Roba bright

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Propongo una traduzione di un appello scritto da Daniel Dennett e pubblicato sul New York Times il 12 luglio 2003. L’invito è quello di unire le forze fra atei, agnostici e quant’altro per ottenere maggior peso politico, in modo da riuscire a fronteggiare il dominio cristiano della scena politica ed essere rappresentati adeguatamente.

Per noi bright è venuto il tempo di uscire allo scoperto. Cos’è un bright? Un bright è una persona con una visione del mondo naturalistica opposta a una supernaturalistica. Noi bright non crediamo nei fantasmi o negli elfi o nel coniglietto di pasqua – o in Dio. Noi siamo in disaccordo su molte cose, e possediamo una varietà di vedute sulla moralità, sulla politica e sul significato della vita, ma condividiamo il rifiuto di credere nella magia nera – e nella vita dopo la morte.

Il termine “bright” è una recente invenzione di due bright di Sacramento, California, i quali pensano che il nostro gruppo sociale – che ha una storia che parte dall’Illuminismo, se non prima – potrebbe resistere con un’immagine candida e che un nome fresco potrebbe aiutare. Il nome non va confuso con l’aggettivo: “io sono un bright [brillante]” non è una vanteria ma un’orgogliosa rivendicazione di una visione del mondo indagatrice.

Tu potresti essere un bright. Se non lo sei, certamente sei quotidianamente in contatto con loro. Questo perché siamo ovunque intorno a te: siamo dottori, infermieri, ufficiali di polizia, insegnanti di scuola, guardie municipali e uomini e donne che servono nell’esercito. Noi siamo i tuoi figli e le tue figlie, i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le nostre scuole e le nostre università pullulano di bright. Tra gli scienziati, siamo la netta maggioranza. Cercando di preservare e trasmettere una meravigliosa cultura, noi insegnamo anche nelle scuole domenicali e nelle classi ebraiche. Sospetto che molti membri del clero della nazione sono segretamente bright. Noi siamo, infatti, la spina dorsale morale della nazione: i bright prendono seriamente i loro doveri civici precisamente perché non confidano in Dio per salvare l’umanità dalle sue follie.

55f8352def783a2b3a7f0b8b135a82ac5ae0b2de_1600x1200Come adulto bianco sposato maschio con sicurezza finanziaria, non ho l’abitudine di considerarmi un membro di una qualsiasi minoranza che abbia bisogno di protezione. Se qualcuno è nel posto del guidatore, credo, è qualcuno come me. Ma ora comincio a sentire un po’ di calore, e sebbene non sia ancora disagevole, ho capito che è tempo di suonare l’allarme.

Se noi bright siamo una minoranza o, come sono incline a credere, una maggioranza silenziosa, le nostre profonde convinzioni sono sempre più respinte, sminuite e condannate da quelli al potere – dai politici che esulando dai propri ruoli invocano Dio e stanno, pavoneggiandosi ipocritamente, da quella che chiamano “la parte degli angeli”*.

Uno studio del 2002 del “Pew Forum on Religion and Public Life” indica che 27 milioni di americani sono atei o agnostici o non hanno preferenze religiose. Questo numero potrebbe essere troppo basso, dato che molti non credenti sono riluttanti ad ammettere che la loro osservanza religiosa è più un dovere civico o sociale che una religione – più una faccenda di colorazione protettiva che una convinzione.

Molti bright non giocano al ruolo dell’ “ateo aggressivo”. Non vogliamo trasformare ogni conversazione in un dibattito sulla religione, e non vogliamo offendere i nostri amici e i nostri vicini, e così manteniamo un diplomatico silenzio.

Ma il prezzo è l’impotenza politica. I politici non pensano che devono ricompensare il nostro silenzio, e i leader che non vogliono essere catturati morti facendo diffamazioni religiose o etniche non esitano a denigrare i “senza dio” tra di noi.

Dalla Casa Bianca in giù, il “tiro al bright” è visto come un modo di attirare voti a basso rischio. E, certamente, l’attacco non è solo retorico: l’amministrazione Bush ha sostenuto cambiamenti nelle regole e nelle politiche del governo per accrescere il ruolo delle organizzazioni religiose nel quotidiano, una vera sovversione della Costituzione. È tempo di fermare questa erosione e di prendere posizione: gli Stati Uniti non sono uno stato religioso, sono uno stato secolare che tollera tutte le religioni e – sì – anche tutti i tipi di credenze etiche non religiose.

Recentemente ho preso parte a una conferenza a Seattle che ha riunito insieme scienziati, artisti e autori per parlare candidamente e informalmente delle loro vite ad un gruppo di studenti molto intelligenti di scuola superiore. Verso la fine dei miei 15 minuti, ho confessato di essere un bright. Ora, la mia identità non sarebbe sorprendente per nessuno che abbia una minima conoscenza del mio lavoro. Tuttavia, il risultato è stato elettrizzante.

Poco dopo, molti studenti sono venuti da me per ringraziarmi, con notevole passione, per averli “liberati”. Non avevo idea di quanto soli e insicuri si sentissero quei teenager riflessivi. Non avevano mai sentito un adulto rispettabile affermare, in una questione di fatto, che non crede in Dio. Avevo rotto con calma un tabù e mostrato quanto fosse facile.

Inoltre, molti relatori che hanno parlato dopo di me, inclusi parecchi premi Nobel, furono invogliati a dire che anche loro erano bright. In ogni caso la confessione ottenne un applauso. Ancora più gratificanti furono i commenti degli adulti e degli studenti che mi hanno cercato alla fine per dirmi che, sebbene non fossero bright, sostenevano comunque i diritti dei bright. E questo è ciò che vuole la gran parte di noi: essere trattati con lo stesso rispetto accordato ai battisti e agli induisti e ai cattolici, né più né meno.

Se sei un bright, cosa puoi fare? Primo, possiamo essere una forza influente nella vita politica americana se semplicemente ci identifichiamo. (I bright fondatori gestiscono un sito web nel quale puoi emergere ed essere contato). Mi rendo conto, comunque, che mentre è facile fare coming out per un accademico come me – o per il mio collega Richard Dawkins, che ha rilasciato una simile dichiarazione in Inghilterra – in alcune parti del paese ammettere che sei un bright potrebbe portare a una calamità sociale. Allora ti prego: non fare outing.

Ma non ci sono ragioni per cui gli americani non potrebbero supportare i diritti dei bright. Io non sono né gay né afro-americano, ma nessuno può parlar male dei neri o degli omosessuali in mia presenza e farla franca. Qualunque sia la tua teologia, puoi disapprovare fermamente quando senti familiari o amici deridere atei, agnostici o altra gente senza dio.

E puoi porre le seguenti domande ai tuoi candidati politici: voteresti per un diverso candidato qualificato per un ufficio pubblico che sia bright? Supporteresti un candidato alla Corte Suprema che sia bright? Pensi che ai bright dovrebbe essere concesso di insegnare nelle scuole superiori? O di essere capi di polizia?

Facciamo in modo che i candidati americani pensino a come rispondere a un coro di bright. Con un po’ di fortuna, sentiremo presto qualche politico cercare di cavarsela commentando flebilmente che “molti dei miei migliori amici sono bright”.

*nota: Dennett spiega questo modo di dire nel suo libro “Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale” a pagina 327:

“questo modo di dire, nacque all’interno della Oxford University, in un discorso tenuto da Benjamin Disraeli nel 1864, in risposta alla sfida del darwinismo: <quale domanda si pone attualmente alla società con la più stupefacente delle rassicurazioni? La domanda è questa: l’uomo è scimmia o angelo? Mio Signore, io sto dalla parte degli angeli.”

Articolo originale:

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Legge Fiano ed eristica: le obiezioni del liberticidio e degli orrori del comunismo

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La legge Fiano, recentemente approvata alla Camera, è violentemente criticata da politici e giornalisti in base a due assunti fondamentali: da un lato sarebbe una legge liberticida poiché violerebbe la libertà di pensiero, dall’altro sarebbe sbagliata in quanto punisce solo l’estremismo di destra, dimenticando il comunismo. Vediamole singolarmente.

1. La legge Fiano è fascista

“I cittadini si considerano liberi in quanto vedono se stessi come fonti autoautenticanti di rivendicazioni valide. In altre parole, essi si considerano in diritto di chiedere alle istituzioni di promuovere le loro concezioni del bene (sempre che queste concezioni rientrino nei limiti ammessi dalla concezione pubblica della giustizia).”

“Una società democratica è fin dall’inizio una società politica incompatibile con uno stato confessionale o aristocratico, per non parlare di uno Stato castale, schiavista o razzista; e questa incompatibilità deriva dall’aver assunto i poteri morali come base dell’uguaglianza politica.”

La concezione pubblica della giustizia consiste nel conferire innanzitutto a tutti i cittadini “lo stesso titolo a uno schema pienamente adeguato di uguali libertà di base compatibile con un identico schema di libertà per tutti gli altri; […] le libertà di base non sono mai assolute, perché in certi casi possono entrare in conflitto…”

john-rawlsQueste parole non sono state scritte da Stalin o da qualche intellettuale comunista: si trovano invece in “Giustizia come equità – una riformulazione” e l’autore è John Rawls, uno dei più influenti liberali della filosofia politica del ‘900.

Secondo Sallusti (che ha portato agli estremi la critica del “liberticidio”) la legge Fiano sarebbe paradossalmente “fascista”, perché “punisce un’idea” (così a Piazza Pulita, puntata del 21 settembre). Questo è doppiamente falso: primo, perché il progetto di legge non punisce le idee, ma la propaganda (“chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco… è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”); secondo, perché, come si legge nelle citazioni di Rawls, nessuno stato liberale può accogliere al suo interno libertà che a loro volta impediscano agli altri di esercitare le proprie; inoltre, nessuno stato liberale può accogliere idee sociali che minino il fondamento stesso del liberalismo, cioè la giustizia come uguaglianza di tutti i cittadini.

 

2. E allora il comunismo?

Sempre in quella puntata di Piazza Pulita, Sgarbi e Sallusti portavano avanti questa tesi: il comunismo ha fatto più morti e nessuna legge ne vieta la propaganda. Con parole diverse, interveniva alla Camera l’onorevole Capezzone: “voi [il PD] siete antifascisti, ma non siete antitotalitari… questa è la differenza tra voi che siete comunisti… e chi è, ed era, liberale”. Appurato che questa legge non ha niente di illiberale, non resta che occuparsi della prima parte della critica: e allora il comunismo?

Premettendo che non è una gara di morti, e che comunque il nazifascismo partirebbe svantaggiato vista l’enormità della popolazione russa e cinese e la durata temporalmente molto più estesa dei regimi comunisti, la tesi di Capezzone, Sallusti e Sgarbi è sbagliata per tre motivi.

Primo: si fonda su un errore logico peraltro usato e abusato in politica e nel giornalismo, la fallacia “ad hominem”. È come se Capezzone stesse dicendo a Fiano: “tu denunci le atrocità del fascismo, ma la tua tradizione politica viene dal comunismo che ne ha commesse altrettante, quindi la tua legge è oppressiva e illiberale come lo furono quelle delle dittature comuniste”. Tutto questo non ha niente a che vedere con la legge in sé ma, al massimo, con l’uomo politico che l’ha pensata. A livello argomentativo questo discorso non ha nessun valore in quanto semplicemente non riguarda il testo della legge che, ricordiamolo, è la 293-bis, cioè andrebbe a completare la legge Scelba (contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista) laddove questa lascia vuoti normativi. Non è mai stato nelle intenzioni di Fiano combattere la propaganda di ogni totalitarismo; piuttosto intende completare la legge 293.

Secondo: Fiano non ha scritto una legge anche contro la propaganda delle dittature comuniste perché ce n’è già una che punisce i gruppi sovversivi. L’articolo 270 del codice penale recita:

“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico-sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società.”

enrico-berlinguer1Terzo: il comunismo ha assunto nella storia svariate forme. In Italia, al di fuori di qualche organizzazione attiva negli anni caldi (e duramente perseguita ai sensi di legge), il comunismo è stato per lo più istituzionale e parlamentare, senza mai instaurare dittature (come fece Mussolini di fatto nel ’25) o tentare golpe, minacciato invece dal generale De Lorenzo nel 1964 (operazione denominata “piano Solo”, di stampo neofascista) e tentato dal “principe nero” Borghese sei anni più tardi, dopo aver organizzato gruppi paramilitari su tutto il territorio italiano facenti capo al suo movimento politico “Fronte Nazionale”. Quindi, gli “orrori del comunismo” denunciati da Sallusti, Sgarbi, Capezzone o chi per loro, hanno poco o niente a che vedere con la storia politica e sociale dello stato italiano.

300, la lettura di Slavoj Žižek

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300 di Zack Snyder, la saga dei trecento soldati spartani che si sacrificarono alle Termopili per fermare l’invasione dell’esercito persiano di Serse, è stata accusata di sostenere il peggiore genere di militarismo patriottico, con chiare allusioni alle recenti tensioni con l’Iran e agli eventi in Iraq – ma le cose stanno veramente così? Bisognerebbe piuttosto difendere a spada tratta il film da queste accuse.

È necessario mettere in rilievo due elementi. Il primo riguarda la storia in sé; è la storia di un paese piccolo e povero (la Grecia) invaso dall’esercito di un paese molto più grande (la Persia), in quel momento molto più sviluppato e dotato di una tecnologia militare avanzata; gli elefanti persiani, i giganti e le grosse frecce infuocate non sono forse la versione antica delle armi tecnologiche? Quando l’ultimo gruppo di spartani sopravvissuto e il loro re Leonida vengono uccisi da migliaia di frecce, non vengono in un certo senso bombardati a morte da tecno-soldati che operano con armi sofisticate da una distanza di sicurezza, come oggi i soldati statunitensi, che premendo un bottone lanciano missili dalle navi da guerra a distanza di chilometri nel golfo Persico? Inoltre, le parole di Serse, quando cerca di convincere Leonida ad accettare il dominio persiano, non suonano come le parole di un fanatico fondamentalista islamico: cerca di indurre Leonida alla sottomissione promettendogli pace e piaceri sensuali, se si unirà all’impero mondiale dei persiani. Tutto quello che gli chiede è un gesto formale di genuflessione in riconoscimento della supremazia persiana: se gli spartani faranno questa cosa, sarà loro concessa la suprema autorità sulla Grecia. Questa richiesta non è simile a ciò che il presidente Reagan domandò al governo sandinista del Nicaragua? Tutto quello che dovevano fare era dire “hey uncle!” agli Stati Uniti… E la corte di Serse non è forse dipinta come una sorta di paradiso multiculturale in cui convivono differenti stili di vita? In cui tutti partecipano a orge, razze differenti, lesbiche e gay, handicappati e così via? Gli spartani, con la loro disciplina e il loro spirito di sacrificio non sono forse molto più simili in qualche modo ai talebani che difendono l’Afghanistan dall’occupazione statunitense (o, a un’unità d’élite della Guardia rivoluzionaria iraniana, pronta a sacrificarsi in caso di invasione americana)? Alcuni storici perspicaci hanno già notato questo parallelismo. Si legga, ad esempio, questa pubblicità di Fuoco persiano di Tom Holland:

Nel quinto secolo a.C., un superpotere globale era determinato a portare verità e ordine in quelli che esso considerava come due stati terroristi. Il superpotere era la Persia, incomparabilmente ricca di ambizione, oro e uomini. Gli stati terroristi erano Atene e Sparta, città eccentriche in un paese povero e montagnoso: la Grecia.

L’investimento occidentale razzista nella battaglia delle Termopili è evidente: essa fu ampiamente interpretata come la prima e decisiva vittoria dell’Occidente libero contro l’Oriente dispotico: non è strano che Hitler e Goering paragonassero la sconfitta tedesca a Stalingrado nel 1943 alla morte eroica di Leonida alle Termopili. I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Quest’affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco antico e dunque un cristianesimo, due presupposti storici dell’Islam); ancora più importante è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l’appunto il risultato della vittoria greca sui persiani.

La principale arma greca contro la soverchiante supremazia militare di Serse furono la disciplina e lo spirito di sacrificio e, per citare Alain Badiou:

Abbiamo bisogno di una disciplina popolare. Direi anche… che “coloro che non hanno niente, hanno solo la loro disciplina”. I poveri, coloro che non hanno mezzi finanziari e militari, coloro che non hanno potere, tutti costoro hanno la loro disciplina, la loro capacità di agire insieme. Questa disciplina è già una forma di organizzazione.

Nell’era attuale del permissivismo che funge da ideologia dominante, è giunto il momento per la sinistra di (ri)appropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio: non c’è niente di intrinsecamente “fascista” in questi valori.

Ma anche questa identità fondamentalista degli spartani è più ambigua. Un’affermazione programmatica verso la fine del film definisce il programma della Grecia come un programma “contro il regno del mistico e della tirannide, rivolto a un ampio futuro”, successivamente specificato come governo della libertà e della ragione: il che suona come un programma di base dell’Illuminismo, dotato persino di una tensione in senso comunista! Bisogna ricordare anche che, all’inizio del film, Leonida rifiuta completamente il messaggio degli “oracoli” corrotti, secondo i quali gli dèi impediranno alla spedizione militare di fermare i persiani; come veniamo a sapere dopo, gli “oracoli” , che si presumeva ricevessero il messaggio divino durante una trance estatica, in realtà erano stati pagati dai persiani, come l’”oracolo” che, nel 1959, diede al Dalai Lama il messaggio di abbandonare il Tibet e che – come ora sappiamo – era sul libro paga della CIA!

Cosa bisogna pensare dell’apparente assurdità del fatto che l’idea di dignità, libertà e ragione siano sorrette da un’estrema disciplina militare, che include la pratica di liberarsi dei bambini deboli? Questa “assurdità” è semplicemente il prezzo della libertà – la libertà non è gratuita, come viene affermato nel film. La libertà non è qualcosa di dato, essa è riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto. La spietata disciplina militare spartana non è semplicemente il polo opposto rispetto alla “democrazia liberale” di Atene, ne è la condizione intrinseca, ne getta le fondamenta: il libero soggetto della Ragione può emergere solo attraverso una spietata autodisciplina. La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta alle fragole e una torta al cioccolato; la vera libertà si sovrappone alla necessità, si opera veramente una scelta libera quando la propria scelta inchioda la propria esistenza – lo si fa semplicemente perché “non si può fare altrimenti”. Quando il proprio paese è sotto occupazione straniera e si è chiamati da un leader della resistenza a lottare contro gli occupanti, la ragione che viene data non è: “Sei libero di scegliere”, ma: “Non vedi che questa è l’unica cosa che puoi fare, se vuoi mantenere la tua dignità?” Non è strano che tutti gli egualitaristi radicali del secolo dell’Illuminismo, da Rousseau ai giacobini, immaginassero la Francia repubblicana come la nuova Sparta: c’è un nucleo emancipatore nello spirito spartano di disciplina militare che sopravvive anche quando facciamo astrazione da tutti gli accessori storici della classe dominante spartana, dallo sfruttamento spietato e dal terrore esercitato sui propri schiavi, e così via. Non è strano che, negli anni difficili del “comunismo di guerra”, lo stesso Trotskij chiamasse l’Unione Sovietica una “Sparta proletaria”.

 

Žižek S., In Difesa delle Cause Perse, Ponte alle Grazie, pp. 92-95

Žižek sul fondamentalismo

Trovo che il recente articolo di Žižek sui fatti di Parigi dia una lettura in chiave hegeliana poco convincente e che sia controverso in alcuni punti. Nello specifico:

– non capisco in che modo si possa sostenere che la società liberale produca sistemicamente il fondamentalismo (islamico). Non c’è dubbio che il relativismo assoluto e la precarietà del mondo democratico spinga a cercare punti fermi e valori universali, ma non necessariamente questo si traduce in adesione al fondamentalismo. Il califfato di Al-Baghdadi non è certo un prodotto della società liberale – piuttosto è una reazione al suo universalismo militare. I soggetti possono partecipare a “verità assolute” come ferventi liberali, cattolici, comunisti, musulmani, ecc. ma questo non si traduce per forza in atti violenti contro chi rappresenta l’Altro;

– per salvare i valori liberali, Žižek sostiene che il liberalismo ha bisogno “dell’aiuto fraterno” della sinistra radicale. Una frase del genere sarebbe perfettamente comprensibile in una visione rancieriana della politica, ma non nella versione che ne danno Badiou e lo stesso Žižek. Il senso di quelle righe mi resta assolutamente oscuro;

“Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento”. Politici della risma di Salvini raccattano voti in tutta Europa predicando che l’islam “non è una religione come le altre”; Ferrara vorrebbe radere al suolo il califfato di Al-Baghdadi; Magdi Allam annuncia lo stato di guerra dell’islam contro l’Europa. Questo dovrebbe placare l’ira dei fondamentalisti? O forse ne aumenterebbe i ranghi? È il permissivismo politicamente corretto dell’Occidente che rafforza il fondamentalismo, o forse a farlo è la paura e l’odio indiscriminato per il mondo islamico?

In occasione della festa della donna

“… un Paese che non utilizza tutta la risorsa femminile non è un Paese democratico; non si avvantaggia del 50% dei talenti che ha a disposizione. L’uguaglianza di genere è un diritto, è la cosa giusta e anche quella più efficiente perché comporta crescita della produttività, migliora la situazione economica delle famiglie e le prospettive future dei figli“.

Queste parole* sono state pronunciate da Anna Maria Tarantola, presidente Rai, sul tema della parità di genere. Le trovo particolarmente interessanti perché raramente, in un contesto pubblico e su un tema così delicato, il pensiero ideologico liberal-capitalista si manifesta così apertamente. Solitamente siamo abituati ad ascoltare discorsi retorici e pomposi che tendono a mascherare il punto di vista ideologico, facendo passare l’argomento in questione come qualcosa di universalmente giusto, o neutrale, o addirittura naturale.

Nel caso di Tarantola, a ben vedere, un timido tentativo mistificatorio c’è, quando afferma che l’uguaglianza di genere è un diritto e risponde al criterio di efficienza: per essere coerenti col discorso precedente (le donne sono risorse che abbiamo a disposizione e che dobbiamo utilizzare per la crescita economica) bisognerebbe dire piuttosto che l’uguaglianza di genere è un diritto perché risponde al criterio di efficienza. Questa non è che un’applicazione dello schema generale liberale: qualcosa è un diritto nella misura in cui è utile ed efficiente per il sistema capitalista.

Inoltre, molto significativo è il fatto che a pronunciare queste parole sia stata una donna: la sua battaglia per la parità di genere si traduce nella volontà di farla passare come una risorsa economica da impiegare non meno degli uomini; il che significa che la donna vale quanto l’uomo perché anch’essa può produrre ricchezza. Buona festa della donna.

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* http://www.youtube.com/watch?v=lX_z0t_CKrc&feature=youtu.be&t=23m3s

M5S, Augias e il sessismo: un’analisi

Negli ultimi giorni, una serie di episodi significativi hanno attirato sul Movimento 5 Stelle una pioggia di critiche molto pesanti. Sintentizzando, da una parte c’è Corrado Augias, che lo accusa di “fascismo inconsapevole”; dall’altra ci sono le deputate del Pd nonché la Presidente della Camera, Laura Boldrini, indignate per l’uso di espressioni volgari e sessiste.

Le esatte parole di Augias sono queste: “quello che [i grillini] hanno fatto in questi giorni in parlamento è squadrismo. Si chiama così, è squadrismo”. Da qui, la tesi che i grillini sarebbero “fascisti inconsapevoli”, cioè, ignorando la storia italiana degli anni ’20 e ’30, riproducono passo passo il periodo dell’avvento del fascismo. È curioso notare come lo stesso Augias, pochi secondi prima, aveva denunciato l’eccessiva e mistificatoria semplificazione che risiede nel parlare per slogan (come esempio, cita le espressioni di Di Battista: “questo è un pollo da batteria”, “quello è un condannato”, ecc.); la stessa identica critica può essere rivolta al suo discorso (“questo è squadrismo, quello è fascismo”, ecc.). Le squadracce fasciste infatti erano gruppi paramilitari organizzati per annientare fisicamente i movimenti operai, non gruppi di parlamentari che organizzavano proteste inefficaci in aula (la protesta è stata del tutto inefficace: il provvedimento imu-bankitalia è passato e nel Paese si parla esclusivamente degli insulti sessisti dei grillini; per inciso, l’unico ad usare la violenza è stato un deputato di Scelta Civica e a farne le spese è stata una grillina). Lo squadrismo, in quanto organo del regime fascista, faceva riferimento ad una precisa ideologia e non si è preso la briga di portare avanti battaglie politiche in parlamento. Inoltre, quello stesso narcisismo che Augias ravvisa (a mio avviso correttamente) nel Movimento 5 Stelle può essere ugualmente visto nelle sue dichiarazioni. È come se dicesse “Di Battista non può parlare per slogan senza argomentare le sue tesi; i grillini sono ignoranti e non sanno di essere fascisti, e questo dev’essere vero perché lo dico io, Corrado Augias, che sono un grande intellettuale”. L’argomentazione che dà alla sua affermazione, come abbiamo visto, è sbagliata (che c’entra lo squadrismo con il gruppo dei deputati grillini?), ma questo non è importante, perché l’affermazione assume consistenza esclusivamente per l’autorità della persona che l’ha pronunciata.

Il giorno successivo alle dichiarazioni di Augias, è uscita la notizia di un grillino che ha dato alle fiamme un suo libro; come ci si poteva aspettare, questo episodio ha funzionato come una conferma del fascismo del movimento, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica. Augias ha colto l’occasione al balzo per far notare che si tratta della ripetizione inconsapevole di “un gesto storico”. Il gesto storico è quello del rogo dei libri tipico dell’assolutismo ideologico; ma in questo caso non si tratta di un’istituzione o di un gruppo di fanatici che lo ordina, come è avvenuto per esempio nella Germania nazista. Bruciare un libro di Augias non è la conseguenza di un “passaggio all’atto” politico, ma la detestabile iniziativa di un singolo militante fanatico.

Per quanto riguarda le accuse di sessismo verso alcuni membri del movimento, i grillini si difendono sostenendo che si tratta solo di mera “distrazione di massa” per coprire lo scandalo del decreto imu-bankitalia. Ancora una volta, la tesi può essere rivolta contro chi l’ha formulata: se l’oggetto del problema era il decreto, perché avete spostato il fuoco dell’attenzione sulle donne del Pd? Perché Grillo chiede ai suoi militanti cosa farebbero alla Boldrini? Il sospetto è che il decreto sia solo un pretesto, l’ennesimo, per manifestare la propria superiorità etica. Se vi sono donne al di fuori del m5s, sono prostitute brave nel sesso orale; gli uomini invece sono servi. Sebbene non sia possibile tracciare un’ideologia comune del Movimento che non sia quella della postpolitica, al contrario di quanto sostiene Augias (e altri) riferendosi al fascismo, si riscontra nei grillini una sorprendente omogeneità di linguaggio e di lettura della realtà, quasi certamente una conseguenza della fedeltà alla narrazione del Padrone (il termine qui ha una connotazione prettamente psicanalitica). Tale figura non è necessariamente rappresentata da uno solo, ma certamente Grillo ne ha tutte le caratteristiche. In ogni caso, è dal blog che si stabilisce tutta una serie di nuovi significati che ridefiniscono la percezione di realtà. Ad esempio, “loro sono morti”, frase che Grillo ripete come un mantra, diventa il metro d’azione per chi è in parlamento: “noi facciamo il bene dei cittadini, ma non si può parlare con un morto, non si può scendere a patti con un cadavere, con il niente”. Ecco perché l’insulto è diventato una prassi nel Movimento. Dunque, quando un grillino dà della prostituta ad una deputata, non lo fa in quanto donna, ma in quanto membro del Pd, partito costituito da “infime forme d’essere”. È sbagliato intendere quelle frasi come un insulto a tutte le donne; la discriminazione non è di genere, ma politica. Una situazione analoga è quella del calciatore di colore del Milan, Balotelli. Bersagliato costantemente da fischi e cori offensivi dalle tifoserie avversarie, le autorità hanno subito interpretato questi gesti come razzismo, non accorgendosi di due fatti rilevanti: quelle stesse tifoserie non solo non fischiavano altri giocatori di colore della stessa squadra di Balotelli, ma anzi incitavano quelli presenti nella propria squadra (si è quasi tentati dire che il razzismo sta proprio in chi ha lanciato l’allarme di razzismo: il tifoso si sente libero di fischiare un giocatore a prescindere dalla sua pelle; chi ha denunciato il razzismo, invece, divide i calciatori in bianchi e neri, e stabilisce che quest’ultimi non possono essere fischiati). Allo stesso modo, non bisogna farsi fuorviare dalla bassa esibizione di retorica delle donne indignate di questi giorni (Moretti e Boldrini su tutte); si tratta di pura strategia politica.

Insieme al noto problema del narcisismo del m5s, che relega chi non è con loro ad un piano d’esistenza inferiore, vi è quello del parlamento. Per il Movimento, le decisioni politiche vanno prese sul web tramite una votazione; se si trovano all’opposizione e se, a causa del loro spiccato narcisismo, non possono venire a patti con nessuno, non possono far altro che usare il parlamento per impedire che passino le leggi dei cosiddetti “morti”. Nel caso in cui avessero la maggioranza, invece, il parlamento non servirebbe a nulla se non a ratificare decisioni già prese sul web. In ogni caso, assistiamo ad uno spostamento dell’autorità del parlamento al cosiddetto “sistema operativo 5 stelle” (il luogo virtuale in cui il m5s propone e vota le leggi), il che non è certo cosa da poco. Gli atteggiamenti irrispettosi dei grillini, a prescindere dalle battaglie più o meno giuste che portano avanti, sono anche conseguenti alla destituzione dell’importanza che ricopre la funzione parlamentare. A causa di questo, i grillini vivono una situazione di schizofrenia: il Parlamento non serve, le decisioni si prendono sul blog di Grillo; e tuttavia il Parlamento serve per impedire ai “morti” di legiferare e per ratificare la volontà degli iscritti al Movimento.

Disoccupati o diversamente-occupati: l’economia che verrà

La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.

Così scrive Mauro Gallegati in un suo recente articolo¹. Il vero e più radicale scontro di prospettive si gioca su questo tema, che può essere definito “ideologico”, nonostante vi sia verso questo termine un’idiosincrasia diffusa in quasi tutte le aree del pensiero politico attuale. La spaccatura radicale, che stabilisce il metro dell’azione politica, è fra chi pensa che sia arrivato il momento in cui è necessario reinventare le categorie dell’economia (e quindi della società) e fra chi è ancora fedele alle categorie del capitale. Quest’ultimi, fedeli all’universalità dei concetti di “prodotto interno lordo”, “crescita”, “piena occupazione”, hanno come obiettivo e auspicio l’aumento del prodotto interno nazionale, che passa attraverso la detassazione delle imprese, del lavoro, ma soprattutto attraverso massicci investimenti. Dall’altra parte, diversi studiosi di svariati campi del sapere (filosofi, economisti eretici, sociologi, ecc.) sottolineano le contraddizioni di questo modo di pensare. Non tutti i momenti storici possono essere letti con le stesse categorie economiche, dato che ogni periodo presenta delle peculiarità che lo rendono irripetibile. Nello specifico, vi sono due fattori eminentemente centrali per questa discussione, cioè sviluppo tecnologico e degrado ambientale (in ogni sua forma), che impongono nuove letture e aprono nuove prospettive per il futuro. Se da un lato risuonano numerosi allarmi sulla situazione biologica e atmosferica planetaria², dall’altro è innegabile che, come sostiene lo stesso Gallegati, l’uso crescente di automazioni e tecnologie nelle industrie ha “liberato” una grande quantità di manodopera non più necessaria. La soluzione di aumentare gli investimenti per allargare la produzione e quindi riassorbire la disoccupazione è impraticabile per vari motivi: la logica vuole che si producesse ciò che è necessario per vivere, mentre così si dovrebbe produrre qualcosa solo per impiegare manodopera; l’emergenza ambientale impone di consumare meno risorse possibili; ma soprattutto, questa pratica porterà inevitabilmente ad un eccesso di offerta, il che significa ancora crisi, licenziamenti, disoccupazione³.

Bisogna prendere atto che si sta entrando in una nuova era, quella del tempo libero:

Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali.

Non si può più misurare il benessere con il pil. Non è più necessario aumentare il prodotto interno, e la situazione ambientale nemmeno ce lo permette più. La verità, difficile da digerire, è che il problema della disoccupazione è irrisolvibile dal punto di vista del capitalismo classico; anzi, è il capitalismo che inevitabilmente la riproduce.

Le questioni della sospensione dell’imu e del punto percentuale di iva, su cui sembrano decidersi le sorti del governo e dell’intero Paese, sono assolutamente innocue rispetto alla disfatta economica che si prospetta. Si tratta di misure che il governo prende per far vivacchiare i cittadini (e per avere qualcosa da rivendicare in campagna elettorale) in attesa della “ripresa nel 2014”. È superfluo ricordare che la “ripresa” è stata annunciata, nell’ordine, da Berlusconi nel 2011, da Monti nel 2012 e poi nel 2013, e ora da Letta nel 2014. Su questi temi, al netto di accordi e favori reciproci, centrodestra e centrosinistra sono assolutamente indistinguibili, in quanto attori di un’ideologia in rovina che agiscono nel sistema e non sul sistema.

1. L’economia che verrà. Benessere e non pil ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-economia-che-verra.-Benessere-e-non-Pil-20295 )

2. Ad esempio: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/clima/2010/04/20/news/riscaldamento_globale_un_breve_decalogo-8893/

3. Esemplare è il caso Fiat: finché ha avuto sovvenzioni statali gli stabilimenti sono rimasti in funzione; ora, minaccia di chiudere ( http://www.uilmpotenza.it/finanziamenti_statali_fiat.html )