Perché tanti complottismi, bufale e pseudoscienze?

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Siamo nell’era della “post-verità”, dicono in molti: il criterio del vero non è più il fatto accertato, ma una certa componente istintuale-emozionale legata a uno specifico contenuto. I grandi megafoni di questa post-verità sarebbero i social, Facebook su tutti, dove circolano incontrollate centinaia e centinaia di bufale scambiate per notizie vere da molti utenti.

La mia idea è che il fenomeno può essere spiegato in modo diverso, senza l’uso di neologismi, e che il mutamento riguarda solo la postura delle masse di fronte alle molteplici narrazioni (in senso lyotardiano) post-moderne, non i criteri di verità in sé.

I meccanismi che causano tanta credulità nei soggetti sono numerosi e ben noti alla psicologia dei processi cognitivi, che li ha studiati e catalogati. Il più importante tra questi è sicuramente la cosiddetta “tendenza al controllo positivo”: sinteticamente, è un errore molto frequente che occorre quando si decide la verità di un’ipotesi in base alla verità di una sua conseguenza. Facciamo un esempio pratico realmente accaduto: il magnetismo di una valvola di Ighina (una spirale metallica alta circa due metri) implica lo smorzamento di ogni terremoto entro un certo raggio. Per verificare quest’ipotesi, in molti sono incappati nel seguente errore deduttivo: “se il terremoto risulta effettivamente smorzato, allora la valvola di Ighina funziona”, invertendo così l’implicazione originale. Dato che il terremoto in quell’area ha realmente apportato minori danni rispetto a zone limitrofe, in molti hanno erroneamente concluso che la valvola di Ighina funziona. Il modo corretto di verificare l’ipotesi, invece, è il seguente: “se la valvola non è presente, il terremoto risulta lo stesso smorzato?”; l’implicazione quindi viene controllata verificando se dalla negazione dell’antecedente risulta comunque la verità del conseguente. Nel caso in questione la risposta è affermativa: lo smorzamento dei terremoti avviene comunque ed è dovuto non alla valvola ma a particolari condizioni del sottosuolo (l’ipotesi è falsificata).

Altro tipo di errore comune nei processi cognitivi è il “my side bias”, che consiste nel prendere in considerazione solo le informazioni che servono a confermare ciò di cui si è già convinti, ignorando quelle contrarie. Continuando con l’esempio precedente, alcune figure professionali competenti in materia hanno tentato di fornire informazioni tecniche che spiegavano sia l’impossibilità del funzionamento della valvola sia il motivo dell’effetto “soft” dei terremoti nella zona (composizione del sottosuolo); coloro che erano convinti del funzionamento della valvola hanno completamente ignorato quelle informazioni, portando avanti con ancora più forza i dati che dimostravano l’assenza di danni durante gli ultimi eventi sismici.

Ci sono poi molti altri tipi di errori conosciuti, come la persistenza delle convinzioni, l’effetto primacy, ecc., ma non saranno trattati per brevità. Quello che è stato detto fin qui è sufficiente per concludere che il fenomeno descritto con l’etichetta di “post-verità” non è nuovo e che consiste esclusivamente in diffusissimi errori di ragionamento amplificati dalla rete, nella quale si ha accesso ad ogni tipo di informazione (non importa se vera o falsa) al fine di confermare ulteriormente una convinzione pregressa, qualsiasi essa sia.

Sui criteri di verità, invece, possiamo prendere come riferimento il commento di Facebook nell’immagine iniziale, che ritengo essere il Manifesto di tutta la subcultura e le pseudoconoscenze che si possono trovare su internet e non solo. L’università “inculca dogmi” e ottunde la mente. Com’è possibile che un luogo simbolo della cultura e del progresso scientifico sia descritto in questo modo nell’immaginario di molti individui?

Per rispondere a questa domanda possiamo fare un’analogia con l’antica Grecia e chiederci, insieme a Paul Veyne: i greci hanno creduto ai loro miti? La risposta a questa domanda è molto articolata e cambia nel corso dei secoli, ma nel libro si trova un breve passo che può dirci molto sull’argomento che stiamo affrontando:

Il mito aveva un contenuto che era collocato in una temporalità nobile e platonica, così estranea all’esperienza individuale ed ai suoi interessi quanto lo sarebbero state frasi ministeriali o teorie esoteriche imparate a scuola e credute sulla parola; il mito era del resto un’informazione appresa basandosi sulla fede di altri. Da questo derivano due conseguenze. Dapprima, una specie di indifferenza letargica o per lo meno di esitazione di fronte alla verità e alla finzione, poi, una rivolta, che questa dipendenza finirà per suscitare: si vorrà giudicare su tutto da sé, secondo la propria esperienza, e proprio questo sarà il principio delle cose attuali che porterà a misurare il meraviglioso con la realtà quotidiana ed a passare ad altre modalità.1

Se sostituiamo il mito con le narrazioni scientifiche post-moderne, otteniamo un risultato molto interessante: dapprima, coloro che non fanno parte dell’orbita accademica (da dove discendono tutte le conoscenze scientifiche trasmesse alle masse) sono in rapporto di dipendenza, costretti a fidarsi delle informazioni ricevute da altri; segue un periodo di indifferenza letargica accompagnata da esitazione; infine, la dipendenza esplode in una rivolta, in cui ognuno vuole giudicare “da sé, secondo la propria esperienza” quotidiana. Questo implica, coerentemente con quanto leggiamo nel commento dell’immagine e, più in generale, con i presupposti impliciti di ogni teoria o conoscenza “alternativa”, che viene rivalutata l’esperienza diretta dei singoli a scapito dei metodi codificati di ricerca. Le conoscenze vanno ricostruite da zero dalla gente comune: ecco che rispuntano fuori tentativi maldestri ma molto significativi di curare i pazienti in modo “naturale” e non nocivo per l’organismo (ma che possono portare alla morte); strane teorie per dimostrare che la terra è piatta, o un meno complicato ritorno al geocentrismo; metodi per prevedere terremoti; divertenti tentativi di far passare Venere per una stella o un corpo luminoso senza massa; e così via (c’è persino gente che crede di poter influenzare la configurazione dell’acqua o la crescita del riso con il turpiloquio). Il criterio di verità è e resta l’evidenza fattuale; quello che sta scemando velocemente è la fiducia in ciò che viene trasmesso attraverso un rapporto di subordinazione, aprendo la strada ai più svariati errori di metodo che, unitamente agli errori dei processi di ragionamento di cui si è parlato sopra, danno vita alle più bizzarre teorie sull’uomo, sul mondo e sull’universo. Non solo: questo crescente processo di sfiducia per tutto ciò che “viene dall’alto” è esteso anche all’ambito politico.

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Note:

  1. P. Veyne, I Greci Hanno Creduto ai loro Miti?, il Mulino, p. 43.

Birdman – Alejandro González Iñárritu (2014)

Sono state scritte tonnellate di recensioni su Birdman, ma a me interessa sottolineare velocemente un paio di temi che attengono all’area più “filosofica” del film, sorvolando la trama e le osservazioni tecniche strettamente cinematografiche.

Per prima cosa, va notato che Birdman parla quasi esclusivamente del sintomo umano per eccellenza, l’ego. Tutti i personaggi che entrano sulla scena sono animati da un ego-centrismo più o meno pronunciato: quello palese e dichiarato di Riggan Thomson, il quale cerca disperatamente l’ammirazione del grande pubblico; quello di Mike Shiner, un attore pieno di talento che però, quando ne ha l’occasione, non esita a demolire gli altri attori che lavorano con lui per apparire come unica stella dello spettacolo; quello di Lesley, un’attrice che ha sempre sognato di recitare a Broadway e che per riuscirci ha “diviso la sua vagina” (così si esprime) con Shiner e il suo narcisismo patologico.

L’egoismo marcato di ogni personaggio mette in scena una relazione perversa. Riggan, come dice l’ex moglie, scambia l’amore con l’ammirazione (ama la partner solo in quanto gli restituisce un’immagine idealizzata di sé, conforme al suo io immaginario; è l’amore esattamente come l’ha descritto Freud); non è un caso che è stato un padre freddo e assente per la figlia avuta nel primo matrimonio e non mostra alcun segno di gioia o interesse quando la sua nuova compagna gli annuncia di essere incinta.

Mike, l’attore talentuoso e privo di scrupoli, non riesce più ad avere rapporti sessuali, ma quando a teatro si trova a dover simulare una scena di sesso, raggiunge immediatamente l’erezione e confessa a Lesley, in scena con lui, il desiderio di avere un rapporto davanti al pubblico. Qui c’è un’inversione che riemerge in altre parti del film, per esempio quando la folla o il pubblico, di fronte a una situazione imprevista, sfodera decine di smartphone e osserva la scena dallo schermo del telefono. In sostanza, realtà e messa in scena/finzione vengono ribaltate: la realtà è tale solo se viene rappresentata, o, in altri termini, solo ciò che “sta sulla scena” è reale, il resto non esiste. Questo è vero tanto per Mike (“riesco ad essere me stesso solo quando sono sul palco”) quanto per il pubblico e la folla (le cose accadono solo se appaiono nei social network o su youtube).

Infine, la perversione di Lesley. L’attrice, alla sua prima a Broadway, riscuote un grande successo e rompe il suo rapporto con Mike; tuttavia ha una crisi isterica e si chiude in camerino con un’altra attrice, Laura, la compagna di Riggan, alla quale confessa di aver raggiunto il suo sogno ma di sentirsi ancora una nullità. Laura la consola, la rassicura sulla sua importanza e le due hanno un rapporto lesbo.

L’unico personaggio che fa eccezione è la figlia di Riggan, Sam. Sam è un’ex tossicodipendente senza alcuna ambizione che lavora come assistente per il padre. Dovrebbe essere Riggan a prendersi cura di lei, a cercare di aiutarla a reinserirsi nella società e a rifarsi una vita, mentre accade il contrario: è Sam che cerca di aiutare il padre a guarire dal suo narcisismo. Riggan, per coprire le spese dello spettacolo che avrebbe dovuto lanciarlo nel firmamento delle star, vende la casa destinata alla figlia; Sam, invece, cerca di fargli capire che i suoi affanni sono inutili, che i suoi tentativi di contare qualcosa, di “essere qualcuno”, sono vani. C’è una scena in particolare in cui appare chiaro che l’ex tossicodipendente Sam è la persona più lucida del film, quella dove la figlia mostra al padre un lungo pezzo di carta igienica denso di trattini: tutto il pezzo rappresenta l’età della terra, ogni trattino equivale a un millennio; la parte che raffigura la presenza dell’uomo sulla terra è molto piccola rispetto al totale, e questo serve a ricordarci che i nostri problemi e le nostre ossessioni sono del tutto insignificanti. In effetti, la cura per la dipendenza dall’ego risiede proprio nella piena consapevolezza che la nostra natura è escrementizia, che la nostra esistenza è nulla o, per dirla nei termini di Žižek, è “meno di niente”, nulla nel nulla. Quale altro significato potrebbe avere altrimenti quell’asteroide che compare per ben due volte nel film?