La porta dell’Inferno sul Monte Sibilla

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Forse perché, in origine, era sede del culto pagano della dea Cibele, o forse perché la superstizione popolare, unita a un periodo storico non particolarmente brillante sotto il profilo culturale, diventa vivida e fervida d’immaginazione, la grotta nella foto (oggi inaccessibile) è secondo la leggenda l’ingresso al regno demoniaco della Sibilla.
La Sibilla, conosciuta anche col nome di Venus, Alcina o Donna Herodiades, conserva ancora il retaggio arcaico della virtù oracolare, ma, dopo una pesante revisione cristiana del mito, assume i caratteri di una strega corrutrice di anime. Essa tenta i cavalieri che si presentano al suo cospetto con tutti i sette i peccati capitali (come si legge ad esempio nel romanzo di Andrea da Barberino), ma la lussuria è quello con cui maggiormente la si identifica.
Alcuni fanno coincidere la figura della Sibilla appenninica con quella della Sibilla cumana cantata nell’Eneide da Virgilio, trasferitasi successivamente nella grotta vicina al lago di Pilato, anch’esso oggetto di tenebrose leggende e che condivide con la Sibilla la fama di luogo demoniaco.
Allo stesso mito appenninico appartiene il Tannhäuser, leggenda tedesca musicata dal Wagner.

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La cima del Monte Sibilla (2173 m.) con la sua particolare forma a “corona”

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Cortocircuito evolutivo-tecnologico

 

L’Occidente ha una antichissima e affascinante tradizione di pensiero che comincia con la riflessione sugli elementi naturali. Certo, nell’antica Grecia non era stato ancora elaborato il metodo scientifico, ma molte sono state le intuizioni sulla natura delle cose e le leggi che le governa. Poi, dopo un lungo periodo paludoso sotto questo profilo, è arrivata l’era del pensiero induttivo e del metodo scientifico, il quale ci ha fatto dono, in circa quattro secoli, di inimmaginabili tecnologie e di enormi passi avanti in campo medico. Tutte queste cose, in un modo o nell’altro, sono state donate al mondo, hanno investito, facilitato e cambiato radicalmente la vita di tutti, e proprio qui arriva la cosa interessante: molti usano queste tecnologie per dire cose che contraddicono (direttamente o indirettamente) il pensiero su cui si fonda il loro funzionamento (la Terra è piatta, i vaccini sono dannosi, gli aerei spargono scie chimiche, i terremoti sono artificiali, l’universo è geocentrico, i dinosauri non sono mai esistiti, ecc.).

Quindi, al di là dell’immenso e freddo Vuoto che si percepisce dietro alla storia dell’umanità (accompagnato forse soltanto da un perverso senso dell’umorismo), siamo costretti a riconoscere che gli agi in cui sono immerse le nostre vite non vanno di pari passo con l’evoluzione biologica e culturale della nostra specie. Se date un tablet a una rana cercherà di leccare gli insetti che compaiono sullo schermo, se lo date a un umano mediamente scriverà le cose di cui sopra. Non ci sono differenze.

Perché tanti complottismi, bufale e pseudoscienze?

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Siamo nell’era della “post-verità”, dicono in molti: il criterio del vero non è più il fatto accertato, ma una certa componente istintuale-emozionale legata a uno specifico contenuto. I grandi megafoni di questa post-verità sarebbero i social, Facebook su tutti, dove circolano incontrollate centinaia e centinaia di bufale scambiate per notizie vere da molti utenti.

La mia idea è che il fenomeno può essere spiegato in modo diverso, senza l’uso di neologismi, e che il mutamento riguarda solo la postura delle masse di fronte alle molteplici narrazioni (in senso lyotardiano) post-moderne, non i criteri di verità in sé.

I meccanismi che causano tanta credulità nei soggetti sono numerosi e ben noti alla psicologia dei processi cognitivi, che li ha studiati e catalogati. Il più importante tra questi è sicuramente la cosiddetta “tendenza al controllo positivo”: sinteticamente, è un errore molto frequente che occorre quando si decide la verità di un’ipotesi in base alla verità di una sua conseguenza. Facciamo un esempio pratico realmente accaduto: il magnetismo di una valvola di Ighina (una spirale metallica alta circa due metri) implica lo smorzamento di ogni terremoto entro un certo raggio. Per verificare quest’ipotesi, in molti sono incappati nel seguente errore deduttivo: “se il terremoto risulta effettivamente smorzato, allora la valvola di Ighina funziona”, invertendo così l’implicazione originale. Dato che il terremoto in quell’area ha realmente apportato minori danni rispetto a zone limitrofe, in molti hanno erroneamente concluso che la valvola di Ighina funziona. Il modo corretto di verificare l’ipotesi, invece, è il seguente: “se la valvola non è presente, il terremoto risulta lo stesso smorzato?”; l’implicazione quindi viene controllata verificando se dalla negazione dell’antecedente risulta comunque la verità del conseguente. Nel caso in questione la risposta è affermativa: lo smorzamento dei terremoti avviene comunque ed è dovuto non alla valvola ma a particolari condizioni del sottosuolo (l’ipotesi è falsificata).

Altro tipo di errore comune nei processi cognitivi è il “my side bias”, che consiste nel prendere in considerazione solo le informazioni che servono a confermare ciò di cui si è già convinti, ignorando quelle contrarie. Continuando con l’esempio precedente, alcune figure professionali competenti in materia hanno tentato di fornire informazioni tecniche che spiegavano sia l’impossibilità del funzionamento della valvola sia il motivo dell’effetto “soft” dei terremoti nella zona (composizione del sottosuolo); coloro che erano convinti del funzionamento della valvola hanno completamente ignorato quelle informazioni, portando avanti con ancora più forza i dati che dimostravano l’assenza di danni durante gli ultimi eventi sismici.

Ci sono poi molti altri tipi di errori conosciuti, come la persistenza delle convinzioni, l’effetto primacy, ecc., ma non saranno trattati per brevità. Quello che è stato detto fin qui è sufficiente per concludere che il fenomeno descritto con l’etichetta di “post-verità” non è nuovo e che consiste esclusivamente in diffusissimi errori di ragionamento amplificati dalla rete, nella quale si ha accesso ad ogni tipo di informazione (non importa se vera o falsa) al fine di confermare ulteriormente una convinzione pregressa, qualsiasi essa sia.

Sui criteri di verità, invece, possiamo prendere come riferimento il commento di Facebook nell’immagine iniziale, che ritengo essere il Manifesto di tutta la subcultura e le pseudoconoscenze che si possono trovare su internet e non solo. L’università “inculca dogmi” e ottunde la mente. Com’è possibile che un luogo simbolo della cultura e del progresso scientifico sia descritto in questo modo nell’immaginario di molti individui?

Per rispondere a questa domanda possiamo fare un’analogia con l’antica Grecia e chiederci, insieme a Paul Veyne: i greci hanno creduto ai loro miti? La risposta a questa domanda è molto articolata e cambia nel corso dei secoli, ma nel libro si trova un breve passo che può dirci molto sull’argomento che stiamo affrontando:

Il mito aveva un contenuto che era collocato in una temporalità nobile e platonica, così estranea all’esperienza individuale ed ai suoi interessi quanto lo sarebbero state frasi ministeriali o teorie esoteriche imparate a scuola e credute sulla parola; il mito era del resto un’informazione appresa basandosi sulla fede di altri. Da questo derivano due conseguenze. Dapprima, una specie di indifferenza letargica o per lo meno di esitazione di fronte alla verità e alla finzione, poi, una rivolta, che questa dipendenza finirà per suscitare: si vorrà giudicare su tutto da sé, secondo la propria esperienza, e proprio questo sarà il principio delle cose attuali che porterà a misurare il meraviglioso con la realtà quotidiana ed a passare ad altre modalità.1

Se sostituiamo il mito con le narrazioni scientifiche post-moderne, otteniamo un risultato molto interessante: dapprima, coloro che non fanno parte dell’orbita accademica (da dove discendono tutte le conoscenze scientifiche trasmesse alle masse) sono in rapporto di dipendenza, costretti a fidarsi delle informazioni ricevute da altri; segue un periodo di indifferenza letargica accompagnata da esitazione; infine, la dipendenza esplode in una rivolta, in cui ognuno vuole giudicare “da sé, secondo la propria esperienza” quotidiana. Questo implica, coerentemente con quanto leggiamo nel commento dell’immagine e, più in generale, con i presupposti impliciti di ogni teoria o conoscenza “alternativa”, che viene rivalutata l’esperienza diretta dei singoli a scapito dei metodi codificati di ricerca. Le conoscenze vanno ricostruite da zero dalla gente comune: ecco che rispuntano fuori tentativi maldestri ma molto significativi di curare i pazienti in modo “naturale” e non nocivo per l’organismo (ma che possono portare alla morte); strane teorie per dimostrare che la terra è piatta, o un meno complicato ritorno al geocentrismo; metodi per prevedere terremoti; divertenti tentativi di far passare Venere per una stella o un corpo luminoso senza massa; e così via (c’è persino gente che crede di poter influenzare la configurazione dell’acqua o la crescita del riso con il turpiloquio). Il criterio di verità è e resta l’evidenza fattuale; quello che sta scemando velocemente è la fiducia in ciò che viene trasmesso attraverso un rapporto di subordinazione, aprendo la strada ai più svariati errori di metodo che, unitamente agli errori dei processi di ragionamento di cui si è parlato sopra, danno vita alle più bizzarre teorie sull’uomo, sul mondo e sull’universo. Non solo: questo crescente processo di sfiducia per tutto ciò che “viene dall’alto” è esteso anche all’ambito politico.

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Note:

  1. P. Veyne, I Greci Hanno Creduto ai loro Miti?, il Mulino, p. 43.

Appunti e riflessioni sul libro primo de “La Gaia Scienza”

“Forse anche per il riso c’è un futuro, quando l’umanità avrà incorporato il principio secondo il quale <la specie è tutto, uno è sempre nessuno> e a ciascuno sarà aperto in ogni momento l’accesso a questa ultima liberazione e irresponsabilità.”

Cos’è la “gaia scienza” – Ecco la scienza nietzscheiana: “la specie è tutto, l’uno è niente”. Ricorda, per certi versi, la sentenza di Maimonide: “ogni ignorante immagina che l’esistenza intera sia in funzione della propria individualità” (Guida dei Perplessi). L’umanità, tranne pochi “vati” (com’era o come riteneva di essere Nietzsche), vive ancora nella condizione d’ignoranza di questo precetto fondamentale. Per Maimonide, l’individuo ha senso solo nel disegno generale di Dio, unico vero fine di tutto l’esistente; per Nietzsche, ogni uomo è teleologicamente ordinato secondo la perpetuazione della specie: essa ha il suo fine in sé stessa, ovvero non ha un fine. Soltanto quando potrà accedere a questa “scienza”, quando guarderà nell’abisso che sta al fondo delle cose, si libererà da tutti i gioghi posticci che si è imposto e che gli sono stati imposti (la morale, la cultura, la religione), capirà di non avere altra dignità se non quella di ingranaggio dell’imponente ed infallibile “macchina” naturale e riderà della sua nullità.
Il tema del riso – Il riso “procede da tutta la verità”: ciò che segue dalla gaia scienza è l’irresponsabilità radicale dei singoli, il “ridere di se stessi” e il farsi beffe dell’esistenza. Esistenza che Nietzsche definisce così: “impulso, istinto, assurdità, assenza di fondamento”.
Sul concetto di specie – Dato che l’esistere stesso è un non-senso, come è possibile perpetrare la specie se non rivestendola di abiti morali, teologici e teleologici artefatti? Coloro che dicono di prendersi cura dello spirito, i predicatori della morale, non sono altro che portatori di menzogna; non di meno, sono funzionali alla conservazione della specie – ne sono gli stilisti. Infatti, ecco un altro punto cardine de “La Gaia Scienza”: tutto ciò che gli uomini sono portati a fare per loro natura è funzionale alla conservazione della specie. Dato che “non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali di fenomeni”, anche le azioni considerate riprovevoli e malvagie contribuiscono alla sopravvivenza della specie; l’uomo “dannoso” conserva e tramanda istinti senza i quali l’umanità si sarebbe probabilmente estinta. Nessuno può agire realmente contro di essa. La specie, proprio come il fato di Seneca, conduce chi la asseconda e trascina chi le si oppone. Bene e male sono strade diverse, entrambe necessarie, per raggiungere il medesimo fine.
Sulla virtù – In cosa consiste allora la virtù in questa sfilata di false culture, cioè luoghi in cui la Verità è ben nascosta, distorta, mascherata, seppellita? Nietzsche ammonisce: ciò che è considerato virtuoso, degno di lode, è in realtà una schiavitù del bene comune. Le virtù sono catene dello spirito che impediscono al singolo di vivere per se stesso; se non vuole essere disprezzato dalla comunità, deve mettersi al servizio degli altri – o, più cristianamente, del prossimo.
Alla luce di questi quattro nuclei tematici, credo di poter affermare che sbaglia chi sostiene che Nietzsche non ha avuto nulla a che fare col nazismo. Egli, concordemente allo spirito del suo tempo, fu ideologo e precursore di tutti i totalitarismi europei del ‘900, dal nazismo al comunismo sovietico. È certamente vero che è stato distorto e mal interpretato in più punti, ma è altrettanto vero che il suo pensiero, così come emerge dalle sue parole, è terreno fertile per ogni regime totalitario.
Due sono gli ingredienti fondamentali forniti da Nietzsche: primo, una classe aristocratica di “vati”, anticipatori del tempo, oltre-uomini, consapevoli di dover essere Creatori di nuovi orizzonti etici, quelli scaturiti dalla volontà di potenza; secondo, la scienza “gaia” del principio “la specie è tutto, uno è nessuno”, che elimina la dignità dell’individuo. Se ogni soggetto non ha nessun diritto di essere e se bene e male sono egualmente utili al (non-)fine ultimo dell’esistenza, la volontà di potenza non ha più nessun argine e qualsiasi prassi degli aristoi è giustificata: gli dèi tornano a camminare fra gli uomini. Così come un tempo si riteneva che il bene è tale perché voluto da Dio (e non voluto da Dio perché bene), allo stesso modo accade con gli oltre-uomini: morto Dio, la potenza della creazione è nelle mani degli aristoi, i quali, esercitando indiscriminatamente (come dèi, appunto) la volontà di potenza, riscrivono dalle fondamenta tutte le categorie morali. Alcuni medievali credevano che se Dio, nel Decalogo, avesse prescritto l’omicidio, uccidere sarebbe stato un atto buono e giusto. Con Nietzsche, arriviamo allo stesso risultato: se la volontà di potenza porta l’Übermensch a voler sopprimere individualità inferiori, non solo è legittimato a farlo (la singola esistenza non ha nessuna dignità), ma diventa anche un’azione giusta.
Ecco fin dove, a mio avviso, ci si può spingere prendendo le mosse dalla filosofia nietzscheiana, ed ecco perché ritengo che Nietzsche non possa non essere annoverato fra i massimi ispiratori dei totalitarismi del ‘900.