Valentina Nappi, ovvero il conformismo della trasgressione

Quando ho ascoltato l’intervento di Valentina Nappi al festival “Popsophia” ( http://vimeo.com/45786035 ), ho visto in lei la sovrapposizione di due noti personaggi del cinema recente: Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street e Joe di Nymphomaniac. Sebbene Valentina Nappi neghi apertamente di essere ninfomane, pare innegabile la sua abnorme ricerca di partner sessuali (ricordo la sua proposta di fare un’orgia insieme a tutti i suoi fan). Ma la sua somiglianza con Joe non sta tanto in questo, quanto nel fatto che non tollera l’inibizione. Valentina Nappi, esattamente come Joe, considera falso e ipocrita tutto ciò che non è espressione diretta di una pulsione. La dimensione dell’autentico, della nuda essenza umana, è la pulsione liberata dai feticci culturali, dalla Legge del Padre, dai “millenari valori” che risplendono sulle scaglie dorate del drago della morale, per citare un filosofo caro alla Nappi. Dall’intervista a Popsophia si può notare che anche lei, come Joe, si sente minacciata dalla “polizia etica della società” (Joe a ragione, lei a torto), per il fatto di essere “trasgressiva”, nemica della cultura e del comune senso del pudore. L’altra somiglianza, quella con Jordan Belfort, sta nel rappresentare l’icona del capitalismo contemporaneo nella forma della continua ricerca del godimento illimitato. Valentina Nappi colleziona una serie numerosissima di oggetti di godimento che vengono usati non solo in successione ma anche contemporaneamente (è il caso delle orge). Chi le sta vicino gode del suo godimento, in grado diverso: nel caso di Belfort, i suoi colleghi si drogano e si divertono insieme a lui; nel caso dell’attrice porno, i colleghi godono nell’atto sessuale e gli spettatori godono del proprio immaginario attraverso l’osservazione dei suoi atti sessuali (ognuno sceglie il porno che preferisce, nel senso che ognuno seleziona quale prodotto pornografico mette meglio in scena i fantasmi che animano il proprio inconscio). I due personaggi dovrebbero essere agli antipodi, l’uno come rappresentante dei meccanismi razionali e impersonali dei macrosistemi economici, l’altra come l’abisso della patologia sessuale. In realtà, non solo nessuno dei due corrisponde alle definizioni date, ma anzi coincidono, sono due modi di una stessa sostanza.

A questo discorso si possono fare alcune considerazioni. La prima: perché l’uomo autentico è quello che libera incondizionatamente le sue pulsioni? Non si può parlare di “uomo” senza il concetto di “cultura”. La cultura è ciò che stabilisce le regole grazie alle quali una società può durare nel tempo; fra queste regole, c’è il senso del pudore. Fare una battaglia al senso del pudore per liberare la sessualità poteva significare, fino a qualche decennio fa, combattere il sistema ideologico borghese; oggi, invece, si tratta di una finta battaglia, peraltro terminata con la vittoria del capitalismo, che ha masticato e digerito anche quest’istanza proveniente dalle rivendicazioni libertarie sessantottine. L’etica borghese e la cultura capitalista hanno trasformato la trasgressione sessuale in un prodotto commerciale. Ecco perché sopra ho scritto che la Joe di Von Trier ha pieno diritto di sentirsi vittima della “polizia etica della società” mentre Valentina Nappi no: quest’ultima è di professione una pornostar, è un’imprenditrice del suo corpo, la sua presunta trasgressione è in realtà perfettamente integrata nel sistema e trasformata in merce. Del resto, se davvero Valentina Nappi avesse avuto qualcosa di sovversivo, non l’avrebbero invitata a Popsophia, insieme a Pupo e Giobbe Covatta; si tratta di un sintomo del fatto che il potenziale sovversivo della trasgressione sessuale è nullo.

L’altra considerazione riguarda l’etica. Valentina Nappi dice di avere una morale diversa da quella che ci viene imposta dalla società. La differenza consiste nel fatto che lei ha accettato in toto le sue pulsioni e le vive in maniera immediata, mentre gli altri le reprimono. A me pare invece che Valentina Nappi sia quella che più di molti altri abbia incarnato l’etica imposta dalla società. Per tornare a Nietzsche, il drago della morale contemporanea non si chiama più “tu devi”, ma “tu godi”. L’ultima maschera indossata dal capitalismo è quella della liberazione dalla castrazione, della fine della Legge del Padre, dell’esortazione a cedere sempre al desiderio, della ricerca del godimento illimitato. In questo senso, Valentina Nappi rappresenta il massimo esponente del conformismo contemporaneo. Lo stupore dei presenti nella sala di Popsophia non derivava dallo scontro fra due etiche diverse, ma dal fatto che lei incarna in maniera esemplare ciò che gli altri sono ancora in maniera imperfetta.

Augias, ovvero il vuoto oltre l’erudizione

[…] Il fenomeno [della secolarizzazione] ha investito l’intero mondo occidentale e non poteva non arrivare in Italia anche se la storia del nostro paese anche da questo punto di vista è un po’ particolare. In un’ottica laica la domanda è quali conseguenze possa avere il fenomeno. Le religioni hanno sempre avuto anche una funzione sociale. Il sofista greco Crizia sviluppò la teoria, divenuta celebre, secondo cui gli dèi furono inventati per costringere gli esseri umani a comportamenti morali, a non delinquere. Questa funzione “civile” della religione arriva fino a Rousseau. Da noi la prevalente religione cattolica è stata un potente strumento per la diffusione e il mantenimento dei “buoni costumi” — fino a quando è durato. Il grande storico Polibio convinto anche lui che gli dèi servissero a “tenere a freno le violente passioni delle masse” scriveva: «Sconsiderati i moderni che cercano di disperdere queste illusioni». Quei moderni ormai dilagano dimostrando che Polibio aveva ragione. Perché quando le “illusioni” vengono meno e manca una sufficiente acculturazione media, le conseguenze sono quelle che vediamo. Quelle religioni che Marx definiva “oppio dei popoli” possono essere ancora considerate un utile rimedio, quando il resto manca.

Queste parole sono state scritte su Repubblica* da Corrado Augias in risposta ad una mail di un lettore, il quale faceva notare la crescita nel tempo del numero dei nuclei familiari laici in Italia. Augias, con un po’ di pedanteria, spiega che si tratta del fenomeno della secolarizzazione, ma poi va ben oltre: si spinge a dire che la religione ha avuto e ha tuttora una funzione fondamentale, quella di educare le masse alla moralità. Queste affermazioni sono di una superficialità sconcertante, ma ben camuffate da trattazione erudita.

L’affermazione di Augias più enigmatica di tutte è la seguente:

Da noi la prevalente religione cattolica è stata un potente strumento per la diffusione e il mantenimento dei “buoni costumi”.

È davvero difficile capire a cosa si riferisce. Se da un lato si può ammettere la verità di questo concetto, dall’altro non si può fare a meno di constatare che la religione è stata (ed è tuttora) la causa scatenante di guerre sanguinarie e terribili persecuzioni. È del tutto superfluo ricordare la storia medievale, moderna e contemporanea su questo argomento, ma, dato che Augias si è preso la briga di tirare in ballo Rousseau, Polibio, Crizia e addirittura Marx, mi si consenta di citare, a mo’ di esempio, un grande santo della Chiesa, Bernardo di Chiaravalle. In ambienti laici, questo eminente personaggio è famoso per la dottrina del malicidium: in sintesi, l’uccisione di un infedele (con particolare gradimento per quella di un musulmano) non è da considerarsi omicidio, ma estirpazione del male, quindi un atto moralmente giusto. Bernardo predicò con molta dedizione per la seconda crociata, esortando il popolo al “buon costume” di ammazzare i musulmani in Terra Santa per redimere i propri peccati.

Bisogna ammettere tuttavia che le prime comunità umane furono realmente tenute insieme dalla religione, come del resto suggerisce l’etimologia stessa della parola. Giambattista Vico, una delle più grandi menti mai apparse sul suolo italico, riteneva che l’uomo fosse uscito dallo stato bestiale proprio grazie alla religione, generata dal sentimento di paura verso la potenza degli elementi naturali. È con la credenza religiosa che si sviluppano le prime leggi sociali (il famoso Decalogo dell’Antico Testamento non è forse una prova di questo?), ma la storia progredisce, i secoli si susseguono e nel frattempo le situazioni politico-sociali cambiano. Se è grazie alla religione che nascono le prime civiltà (si pensi ai faraoni, agli imperatori romani, ai re della Persia…), non è per causa sua che i popoli hanno mantenuto una condotta morale esemplare; si dovrebbe dire, piuttosto, che la religione è l’elemento (ideologico) che ha legittimato l’esercizio del potere di una parte sul tutto (alcuni veloci esempi: il faraone era figlio degli déi; il papa è il vicario di Cristo; Hitler era l’incarnazione stessa del Geist del popolo germanico). Quello che Augias scambia per “buon costume” è in realtà un addomesticamento delle masse operante attraverso l’imposizione di un significante-padrone per mezzo del quale la governabilità viene garantita. La paura del nostro illustre intellettuale da salotto Rai è simile alla paura del borghese minacciato dal socialismo e del nobile settecentesco terrorizzato dallo spettro della sollevazione popolare.

Su questo tema, vorrei riportare un passo di un libro fondamentale per il nostro tempo, Le Categorie del “Politico” di Carl Schmitt:

Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l’onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia.

Quando Augias ravvisa una “funzione civile” della religione, non coglie affatto il nocciolo della questione, cioè il fatto che la religione agisce già nella società sotto forma di Stato. Ciò che definisce uno Stato non è soltanto, come scriveva Weber, la pretesa esclusiva dell’uso della coercizione per far rispettare la volontà del legislatore, ma anche, riprendendo la lezione di Althusser, il suo apparato ideologico (nel caso specifico che si sta trattando, si dovrebbe dire più coerentemente “apparato religioso”). È solo grazie a questo apparato che il gruppo dominante può pretendere di legittimare per sé il diritto di legiferare e di usare la forza (il legislatore agisce “in nome di Dio”, “del popolo”, “dello Spirito della nazione”, “della Storia”, ecc.). Per quanto riguarda il mantenimento dei “buoni costumi” tanto cari ad Augias, la religione in sé non può far nulla di più di quanto già non faccia lo Stato. Il nostro intellettuale conosce bene la secolarizzazione, sa che il Novecento nasce dal germe di Nietzsche e vede la pubblicazione di Totem e Tabù di Freud; quindi, saprà anche che oggi, in Occidente, ciò che conta davvero per la condotta morale delle masse non è la credenza religiosa, ma la cristallizzazione della religione nei principi della legislazione statale e internazionale (la dichiarazione dei diritti dell’uomo non è forse un nitido prodotto del cristianesimo?). È proprio per questo motivo che Stalin perseguitò i cristiani ortodossi e, nei luoghi di culto, sostituì le effigi del Cristo con il suo ritratto.

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* Versione integrale: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/04/22/il-vuoto-oltre-la-religione26.html