300, la lettura di Slavoj Žižek

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300 di Zack Snyder, la saga dei trecento soldati spartani che si sacrificarono alle Termopili per fermare l’invasione dell’esercito persiano di Serse, è stata accusata di sostenere il peggiore genere di militarismo patriottico, con chiare allusioni alle recenti tensioni con l’Iran e agli eventi in Iraq – ma le cose stanno veramente così? Bisognerebbe piuttosto difendere a spada tratta il film da queste accuse.

È necessario mettere in rilievo due elementi. Il primo riguarda la storia in sé; è la storia di un paese piccolo e povero (la Grecia) invaso dall’esercito di un paese molto più grande (la Persia), in quel momento molto più sviluppato e dotato di una tecnologia militare avanzata; gli elefanti persiani, i giganti e le grosse frecce infuocate non sono forse la versione antica delle armi tecnologiche? Quando l’ultimo gruppo di spartani sopravvissuto e il loro re Leonida vengono uccisi da migliaia di frecce, non vengono in un certo senso bombardati a morte da tecno-soldati che operano con armi sofisticate da una distanza di sicurezza, come oggi i soldati statunitensi, che premendo un bottone lanciano missili dalle navi da guerra a distanza di chilometri nel golfo Persico? Inoltre, le parole di Serse, quando cerca di convincere Leonida ad accettare il dominio persiano, non suonano come le parole di un fanatico fondamentalista islamico: cerca di indurre Leonida alla sottomissione promettendogli pace e piaceri sensuali, se si unirà all’impero mondiale dei persiani. Tutto quello che gli chiede è un gesto formale di genuflessione in riconoscimento della supremazia persiana: se gli spartani faranno questa cosa, sarà loro concessa la suprema autorità sulla Grecia. Questa richiesta non è simile a ciò che il presidente Reagan domandò al governo sandinista del Nicaragua? Tutto quello che dovevano fare era dire “hey uncle!” agli Stati Uniti… E la corte di Serse non è forse dipinta come una sorta di paradiso multiculturale in cui convivono differenti stili di vita? In cui tutti partecipano a orge, razze differenti, lesbiche e gay, handicappati e così via? Gli spartani, con la loro disciplina e il loro spirito di sacrificio non sono forse molto più simili in qualche modo ai talebani che difendono l’Afghanistan dall’occupazione statunitense (o, a un’unità d’élite della Guardia rivoluzionaria iraniana, pronta a sacrificarsi in caso di invasione americana)? Alcuni storici perspicaci hanno già notato questo parallelismo. Si legga, ad esempio, questa pubblicità di Fuoco persiano di Tom Holland:

Nel quinto secolo a.C., un superpotere globale era determinato a portare verità e ordine in quelli che esso considerava come due stati terroristi. Il superpotere era la Persia, incomparabilmente ricca di ambizione, oro e uomini. Gli stati terroristi erano Atene e Sparta, città eccentriche in un paese povero e montagnoso: la Grecia.

L’investimento occidentale razzista nella battaglia delle Termopili è evidente: essa fu ampiamente interpretata come la prima e decisiva vittoria dell’Occidente libero contro l’Oriente dispotico: non è strano che Hitler e Goering paragonassero la sconfitta tedesca a Stalingrado nel 1943 alla morte eroica di Leonida alle Termopili. I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Quest’affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco antico e dunque un cristianesimo, due presupposti storici dell’Islam); ancora più importante è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l’appunto il risultato della vittoria greca sui persiani.

La principale arma greca contro la soverchiante supremazia militare di Serse furono la disciplina e lo spirito di sacrificio e, per citare Alain Badiou:

Abbiamo bisogno di una disciplina popolare. Direi anche… che “coloro che non hanno niente, hanno solo la loro disciplina”. I poveri, coloro che non hanno mezzi finanziari e militari, coloro che non hanno potere, tutti costoro hanno la loro disciplina, la loro capacità di agire insieme. Questa disciplina è già una forma di organizzazione.

Nell’era attuale del permissivismo che funge da ideologia dominante, è giunto il momento per la sinistra di (ri)appropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio: non c’è niente di intrinsecamente “fascista” in questi valori.

Ma anche questa identità fondamentalista degli spartani è più ambigua. Un’affermazione programmatica verso la fine del film definisce il programma della Grecia come un programma “contro il regno del mistico e della tirannide, rivolto a un ampio futuro”, successivamente specificato come governo della libertà e della ragione: il che suona come un programma di base dell’Illuminismo, dotato persino di una tensione in senso comunista! Bisogna ricordare anche che, all’inizio del film, Leonida rifiuta completamente il messaggio degli “oracoli” corrotti, secondo i quali gli dèi impediranno alla spedizione militare di fermare i persiani; come veniamo a sapere dopo, gli “oracoli” , che si presumeva ricevessero il messaggio divino durante una trance estatica, in realtà erano stati pagati dai persiani, come l’”oracolo” che, nel 1959, diede al Dalai Lama il messaggio di abbandonare il Tibet e che – come ora sappiamo – era sul libro paga della CIA!

Cosa bisogna pensare dell’apparente assurdità del fatto che l’idea di dignità, libertà e ragione siano sorrette da un’estrema disciplina militare, che include la pratica di liberarsi dei bambini deboli? Questa “assurdità” è semplicemente il prezzo della libertà – la libertà non è gratuita, come viene affermato nel film. La libertà non è qualcosa di dato, essa è riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto. La spietata disciplina militare spartana non è semplicemente il polo opposto rispetto alla “democrazia liberale” di Atene, ne è la condizione intrinseca, ne getta le fondamenta: il libero soggetto della Ragione può emergere solo attraverso una spietata autodisciplina. La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta alle fragole e una torta al cioccolato; la vera libertà si sovrappone alla necessità, si opera veramente una scelta libera quando la propria scelta inchioda la propria esistenza – lo si fa semplicemente perché “non si può fare altrimenti”. Quando il proprio paese è sotto occupazione straniera e si è chiamati da un leader della resistenza a lottare contro gli occupanti, la ragione che viene data non è: “Sei libero di scegliere”, ma: “Non vedi che questa è l’unica cosa che puoi fare, se vuoi mantenere la tua dignità?” Non è strano che tutti gli egualitaristi radicali del secolo dell’Illuminismo, da Rousseau ai giacobini, immaginassero la Francia repubblicana come la nuova Sparta: c’è un nucleo emancipatore nello spirito spartano di disciplina militare che sopravvive anche quando facciamo astrazione da tutti gli accessori storici della classe dominante spartana, dallo sfruttamento spietato e dal terrore esercitato sui propri schiavi, e così via. Non è strano che, negli anni difficili del “comunismo di guerra”, lo stesso Trotskij chiamasse l’Unione Sovietica una “Sparta proletaria”.

 

Žižek S., In Difesa delle Cause Perse, Ponte alle Grazie, pp. 92-95

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M5S, Augias e il sessismo: un’analisi

Negli ultimi giorni, una serie di episodi significativi hanno attirato sul Movimento 5 Stelle una pioggia di critiche molto pesanti. Sintentizzando, da una parte c’è Corrado Augias, che lo accusa di “fascismo inconsapevole”; dall’altra ci sono le deputate del Pd nonché la Presidente della Camera, Laura Boldrini, indignate per l’uso di espressioni volgari e sessiste.

Le esatte parole di Augias sono queste: “quello che [i grillini] hanno fatto in questi giorni in parlamento è squadrismo. Si chiama così, è squadrismo”. Da qui, la tesi che i grillini sarebbero “fascisti inconsapevoli”, cioè, ignorando la storia italiana degli anni ’20 e ’30, riproducono passo passo il periodo dell’avvento del fascismo. È curioso notare come lo stesso Augias, pochi secondi prima, aveva denunciato l’eccessiva e mistificatoria semplificazione che risiede nel parlare per slogan (come esempio, cita le espressioni di Di Battista: “questo è un pollo da batteria”, “quello è un condannato”, ecc.); la stessa identica critica può essere rivolta al suo discorso (“questo è squadrismo, quello è fascismo”, ecc.). Le squadracce fasciste infatti erano gruppi paramilitari organizzati per annientare fisicamente i movimenti operai, non gruppi di parlamentari che organizzavano proteste inefficaci in aula (la protesta è stata del tutto inefficace: il provvedimento imu-bankitalia è passato e nel Paese si parla esclusivamente degli insulti sessisti dei grillini; per inciso, l’unico ad usare la violenza è stato un deputato di Scelta Civica e a farne le spese è stata una grillina). Lo squadrismo, in quanto organo del regime fascista, faceva riferimento ad una precisa ideologia e non si è preso la briga di portare avanti battaglie politiche in parlamento. Inoltre, quello stesso narcisismo che Augias ravvisa (a mio avviso correttamente) nel Movimento 5 Stelle può essere ugualmente visto nelle sue dichiarazioni. È come se dicesse “Di Battista non può parlare per slogan senza argomentare le sue tesi; i grillini sono ignoranti e non sanno di essere fascisti, e questo dev’essere vero perché lo dico io, Corrado Augias, che sono un grande intellettuale”. L’argomentazione che dà alla sua affermazione, come abbiamo visto, è sbagliata (che c’entra lo squadrismo con il gruppo dei deputati grillini?), ma questo non è importante, perché l’affermazione assume consistenza esclusivamente per l’autorità della persona che l’ha pronunciata.

Il giorno successivo alle dichiarazioni di Augias, è uscita la notizia di un grillino che ha dato alle fiamme un suo libro; come ci si poteva aspettare, questo episodio ha funzionato come una conferma del fascismo del movimento, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica. Augias ha colto l’occasione al balzo per far notare che si tratta della ripetizione inconsapevole di “un gesto storico”. Il gesto storico è quello del rogo dei libri tipico dell’assolutismo ideologico; ma in questo caso non si tratta di un’istituzione o di un gruppo di fanatici che lo ordina, come è avvenuto per esempio nella Germania nazista. Bruciare un libro di Augias non è la conseguenza di un “passaggio all’atto” politico, ma la detestabile iniziativa di un singolo militante fanatico.

Per quanto riguarda le accuse di sessismo verso alcuni membri del movimento, i grillini si difendono sostenendo che si tratta solo di mera “distrazione di massa” per coprire lo scandalo del decreto imu-bankitalia. Ancora una volta, la tesi può essere rivolta contro chi l’ha formulata: se l’oggetto del problema era il decreto, perché avete spostato il fuoco dell’attenzione sulle donne del Pd? Perché Grillo chiede ai suoi militanti cosa farebbero alla Boldrini? Il sospetto è che il decreto sia solo un pretesto, l’ennesimo, per manifestare la propria superiorità etica. Se vi sono donne al di fuori del m5s, sono prostitute brave nel sesso orale; gli uomini invece sono servi. Sebbene non sia possibile tracciare un’ideologia comune del Movimento che non sia quella della postpolitica, al contrario di quanto sostiene Augias (e altri) riferendosi al fascismo, si riscontra nei grillini una sorprendente omogeneità di linguaggio e di lettura della realtà, quasi certamente una conseguenza della fedeltà alla narrazione del Padrone (il termine qui ha una connotazione prettamente psicanalitica). Tale figura non è necessariamente rappresentata da uno solo, ma certamente Grillo ne ha tutte le caratteristiche. In ogni caso, è dal blog che si stabilisce tutta una serie di nuovi significati che ridefiniscono la percezione di realtà. Ad esempio, “loro sono morti”, frase che Grillo ripete come un mantra, diventa il metro d’azione per chi è in parlamento: “noi facciamo il bene dei cittadini, ma non si può parlare con un morto, non si può scendere a patti con un cadavere, con il niente”. Ecco perché l’insulto è diventato una prassi nel Movimento. Dunque, quando un grillino dà della prostituta ad una deputata, non lo fa in quanto donna, ma in quanto membro del Pd, partito costituito da “infime forme d’essere”. È sbagliato intendere quelle frasi come un insulto a tutte le donne; la discriminazione non è di genere, ma politica. Una situazione analoga è quella del calciatore di colore del Milan, Balotelli. Bersagliato costantemente da fischi e cori offensivi dalle tifoserie avversarie, le autorità hanno subito interpretato questi gesti come razzismo, non accorgendosi di due fatti rilevanti: quelle stesse tifoserie non solo non fischiavano altri giocatori di colore della stessa squadra di Balotelli, ma anzi incitavano quelli presenti nella propria squadra (si è quasi tentati dire che il razzismo sta proprio in chi ha lanciato l’allarme di razzismo: il tifoso si sente libero di fischiare un giocatore a prescindere dalla sua pelle; chi ha denunciato il razzismo, invece, divide i calciatori in bianchi e neri, e stabilisce che quest’ultimi non possono essere fischiati). Allo stesso modo, non bisogna farsi fuorviare dalla bassa esibizione di retorica delle donne indignate di questi giorni (Moretti e Boldrini su tutte); si tratta di pura strategia politica.

Insieme al noto problema del narcisismo del m5s, che relega chi non è con loro ad un piano d’esistenza inferiore, vi è quello del parlamento. Per il Movimento, le decisioni politiche vanno prese sul web tramite una votazione; se si trovano all’opposizione e se, a causa del loro spiccato narcisismo, non possono venire a patti con nessuno, non possono far altro che usare il parlamento per impedire che passino le leggi dei cosiddetti “morti”. Nel caso in cui avessero la maggioranza, invece, il parlamento non servirebbe a nulla se non a ratificare decisioni già prese sul web. In ogni caso, assistiamo ad uno spostamento dell’autorità del parlamento al cosiddetto “sistema operativo 5 stelle” (il luogo virtuale in cui il m5s propone e vota le leggi), il che non è certo cosa da poco. Gli atteggiamenti irrispettosi dei grillini, a prescindere dalle battaglie più o meno giuste che portano avanti, sono anche conseguenti alla destituzione dell’importanza che ricopre la funzione parlamentare. A causa di questo, i grillini vivono una situazione di schizofrenia: il Parlamento non serve, le decisioni si prendono sul blog di Grillo; e tuttavia il Parlamento serve per impedire ai “morti” di legiferare e per ratificare la volontà degli iscritti al Movimento.

Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?

Schizzi di merda sul blog di merda

Sul blog di Beppe Grillo è apparso un post dal titolo “schizzi di merda digitali“, dove si sostiene che i commenti dei non allineati al Grillo-pensiero sono in realtà prodotti ad arte dai media di destra e sinistra, con l’intento di spaccare il movimento.

Quel post è l’ennesima prova dell’allergia di Grillo ad ogni tipo di critica, cioè esattamente la stessa patologia di Berlusconi. L’idea della possibilità di critica non lo sfiora nemmeno: dietro quei commenti c’è senz’altro lo zampino degli scagnozzi di pd e pdmenoelle. Questo atteggiamento di totale chiusura alla discordanza preclude ogni possibilità di azione democratica: la linea da seguire è una e soltanto una, chi diserta è in combutta col nemico. Grillo e Casaleggio dettano l’agenda politica e alla rete non resta che decidere, di quando in quando, in che modo realizzarla. Non solo: l’atteggiamento da “guerra civile” del capo è riproposto dai suoi seguaci nelle medesime forme: io stesso, avanzando delle critiche in un gruppo del m5s nella mia zona, sono stato accusato di essere un servo del sistema e un tesserato del pd.

Ma in quel post c’è anche un altro tema implicito: beppegrillo.it è contemporaneamente il sito del m5s e il sito di Grillo e Casaleggio. Finché gli attivisti non si doteranno di una piattaforma indipendente, Grillo-Casaleggio e il m5s saranno la stessa cosa. L’equivalenza (imperfetta, come si è visto nel caso dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato) dei due termini è stabilita doppiamente dallo stesso post di Grillo: da un lato, i presunti servi del sistema, per spaccare il movimento, scrivono sul suo blog; dall’altro, per dimostrare che il movimento non è diviso, è costretto a dire che i commenti negativi sul suo blog sono falsi, fake, “schizzi di merda” gettati dai tirapiedi dei partiti.

La massima grillina “ogni critica è complotto” è al suo apice per vigore e diffusione. Esiste un sito (questo) che propone di rendere indipendente la piattaforma del m5s. Ecco alcuni commenti di risposta:

non sanno più cosa inventarsi….LORO NON VOGLIONO ARRENDERSI….NOI NEPPURE….SIAMO ARRIVATI IN PARLAMENTO….FATE SPAZIO AGLI ALTRI….SARA’ UN PIACERE!

sempre e solo W Grillo, chiudete questo sito scandaloso traditori 

E’ solo un trucco del pd-pdl per destabilizzare il moVimento5stelle…..SIETE RIDICOLI!!!!!!!!

Liberiamo il MoVimento 5s ??? Assolutamente no! troppe teste creerebbero solo confusione, il movimento deve continuare cosi’ come e’ nato, si deve trattare solo con grillo, dove le brutte tentazioni troveranno solo un grosso muro.

[Commenti tratti da questa pagina.]

Fra complotti e schizzi di merda, siamo tutti in attesa di scoprire il reale significato che per Grillo assume l’espressione “democrazia dei cittadini”. Sperando che non significhi “dittatura del partito unico”.