Disoccupati o diversamente-occupati: l’economia che verrà

La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.

Così scrive Mauro Gallegati in un suo recente articolo¹. Il vero e più radicale scontro di prospettive si gioca su questo tema, che può essere definito “ideologico”, nonostante vi sia verso questo termine un’idiosincrasia diffusa in quasi tutte le aree del pensiero politico attuale. La spaccatura radicale, che stabilisce il metro dell’azione politica, è fra chi pensa che sia arrivato il momento in cui è necessario reinventare le categorie dell’economia (e quindi della società) e fra chi è ancora fedele alle categorie del capitale. Quest’ultimi, fedeli all’universalità dei concetti di “prodotto interno lordo”, “crescita”, “piena occupazione”, hanno come obiettivo e auspicio l’aumento del prodotto interno nazionale, che passa attraverso la detassazione delle imprese, del lavoro, ma soprattutto attraverso massicci investimenti. Dall’altra parte, diversi studiosi di svariati campi del sapere (filosofi, economisti eretici, sociologi, ecc.) sottolineano le contraddizioni di questo modo di pensare. Non tutti i momenti storici possono essere letti con le stesse categorie economiche, dato che ogni periodo presenta delle peculiarità che lo rendono irripetibile. Nello specifico, vi sono due fattori eminentemente centrali per questa discussione, cioè sviluppo tecnologico e degrado ambientale (in ogni sua forma), che impongono nuove letture e aprono nuove prospettive per il futuro. Se da un lato risuonano numerosi allarmi sulla situazione biologica e atmosferica planetaria², dall’altro è innegabile che, come sostiene lo stesso Gallegati, l’uso crescente di automazioni e tecnologie nelle industrie ha “liberato” una grande quantità di manodopera non più necessaria. La soluzione di aumentare gli investimenti per allargare la produzione e quindi riassorbire la disoccupazione è impraticabile per vari motivi: la logica vuole che si producesse ciò che è necessario per vivere, mentre così si dovrebbe produrre qualcosa solo per impiegare manodopera; l’emergenza ambientale impone di consumare meno risorse possibili; ma soprattutto, questa pratica porterà inevitabilmente ad un eccesso di offerta, il che significa ancora crisi, licenziamenti, disoccupazione³.

Bisogna prendere atto che si sta entrando in una nuova era, quella del tempo libero:

Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali.

Non si può più misurare il benessere con il pil. Non è più necessario aumentare il prodotto interno, e la situazione ambientale nemmeno ce lo permette più. La verità, difficile da digerire, è che il problema della disoccupazione è irrisolvibile dal punto di vista del capitalismo classico; anzi, è il capitalismo che inevitabilmente la riproduce.

Le questioni della sospensione dell’imu e del punto percentuale di iva, su cui sembrano decidersi le sorti del governo e dell’intero Paese, sono assolutamente innocue rispetto alla disfatta economica che si prospetta. Si tratta di misure che il governo prende per far vivacchiare i cittadini (e per avere qualcosa da rivendicare in campagna elettorale) in attesa della “ripresa nel 2014”. È superfluo ricordare che la “ripresa” è stata annunciata, nell’ordine, da Berlusconi nel 2011, da Monti nel 2012 e poi nel 2013, e ora da Letta nel 2014. Su questi temi, al netto di accordi e favori reciproci, centrodestra e centrosinistra sono assolutamente indistinguibili, in quanto attori di un’ideologia in rovina che agiscono nel sistema e non sul sistema.

1. L’economia che verrà. Benessere e non pil ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-economia-che-verra.-Benessere-e-non-Pil-20295 )

2. Ad esempio: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/clima/2010/04/20/news/riscaldamento_globale_un_breve_decalogo-8893/

3. Esemplare è il caso Fiat: finché ha avuto sovvenzioni statali gli stabilimenti sono rimasti in funzione; ora, minaccia di chiudere ( http://www.uilmpotenza.it/finanziamenti_statali_fiat.html )

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Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?