competenti in materia hanno tentato di fornire informazioni tecniche che spiegavano sia l’impossibilità del funzionamento della valvola sia il motivo dell’effetto “soft” dei terremoti nella zona (composizione del sottosuolo); coloro che erano convinti del funzionamento della valvola hanno completamente ignorato quelle informazioni, portando avanti con ancora più forza i dati che dimostravano l’assenza di danni durante gli ultimi eventi sismici.

Ci sono poi molti altri tipi di errori conosciuti, come la persistenza delle convinzioni, l’effetto primacy, ecc., ma non saranno trattati per brevità. Quello che è stato detto fin qui è sufficiente per concludere che il fenomeno descritto con l’etichetta di “post-verità” non è nuovo e che consiste esclusivamente in diffusissimi errori di ragionamento amplificati dalla rete, nella quale si ha accesso ad ogni tipo di informazione (non importa se vera o falsa) al fine di confermare ulteriormente una convinzione pregressa, qualsiasi essa sia.

Sui criteri di verità, invece, possiamo prendere come riferimento il commento di Facebook nell’immagine iniziale, che ritengo essere il Manifesto di tutta la subcultura e le pseudoconoscenze che si possono trovare su internet e non solo. L’università “inculca dogmi” e ottunde la mente. Com’è possibile che un luogo simbolo della cultura e del progresso scientifico sia descritto in questo modo nell’immaginario di molti individui?

Per rispondere a questa domanda possiamo fare un’analogia con l’antica Grecia e chiederci, insieme a Paul Veyne: i greci hanno creduto ai loro miti? La risposta a questa domanda è molto articolata e cambia nel corso dei secoli, ma nel libro si trova un breve passo che può dirci molto sull’argomento che stiamo affrontando:

Il mito aveva un contenuto che era collocato in una temporalità nobile e platonica, così estranea all’esperienza individuale ed ai suoi interessi quanto lo sarebbero state frasi ministeriali o teorie esoteriche imparate a scuola e credute sulla parola; il mito era del resto un’informazione appresa basandosi sulla fede di altri. Da questo derivano due conseguenze. Dapprima, una specie di indifferenza letargica o per lo meno di esitazione di fronte alla verità e alla finzione, poi, una rivolta, che questa dipendenza finirà per suscitare: si vorrà giudicare su tutto da sé, secondo la propria esperienza, e proprio questo sarà il principio delle cose attuali che porterà a misurare il meraviglioso con la realtà quotidiana ed a passare ad altre modalità.1

Se sostituiamo il mito con le narrazioni scientifiche post-moderne, otteniamo un risultato molto interessante: dapprima, coloro che non fanno parte dell’orbita accademica (da dove discendono tutte le conoscenze scientifiche trasmesse alle masse) sono in rapporto di dipendenza, costretti a fidarsi delle informazioni ricevute da altri; segue un periodo di indifferenza letargica accompagnata da esitazione; infine, la dipendenza esplode in una rivolta, in cui ognuno vuole giudicare “da sé, secondo la propria esperienza” quotidiana. Questo implica, coerentemente con quanto leggiamo nel commento dell’immagine e, più in generale, con i presupposti impliciti di ogni teoria o conoscenza “alternativa”, che viene rivalutata l’esperienza diretta dei singoli a scapito dei metodi codificati di ricerca. Le conoscenze vanno ricostruite da zero dalla gente comune: ecco che rispuntano fuori tentativi maldestri ma molto significativi di curare i pazienti in modo “naturale” e non nocivo per l’organismo (ma che possono portare alla morte); strane teorie per dimostrare che la terra è piatta, o un meno complicato ritorno al geocentrismo; metodi per prevedere terremoti; divertenti tentativi di far passare Venere per una stella o un corpo luminoso senza massa; e così via (c’è persino gente che crede di poter influenzare la configurazione dell’acqua o la crescita del riso con il turpiloquio). Il criterio di verità è e resta l’evidenza fattuale; quello che sta scemando velocemente è la fiducia in ciò che viene trasmesso attraverso un rapporto di subordinazione, aprendo la strada ai più svariati errori di metodo che, unitamente agli errori dei processi di ragionamento di cui si è parlato sopra, danno vita alle più bizzarre teorie sull’uomo, sul mondo e sull’universo. Non solo: questo crescente processo di sfiducia per tutto ciò che “viene dall’alto” è esteso anche all’ambito politico.

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Note:

  1. P. Veyne, I Greci Hanno Creduto ai loro Miti?, il Mulino, p. 43.

Cosa vuole una donna? Tiziana Cantone e il maschilismo

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Dopo le tragiche vicende che hanno portato Tiziana Cantone al suicidio, sono stati scritti fiumi di inchiostro, tutti sostanzialmente unanimi nel dare la colpa della sua morte al maschilismo degli uomini. Prenderò in considerazione alcuni interventi pubblicati sul blog femminista Abbatto i Muri, perché hanno almeno il merito di dire apertamente quello che altri lasciano intendere sotto traccia.

In uno di questi, si scrive:

Ci sembra scontato, davanti ad una scena di sesso tra un uomo ed una donna, concentrare l’attenzione sulla seconda. Lo stesso nostro sguardo, il modo di vedere le cose che siamo portat*, uomini e donne, a considerare come già dato, si articola come intrinsecamente maschile – e, in un’ottica intersezionale, eterosessuale e bianco. Questo non significa che non esistano modalità diverse di osservazione, che non si possa sviluppare una resistenza ai canoni visivi vigenti, ma si tratterà appunto di operazioni che presuppongono una decostruzione, una critica.

Se è vero, come credeva Lacan, che tutto ciò che ama le donne è etero, davanti a una scena sessuale del tipo descritto l’attenzione non può che essere sulla donna se l’osservatore è etero. In altre parole, se chi guarda è eterosessuale (lesbiche comprese, secondo Lacan), lo sguardo della fantasia non può essere omo-diretto (cioè rivolto al fallo). Il ruolo dell’uomo, in questo caso, comincia e finisce con il suo membro. È l’uomo, non la donna, a essere ridotto a oggetto. Nel video più famoso di Tiziana Cantone è lei stessa ad avere il totale controllo della situazione: è lei a volere il video, è lei che si fa chiamare “zoccola”, è lei che cerca l’insulto del partner che sta tradendo. Lei, insomma, mettendo in scena una fantasia tipicamente maschile, gode del godimento del fallo. Non è quindi lei stessa a voler innescare una logica maschilista? Ecco un estratto di un altro articolo:

Questa diversità non serve, però, a nulla se si sta zitti, se Noi uomini non alziamo la voce davvero, opponendoci a questo razzismo e disprezzo strisciante contro le donne che c’è nella nostra evoluta società… Si PUÒ cambiare, non è vero che i maschi non possono migliorare. Ciò si ottiene con Istituzioni, Scuola attiva ed inclusiva, padri che insegnano ai figli che una donna non è un oggetto, che la parola puttana/troia ecc. ha un peso enorme e ferisce.

Su questo vanno fatte due osservazioni. La prima: come abbiamo visto, non è lei ad assumere realmente il valore di oggetto. La situazione è simile a quella che si configura tra un sadico e un masochista. A prima vista sembra che sia il sadico ad avere in mano le redini del gioco, quando invece è il contrario: è il masochista che ha il controllo, che si serve del sadico per procurare (e quindi procurarsi) piacere, è il masochista che si assicura di essere in un contesto assolutamente sicuro (parola d’ordine che blocca immediatamente qualsiasi pratica, condizioni da non violare, ecc.). Allo stesso modo, Tiziana Cantone si finge oggetto per godere del godimento maschilista (almeno nel video diventato, purtroppo, famoso). La seconda osservazione da fare riguarda l’appellativo “zoccola”. Su questo bisogna fare un discorso a monte che riguarda le femministe: non si possono pubblicare articoli per dire che a essere zoccole non c’è nulla di male (ode alle zoccole, sono puttana e me ne vanto, racconto la zoccolaggine, io zoccola e mia figlia è la mia punizione, ecc.) e poi indignarsi se qualcuno dà della zoccola a chi si fa quattro o cinque video pornografici mentre insulta il proprio fidanzato, con partner diversi e poi li invia a cinque persone. Delle due l’una.

Infine, un ultimo estratto di un articolo pieno di insulti gratuiti:

Se quel video l’avete visto, e per di più ci avete riso e vi ci siete un pochetto eccitati (quel corpo quegli occhi quelle labbra.. ancora..) avete un problema.
Perché siete stati capaci di scindere dal contesto il vostro voyerismo, la vostra pruderie, il vostro eccitamento, le vostre voglie.
Sapevate perfettamente che quel video era rubato, non era un’esibizione intenzionale.

All’inizio, quando il video diventò virale, nessuno sapeva realmente di cosa si trattasse, tanto che in molti espressero il forte dubbio che fosse una trovata pubblicitaria per lanciare la giovane nel mondo del porno. Alcuni di quegli articoli sono stati cancellati, come quello del Fatto Quotidiano, ma altri lo ricordano quiqui. Così scrissero anche alcune lettrici di questo stesso blog femminista, dove ora si insulta chi ha guardato quel video, ci ha riso e si è eccitato.

“Tiziana Cantone s’è uccisa perché “l’abbiamo visto tutti quel video”, e scandagliato, e riso”, conclude l’articolo. Non è affatto così. Tiziana Cantone si è uccisa perché nei suoi video ha scelto consapevolmente di entrare in una logica che non le apparteneva, quella maschilista, e nel momento in cui questi video sono diventati di dominio pubblico non è più riuscita a uscirne. Alcune riescono a sopportarlo (certe pornostar, ad esempio), altre no. La cosa di fondamentale importanza che ci insegna questa triste storia è che il maschilismo appartiene anche alle donne. Emblematico di questo è il sottotitolo del blog femminista: “al di là del buco”. Al di là del buco, c’è il fallo. Il fallimento del femminismo non sta nel fatto che, come qualcuna ha scritto, una ragazza fa del sesso orale e si uccide per la vergogna; il fallimento del femminismo diventa un destino inevitabile nel momento in cui esso si pone l’obiettivo di far diventare le donne come gli uomini. La libertà delle donne consiste nell’essere al di là del fallo, non del buco.