Appunti e riflessioni sul libro primo de “La Gaia Scienza”

“Forse anche per il riso c’è un futuro, quando l’umanità avrà incorporato il principio secondo il quale <la specie è tutto, uno è sempre nessuno> e a ciascuno sarà aperto in ogni momento l’accesso a questa ultima liberazione e irresponsabilità.”

Cos’è la “gaia scienza” – Ecco la scienza nietzscheiana: “la specie è tutto, l’uno è niente”. Ricorda, per certi versi, la sentenza di Maimonide: “ogni ignorante immagina che l’esistenza intera sia in funzione della propria individualità” (Guida dei Perplessi). L’umanità, tranne pochi “vati” (com’era o come riteneva di essere Nietzsche), vive ancora nella condizione d’ignoranza di questo precetto fondamentale. Per Maimonide, l’individuo ha senso solo nel disegno generale di Dio, unico vero fine di tutto l’esistente; per Nietzsche, ogni uomo è teleologicamente ordinato secondo la perpetuazione della specie: essa ha il suo fine in sé stessa, ovvero non ha un fine. Soltanto quando potrà accedere a questa “scienza”, quando guarderà nell’abisso che sta al fondo delle cose, si libererà da tutti i gioghi posticci che si è imposto e che gli sono stati imposti (la morale, la cultura, la religione), capirà di non avere altra dignità se non quella di ingranaggio dell’imponente ed infallibile “macchina” naturale e riderà della sua nullità.
Il tema del riso – Il riso “procede da tutta la verità”: ciò che segue dalla gaia scienza è l’irresponsabilità radicale dei singoli, il “ridere di se stessi” e il farsi beffe dell’esistenza. Esistenza che Nietzsche definisce così: “impulso, istinto, assurdità, assenza di fondamento”.
Sul concetto di specie – Dato che l’esistere stesso è un non-senso, come è possibile perpetrare la specie se non rivestendola di abiti morali, teologici e teleologici artefatti? Coloro che dicono di prendersi cura dello spirito, i predicatori della morale, non sono altro che portatori di menzogna; non di meno, sono funzionali alla conservazione della specie – ne sono gli stilisti. Infatti, ecco un altro punto cardine de “La Gaia Scienza”: tutto ciò che gli uomini sono portati a fare per loro natura è funzionale alla conservazione della specie. Dato che “non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali di fenomeni”, anche le azioni considerate riprovevoli e malvagie contribuiscono alla sopravvivenza della specie; l’uomo “dannoso” conserva e tramanda istinti senza i quali l’umanità si sarebbe probabilmente estinta. Nessuno può agire realmente contro di essa. La specie, proprio come il fato di Seneca, conduce chi la asseconda e trascina chi le si oppone. Bene e male sono strade diverse, entrambe necessarie, per raggiungere il medesimo fine.
Sulla virtù – In cosa consiste allora la virtù in questa sfilata di false culture, cioè luoghi in cui la Verità è ben nascosta, distorta, mascherata, seppellita? Nietzsche ammonisce: ciò che è considerato virtuoso, degno di lode, è in realtà una schiavitù del bene comune. Le virtù sono catene dello spirito che impediscono al singolo di vivere per se stesso; se non vuole essere disprezzato dalla comunità, deve mettersi al servizio degli altri – o, più cristianamente, del prossimo.
Alla luce di questi quattro nuclei tematici, credo di poter affermare che sbaglia chi sostiene che Nietzsche non ha avuto nulla a che fare col nazismo. Egli, concordemente allo spirito del suo tempo, fu ideologo e precursore di tutti i totalitarismi europei del ‘900, dal nazismo al comunismo sovietico. È certamente vero che è stato distorto e mal interpretato in più punti, ma è altrettanto vero che il suo pensiero, così come emerge dalle sue parole, è terreno fertile per ogni regime totalitario.
Due sono gli ingredienti fondamentali forniti da Nietzsche: primo, una classe aristocratica di “vati”, anticipatori del tempo, oltre-uomini, consapevoli di dover essere Creatori di nuovi orizzonti etici, quelli scaturiti dalla volontà di potenza; secondo, la scienza “gaia” del principio “la specie è tutto, uno è nessuno”, che elimina la dignità dell’individuo. Se ogni soggetto non ha nessun diritto di essere e se bene e male sono egualmente utili al (non-)fine ultimo dell’esistenza, la volontà di potenza non ha più nessun argine e qualsiasi prassi degli aristoi è giustificata: gli dèi tornano a camminare fra gli uomini. Così come un tempo si riteneva che il bene è tale perché voluto da Dio (e non voluto da Dio perché bene), allo stesso modo accade con gli oltre-uomini: morto Dio, la potenza della creazione è nelle mani degli aristoi, i quali, esercitando indiscriminatamente (come dèi, appunto) la volontà di potenza, riscrivono dalle fondamenta tutte le categorie morali. Alcuni medievali credevano che se Dio, nel Decalogo, avesse prescritto l’omicidio, uccidere sarebbe stato un atto buono e giusto. Con Nietzsche, arriviamo allo stesso risultato: se la volontà di potenza porta l’Übermensch a voler sopprimere individualità inferiori, non solo è legittimato a farlo (la singola esistenza non ha nessuna dignità), ma diventa anche un’azione giusta.
Ecco fin dove, a mio avviso, ci si può spingere prendendo le mosse dalla filosofia nietzscheiana, ed ecco perché ritengo che Nietzsche non possa non essere annoverato fra i massimi ispiratori dei totalitarismi del ‘900.
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