Valentina Nappi, ovvero il conformismo della trasgressione

Quando ho ascoltato l’intervento di Valentina Nappi al festival “Popsophia” ( http://vimeo.com/45786035 ), ho visto in lei la sovrapposizione di due noti personaggi del cinema recente: Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street e Joe di Nymphomaniac. Sebbene Valentina Nappi neghi apertamente di essere ninfomane, pare innegabile la sua abnorme ricerca di partner sessuali (ricordo la sua proposta di fare un’orgia insieme a tutti i suoi fan). Ma la sua somiglianza con Joe non sta tanto in questo, quanto nel fatto che non tollera l’inibizione. Valentina Nappi, esattamente come Joe, considera falso e ipocrita tutto ciò che non è espressione diretta di una pulsione. La dimensione dell’autentico, della nuda essenza umana, è la pulsione liberata dai feticci culturali, dalla Legge del Padre, dai “millenari valori” che risplendono sulle scaglie dorate del drago della morale, per citare un filosofo caro alla Nappi. Dall’intervista a Popsophia si può notare che anche lei, come Joe, si sente minacciata dalla “polizia etica della società” (Joe a ragione, lei a torto), per il fatto di essere “trasgressiva”, nemica della cultura e del comune senso del pudore. L’altra somiglianza, quella con Jordan Belfort, sta nel rappresentare l’icona del capitalismo contemporaneo nella forma della continua ricerca del godimento illimitato. Valentina Nappi colleziona una serie numerosissima di oggetti di godimento che vengono usati non solo in successione ma anche contemporaneamente (è il caso delle orge). Chi le sta vicino gode del suo godimento, in grado diverso: nel caso di Belfort, i suoi colleghi si drogano e si divertono insieme a lui; nel caso dell’attrice porno, i colleghi godono nell’atto sessuale e gli spettatori godono del proprio immaginario attraverso l’osservazione dei suoi atti sessuali (ognuno sceglie il porno che preferisce, nel senso che ognuno seleziona quale prodotto pornografico mette meglio in scena i fantasmi che animano il proprio inconscio). I due personaggi dovrebbero essere agli antipodi, l’uno come rappresentante dei meccanismi razionali e impersonali dei macrosistemi economici, l’altra come l’abisso della patologia sessuale. In realtà, non solo nessuno dei due corrisponde alle definizioni date, ma anzi coincidono, sono due modi di una stessa sostanza.

A questo discorso si possono fare alcune considerazioni. La prima: perché l’uomo autentico è quello che libera incondizionatamente le sue pulsioni? Non si può parlare di “uomo” senza il concetto di “cultura”. La cultura è ciò che stabilisce le regole grazie alle quali una società può durare nel tempo; fra queste regole, c’è il senso del pudore. Fare una battaglia al senso del pudore per liberare la sessualità poteva significare, fino a qualche decennio fa, combattere il sistema ideologico borghese; oggi, invece, si tratta di una finta battaglia, peraltro terminata con la vittoria del capitalismo, che ha masticato e digerito anche quest’istanza proveniente dalle rivendicazioni libertarie sessantottine. L’etica borghese e la cultura capitalista hanno trasformato la trasgressione sessuale in un prodotto commerciale. Ecco perché sopra ho scritto che la Joe di Von Trier ha pieno diritto di sentirsi vittima della “polizia etica della società” mentre Valentina Nappi no: quest’ultima è di professione una pornostar, è un’imprenditrice del suo corpo, la sua presunta trasgressione è in realtà perfettamente integrata nel sistema e trasformata in merce. Del resto, se davvero Valentina Nappi avesse avuto qualcosa di sovversivo, non l’avrebbero invitata a Popsophia, insieme a Pupo e Giobbe Covatta; si tratta di un sintomo del fatto che il potenziale sovversivo della trasgressione sessuale è nullo.

L’altra considerazione riguarda l’etica. Valentina Nappi dice di avere una morale diversa da quella che ci viene imposta dalla società. La differenza consiste nel fatto che lei ha accettato in toto le sue pulsioni e le vive in maniera immediata, mentre gli altri le reprimono. A me pare invece che Valentina Nappi sia quella che più di molti altri abbia incarnato l’etica imposta dalla società. Per tornare a Nietzsche, il drago della morale contemporanea non si chiama più “tu devi”, ma “tu godi”. L’ultima maschera indossata dal capitalismo è quella della liberazione dalla castrazione, della fine della Legge del Padre, dell’esortazione a cedere sempre al desiderio, della ricerca del godimento illimitato. In questo senso, Valentina Nappi rappresenta il massimo esponente del conformismo contemporaneo. Lo stupore dei presenti nella sala di Popsophia non derivava dallo scontro fra due etiche diverse, ma dal fatto che lei incarna in maniera esemplare ciò che gli altri sono ancora in maniera imperfetta.

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Disoccupati o diversamente-occupati: l’economia che verrà

La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.

Così scrive Mauro Gallegati in un suo recente articolo¹. Il vero e più radicale scontro di prospettive si gioca su questo tema, che può essere definito “ideologico”, nonostante vi sia verso questo termine un’idiosincrasia diffusa in quasi tutte le aree del pensiero politico attuale. La spaccatura radicale, che stabilisce il metro dell’azione politica, è fra chi pensa che sia arrivato il momento in cui è necessario reinventare le categorie dell’economia (e quindi della società) e fra chi è ancora fedele alle categorie del capitale. Quest’ultimi, fedeli all’universalità dei concetti di “prodotto interno lordo”, “crescita”, “piena occupazione”, hanno come obiettivo e auspicio l’aumento del prodotto interno nazionale, che passa attraverso la detassazione delle imprese, del lavoro, ma soprattutto attraverso massicci investimenti. Dall’altra parte, diversi studiosi di svariati campi del sapere (filosofi, economisti eretici, sociologi, ecc.) sottolineano le contraddizioni di questo modo di pensare. Non tutti i momenti storici possono essere letti con le stesse categorie economiche, dato che ogni periodo presenta delle peculiarità che lo rendono irripetibile. Nello specifico, vi sono due fattori eminentemente centrali per questa discussione, cioè sviluppo tecnologico e degrado ambientale (in ogni sua forma), che impongono nuove letture e aprono nuove prospettive per il futuro. Se da un lato risuonano numerosi allarmi sulla situazione biologica e atmosferica planetaria², dall’altro è innegabile che, come sostiene lo stesso Gallegati, l’uso crescente di automazioni e tecnologie nelle industrie ha “liberato” una grande quantità di manodopera non più necessaria. La soluzione di aumentare gli investimenti per allargare la produzione e quindi riassorbire la disoccupazione è impraticabile per vari motivi: la logica vuole che si producesse ciò che è necessario per vivere, mentre così si dovrebbe produrre qualcosa solo per impiegare manodopera; l’emergenza ambientale impone di consumare meno risorse possibili; ma soprattutto, questa pratica porterà inevitabilmente ad un eccesso di offerta, il che significa ancora crisi, licenziamenti, disoccupazione³.

Bisogna prendere atto che si sta entrando in una nuova era, quella del tempo libero:

Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali.

Non si può più misurare il benessere con il pil. Non è più necessario aumentare il prodotto interno, e la situazione ambientale nemmeno ce lo permette più. La verità, difficile da digerire, è che il problema della disoccupazione è irrisolvibile dal punto di vista del capitalismo classico; anzi, è il capitalismo che inevitabilmente la riproduce.

Le questioni della sospensione dell’imu e del punto percentuale di iva, su cui sembrano decidersi le sorti del governo e dell’intero Paese, sono assolutamente innocue rispetto alla disfatta economica che si prospetta. Si tratta di misure che il governo prende per far vivacchiare i cittadini (e per avere qualcosa da rivendicare in campagna elettorale) in attesa della “ripresa nel 2014”. È superfluo ricordare che la “ripresa” è stata annunciata, nell’ordine, da Berlusconi nel 2011, da Monti nel 2012 e poi nel 2013, e ora da Letta nel 2014. Su questi temi, al netto di accordi e favori reciproci, centrodestra e centrosinistra sono assolutamente indistinguibili, in quanto attori di un’ideologia in rovina che agiscono nel sistema e non sul sistema.

1. L’economia che verrà. Benessere e non pil ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-economia-che-verra.-Benessere-e-non-Pil-20295 )

2. Ad esempio: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/clima/2010/04/20/news/riscaldamento_globale_un_breve_decalogo-8893/

3. Esemplare è il caso Fiat: finché ha avuto sovvenzioni statali gli stabilimenti sono rimasti in funzione; ora, minaccia di chiudere ( http://www.uilmpotenza.it/finanziamenti_statali_fiat.html )

La maschera della tolleranza e la violenza sistemica

In questi giorni, circa 500 braccianti agricoli africani si sono stabiliti in un campo abusivo a Saluzzo per la raccolta della frutta. Precedentemente erano stati cacciati dalle autorità, ma vi hanno fatto ritorno, allacciandosi alla rete idrica comunale per far fronte al caldo torrido di agosto. Il comune ha prontamente tolto l’acqua al campo; ma, dopo una decisa protesta degli africani, ha concesso loro una fontana per bere (vietando di usarla per lavarsi o per pulire oggetti).

La reazione alla vicenda è stata la tipica indignazione per l’ostentazione di un’oscenità, lo scandalo creato dalla messa in mostra di ciò che doveva restare coperto. La manifestazione degli africani ha reso visibile qualcosa che si trovava nel “rimosso”, nell’invisibile. Il contenuto rimosso dell’Occidente è la necessità della povertà del terzo e quarto mondo al fine di mantenere un livello di alto benessere. Come sanno gli psicanalisti o quelli che conoscono i principi generali della materia, mettere il paziente di fronte al suo contenuto rimosso provoca una reazione di disagio, fastidio, repulsione, negazione. Sono state proprio queste le sensazioni avute da alcuni degli abitanti di Saluzzo che si sono trovati di fronte alla manifestazione. Il quotidiano online della provincia di Cuneo “targatocn.it” ha pubblicato una lettera di uno di loro, con il titolo “Il profondo senso di fastidio di un saluzzese per l’occupazione della rotonda (e gli insulti) da parte dei migranti”.

Il testo esordisce con il classico velo di ipocrisia, la negazione preventiva di razzismo, l’implicita dichiarazione d’amore verso il regime del puro e ingenuo ideale liberale:

Da sempre ritengo che ogni essere umano di buona volontà e di buoni costumi debba esser ben accolto in Italia

Poi, la vera e propria dichiarazione di razzismo:

Transitando nel tratto di strada appena richiamato però il sentire “Italia Razzista”, “Italiani Merda” e “Fuck You”… pronunciato da alcuni (non pochi ahimè) di questi, che mi sia permesso non posso considerare manifestanti, mi ha veramente urtato.

Spero le forze dell’ordine siano intervenute, personalmente, pur essendo le frasi indirizzate anche al sottoscritto, come a molti altri passanti “non di colore”, non ho ritenuto di far identificare i soggetti e querelare i medesimi, pur essendovene gli estremi…

Mi chiedo se sia civile un paese come il nostro, o semplicemente debole, per non dire stupido, quanti di noi (pur sperando che tali comportamenti all’estero i nostri connazionali li evitino se non altro per maggior senso di educazione) si sarebbero potuti permettere un simile comportamento in uno degli stati da dove queste persone provengono? Se non una reciprocità totale, essendo sicuramente lo sviluppo delle diverse nazioni non omogeneo, almeno l’esigere rispetto per il paese che “Ti ospita” credo sia un atto dovuto.

I manifestanti non sono considerati tali, perché non hanno il diritto di essere arrabbiati né di usare violenza verbale. Eppure, bisognerebbe notare che il costante sforzo della comunità locale per rimuovere (in tutti i sensi) gli africani ha fatto dell’esplosione rabbiosa l’unico modo per raggiungere il piano della visibilità. È con l’occupazione della rotonda che hanno potuto dire “ci siamo anche noi, abbiamo la nostra dignità”; il fastidio di alcuni cittadini è la prova della presenza di un nuovo soggetto, che occupa spazio e reclama un suo diritto (in questo caso, quello dell’acqua).

L’argomentazione della “mancata reciprocità” è tipica del razzismo: se un tale comportamento, tenuto da alcuni italiani in uno dei loro stati, non è tollerato, perché noi dovremmo tollerare le loro intemperanze a casa nostra? Se lo facciamo, dimostriamo di essere una civiltà superiore; se non lo facciamo, siamo quantomeno nel giusto (della legge del taglione). Questa argomentazione potrebbe avere un senso se le condizioni di partenza dei gruppi in questione fossero uguali. Ma è ovvio che non è così: gli italiani non manifesteranno mai in Namibia per avere dell’acqua; al contrario, la povertà estrema di alcuni immigrati è una condizione sufficiente per venire a reclamare dell’acqua in Italia, senza dimenticare il fatto che il nostro tenore di vita è possibile grazie allo stato di povertà in cui si trova 2/3 del pianeta. Quindi, prima di esigere rispetto per il paese che ospita, ci si dovrebbe preoccupare di garantire il rispetto per la dignità delle persone, a partire dall’acqua.

Sarebbe bene pertanto che queste persone ( sia i manifestanti che quegli altri) prima di pretendere dall’Italia casa e soldi, provassero ad offrire qualcosa alla nostra nazione…

Riterrei giusto fossero puniti coloro che approfittano della situazione di certi immigrati, sicuramente soggetti deboli, almeno nel periodo iniziale della permanenza in Italia, ma al contempo che fossero allontanati, con provvedimenti certi ed efficaci, tutti coloro che in Italia son giunti, non per lavorare, ma per cercare di esser “assistiti” o peggio per vivere (volontariamente) ai margini della società!

In queste righe è condensato l’ottimo risultato raggiunto dalla mistificazione ideologica liberalista: la richiesta di usufruire dell’acqua pubblica da parte di regolari immigrati africani, impiegati come forza lavoro nei campi, diventa la pretesa di “casa e soldi” di chi non offre niente alla nazione; l’intenzione di diventare a pieno titolo soggetti portatori di diritti viene ideologicamente distorta e tradotta nell’intenzione di “vivere volontariamente ai margini”. Sono questi gli occhiali deformanti con cui gli europei giudicano la propria società.

Il corrispettivo visibile di questa oscenità venuta fastidiosamente alla luce è l’indignazione pubblica per le discriminazioni etniche: dalla solidarietà al ministro Kyenge per i comportamenti di alcuni esponenti della Lega Nord all’indignazione per i cori razzisti negli stadi, un velo di retorica ipocrita nasconde il razzismo brutale che regge le fondamenta del benessere capitalista. Da un lato si penalizza chi insulta il nero, dall’altro si chiude il rubinetto dell’acqua in pieno agosto a dei lavoratori africani senza alloggio, cercando di allontanarli il più possibile dal terreno dell’esistente. Rendendo invisibile la violenza strutturale, di sistema, e condannando pubblicamente la violenza “soggettiva” (l’intolleranza di alcuni tifosi, gli insulti razzisti di singoli individui, ecc.), l’attuale società capitalista può farsi accettabile e può perfino assumere l’aspetto (profondamente illusorio) del pacifismo, della tolleranza e dell’uguaglianza, mistificando così l’inconfessabile verità: le esplosioni di violenza “soggettiva” sono un prodotto dello stesso sistema che le condanna.

Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?