Magic in the Moonlight – Woody Allen (2014)

Nella nuova commedia di Allen, oltre alla solita e banale tesi sull’amore (è qualcosa di misterioso, che sfugge alla previsione e alla ragione, ecc.) c’è qualcosa di molto più interessante e sottile, ossia il rapporto tra illusione, realtà e senso.

Stanley Crowford è il più grande illusionista del mondo, noto al pubblico col nome di Wei Ling Soo; è un uomo profondamente disilluso, ateo, nichilista, depresso, solitario, esasperatamente razionale, la cui grande passione, oltre a quella di inventare nuovi trucchi, è smascherare medium e altri ciarlatani del genere. Questo suo accanimento nasconde una grande speranza nell’esistenza dell’aldilà e di un senso ultimo della vita, nonostante professi di credere che “esiste solo ciò che possiamo vedere con gli occhi” e che la vita è totalmente priva di senso. Crawford, da illusionista, sa meglio di chiunque altro che le credenze religiose, proprio come la magia, sono soltanto illusioni dietro le quali non c’è niente, che funzionano solo se si ignora il meccanismo che le sorregge.

Dopo uno spettacolo a Berlino (siamo nel 1928) viene ingaggiato da un suo amico d’infanzia, anch’egli illusionista, per smascherare una bellissima sensitiva, Sophie, che stava truffando un’anziana e ricchissima signora francese. Tuttavia, non solo non riesce a smascherarla, ma lui stesso resta sopraffatto dalle capacità paranormali della ragazza a tal punto da ammettere pubblicamente di essersi sbagliato e di aver trovato la prova dell’esistenza dell’aldilà. Da quel momento, Crawford inizia una nuova vita e sembra essere molto felice nei momenti passati insieme a Sophie. Il cielo stellato, che prima gli appariva spaventoso, diventa ora “romantico”. Si tratta però di un periodo piuttosto breve: a causa di uno spiacevole evento, Crawford torna l’uomo cinico di sempre e, finalmente, scopre il trucco di Sophie. Malgrado ciò, se ne innamora e decide di sposarla.

Sebbene citi spesso Nietzsche, Stanley Crawford assomiglia al Kant della Critica della Ragion Pura: la sua ostentazione nichilista (non c’è un senso nelle cose, non esiste nessuna potenza al di sopra della natura, ecc.) va tuttavia insieme a ciò che lo spinge a cercare di continuo tra i medium, cioè alla fortissima speranza che dietro “all’illusione” ci sia qualcosa di vero, una Cosa (in sé) che comunichi la sua presenza nel fenomeno (magico). Nell’incontro con Sophie, Crawford trova finalmente avverata la sua speranza, salvo poi scoprire di essere stato egli stesso vittima di un trucco; perché allora si abbandona all’amore per una medium imbrogliona (categoria che aveva sempre altezzosamente disprezzato) a tal punto da sposarla? Le risposte sono almeno due: la prima, perché Crawford non è mai veramente stato vittima dei trucchi da medium, bensì di un’illusione molto più grande e complessa di cui non conosce i meccanismi, l’amore; la seconda, più interessante, perché Crawford capisce che la Cosa (in sé) che andava affannosamente cercando, “guardando dietro” ogni magia, consiste in realtà nell’illusione stessa. Crawford, in altri termini, ha finalmente compreso che il senso della vita non risiede nello spazio vuoto “dietro” la realtà (il Nulla del nichilismo), ma nel fantasma di ciò che occupa quello spazio. Ciò che Crawford scopre è che, in ultima analisi, il senso della vita è una chimera, un’illusione, non esiste, e tuttavia è ciò che anima la realtà e orienta le nostre vite.

Blue Jasmine – Allen (2013)

Dopo le perplessità destate dalle ultime pellicole, Woody Allen torna a fare sul serio con Blue Jasmine. È la storia drammatica di due sorelle, Jeanette e Ginger, entrambe adottate e con vite completamente diverse. Jeanette sposa un facoltosissimo uomo d’affari di New York, Hal; Ginger invece, sposata con un modesto operaio e madre di due figli, conduce una vita molto più umile e complicata. Jeanette vive come una dea, tra feste di lusso, abiti firmati, gioelli e piscine; sa che i soldi del marito provengono da speculazioni finanziarie illegali, ma preferisce girarsi dall’altra parte. Particolare non irrilevante, rifiuta il suo nome di battesimo, che giudica troppo volgare per la vita mondana che conduce, e si fa chiamare Jasmine. L’incantesimo in cui vive Jasmine finisce quando scopre che il marito vuole lasciarla per un’altra donna più giovane di lei. In preda ad un attacco nervoso, denuncia Hal per frode all’FBI. Verrà arrestato e si suiciderà in prigione. Jasmine perde tutto e si trasferisce temporaneamente nell’appartamento della sorella a San Francisco, che nel frattempo aveva divorziato ed era sul punto di risposarsi. Jasmine tenta in tutti i modi di ricominciare una nuova vita ma è continuamente ossessionata dai fantasmi del suo passato; giudica il lavoro troppo umiliante per lei, è dipendente dall’alcol e dai farmaci e non riesce ad accettare di essere scesa così in basso nella piramide sociale. Tutti i suoi sforzi si concentrano nel cercare di ricostruire la sua precedente vita vissuta fra gli uomini più ricchi della società, ma fallisce e sprofonda definitivamente nella malattia mentale: incapace di accettare la realtà della sua condizione, si chiude irrimediabilmente nel guscio dei suoi ricordi e delle sue illusioni.

È vero che si tratta di un film che va oltre la crisi economica per denunciare quella antropologica; ma non si può far finta di non vedere anche una critica all’ideologia liberale e ai modelli che essa porta con sé. Jeanette ha sempre avuto un’ossessione, l’ossessione di essere Jasmine. Jasmine è il desiderio di essere al vertice della società, di poter disporre degli altri e di non doverne vedere la sofferenza. Ma questa vita è un’illusione, un incantesimo. Tutto è falso, tutto è inganno: il suo nome, il suo matrimonio (Hal aveva moltissime amanti), gli affari (illeciti), le civetterie, persino suo figlio (adottato). Quando la sua vita con Hal si frantuma, lei diventa schizofrenica; la parte autentica di se stessa tenta di emergere (si veda il lavoro dal dentista e il corso di computer) ma Jasmine è troppo forte e alla fine vince. In un atto di follia, cancella il suo trauma e reinventa il suo passato, tentando di ricostruire la sua vecchia vita con un ricchissimo funzionario vedovo. Ma la realtà le ricadrà addosso più forte che mai e questo sarà per lei il colpo finale.

Certamente si tratta di un dramma psicologico, ma le sue cause risiedono nel meccanismo ideologico perverso che regola le nostre vite. L’ideologia, come Allen tenta di dirci con questo film, non è qualcosa che resta confinato nella sfera politica; essa, quando trionfa, pervade tutta la realtà, compresa la nostra mente, il nostro modo di vedere, i nostri sentimenti. La vicenda di Ginger ne è testimone: Jasmine giudica malissimo il nuovo fidanzato della sorella, rozzo e squattrinato; si sarebbe meritata qualcosa di meglio, qualcuno che la potesse tirare fuori da quel “buco” del suo appartamento. Così ad una festa d’elite Ginger si invaghisce di un uomo, un tecnico del suono, molto più raffinato e ricco del suo fidanzato, che decide di lasciare. I due hanno una breve storia che finisce male: Ginger scopre che tutte quelle lusinghe, quelle raffinatezze, quei regali, erano inganni. Quell’uomo era già sposato.

Concludo con una breve nota: alcune scene di follia di Jasmine, in particolare quelle in cui cerca di riportare in vita il suo passato, sembrano citazioni della follia di Scottie Ferguson in Vertigo – La donna che visse due volte, in cui egli, incapace di accettare la realtà, tenta di plasmare la sua nuova amante Judy ad immagine e somiglianza della defunta Madeleine.