La Grande Bellezza – Sorrentino (2013)

Se si mettesse fra parentesi la maestrìa della fotografia, de La Grande Bellezza non rimarrebbe niente a parte qualche trito contenuto. Certo, è vero: la fotografia è parte essenziale del cinema. Tuttavia in questo caso il processo di estetizzazione di realtà e senso è eccessivo fino alla nausea. La ricerca della grande bellezza è continua, ossessiva, ridondante, vacua, ed egemonizza da subito tutti gli spazi del film.
Sorrentino tesse la trama della sceneggiatura su due concetti cardine (come non manca di ricordare la voce fuori campo in chiusura): la chiacchiera e la vita mondana come modo di esistenza inautentico, e l’angoscia, la morte e l’introspezione come momento di autenticità; il che renderebbe La Grande Bellezza un film originalissimo, se solo fosse uscito intorno al 1927. Intendo dire che questi concetti sono presi da Essere e Tempo di Martin Heidegger e messi in scena alla lettera nel film (si veda il ruolo heideggeriano della chiacchiera come modo inautentico dell’Esserci immerso nel Si e dell’angoscia come molla verso l’esistenza autentica, ecc.). A titolo di breve esempio, si prendano queste parole di Heidegger sul tema della chiacchiera:

La comunicazione non “partecipa” il rapporto ontologico originario con l’ente di cui si discorre, ma l’essere-assieme si realizza nel discorrere-assieme e nel prendersi cura di ciò che il discorso dice. […] L’infondatezza della chiacchiera non è un impedimento per la sua diffusione pubblica, bensì un fattore che la favorisce. La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere… La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile.¹

La chiacchiera quindi è, in estrema sintesi, il modo in cui gli uomini si anestetizzano a vicenda per non dover fare i conti con la morte; ma fare i conti con essa è necessario se si vuole condurre un’esistenza autentica, vera. Ed ecco cosa si dice alla fine del film:

Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla, bla… è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, ecc.

Se per “vita” si intende heideggerianamente “esistenza autentica”, queste parole diventano un ricalco di quanto scrisse il filosofo tedesco. Analoghe considerazioni si possono fare praticamente per tutti i contenuti del film, a cominciare dal rifiuto dell'”altrove” menzionato nel monologo conclusivo. Non c’è nessun tipo di rielaborazione, nessuna rilettura, nulla che non segua pedissequamente quanto scritto da Heidegger. Se a questo si somma la citazione (chiamiamola così) de Gli Indifferenti (1929) di Moravia nella critica della decadenza della società italiana, ne viene fuori un film che non offre niente allo spettatore, eccetto qualche straordinaria inquadratura.

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¹ M. Heidegger, Essere e Tempo, ed. Longanesi, pag. 207

Essere, tempo e nazionalsocialismo

Molti storici e filosofi si sono chiesti perché un gigante del pensiero contemporaneo come Heidegger abbia potuto aderire al partito nazionalsocialista. A mio avviso, la questione è al rovescio: ci si dovrebbe chiedere, soprattutto se si prende in esame Essere e Tempo, perché egli non avrebbe dovuto aderire al nazismo.

Nel suo capolavoro, Heidegger scrive che l’Esserci quotidiano esiste come Si. Il Si è il modo inautentico dell’Esserci, la sua disgregazione nell’indeterminatezza del “come tutti”, la perdita del sé nel mare degli altri. Propriamente, il Si non è nessuno, essendo il “tutti” della vita mondana. Questo auto-estraniamento (deiezione) dell’Esserci gli conferisce l’illusione di una vita piena e uno stato di tranquillità. Il velo dell’alienazione può essere squarciato dalla situazione emotiva dell’angoscia che, non avendo nessun oggetto, riguarda il mondo come totalità. L’angoscia è ciò che ricorda l’Esserci al Si per mezzo del richiamo della coscienza; è lo spaesamento che deriva dal sapersi gettati e abbandonati nel mondo. È proprio da questo stato di gettatezza e solitudine che l’Esserci è fuggito, cercando riparo nelle finzioni della mondanità. Ma il richiamo alla verità della propria coscienza lo ridesta a se stesso come essere-per-la-morte (la morte è la possibilità più propria dell’Esserci, cioè quella che, fra tutti i possibili “non-ancora che sarà”, segna il suo non-esserci-più e l’impossibilità assoluta della sostituzione, essendo essa “sempre solo mia”). Nell’Esserci autentico, riappropriatosi di sé nell’angoscia, trova luogo la decisione anticipatrice, ovvero l’auto-progettarsi nell’essere-per-la-morte, il progetto di un’esistenza autentica come un vivere “per la morte”, cioè sotto la sua costante minaccia.

In questa [decisione anticipatrice], l’Esserci si comprende quanto al suo poter-essere, sì da porsi di fronte alla morte in modo tale da assumere integralmente, nel suo esser-gettato, l’ente che esso è.¹

Sappiamo che un Esserci autentico è colui che si comprende nel suo poter-essere, e che la libertà consiste nello scegliersi, cioè rifiutare l’incoscienza del Si ed essere-per-la-morte. In altri termini, la libertà non consiste nella scelta fra le possibilità dell’Esserci, ma nello scegliere la possibilità stessa che lui stesso è.

L’Esserci è sempre la sua possibilità, ed esso non l'<ha> semplicemente a titolo di proprietà posseduta come una semplice-presenza. Appunto perché l’Esserci è essenzialmente sempre la sua possibilità, questo ente può, nel suo essere, o <scegliersi>, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto o conquistarsi solo <apparentemente>.²

Se però ci si chiede in cosa consiste questa possibilità che si è chiamati a scegliere, si arriva al nocciolo politico di Essere e Tempo. Ogni progettualità dell’Esserci deve fondarsi sull’eredità della tradizione nella quale egli si trova gettato, venendo così a configurarsi come una ripetizione tramandata di una possibilità di esistenza. Il “risveglio dell’Esserci”, in ultima analisi, consiste in un riorientamento dell’individuo ad un “destino comune” (quello del popolo tedesco), forgiato sulla ripetizione e sul tramandamento della tradizione ereditata:

La decisione, in cui l’Esserci ritorna a se stesso, apre le rispettive possibilità effettive di un esistere autentico a partire dall’eredità che essa, in quanto gettata, assume. Il ritorno deciso all’esser-gettato cela in sé un tramandarsi di possibilità ricevute[…]

Ma se l’Esserci, carico di destino, in quanto essere-nel-mondo esiste sempre e per essenza come con-essere con gli altri, il suo accadere è un con-accadere che si costituisce come destino-comune. Con questo termine intendiamo l’accadere della comunità, del popolo. […]

La decisione, ritornante a se stessa e autotramandante, diviene allora la ripetizione di una possibilità di esistenza tramandata. La ripetizione è il tramandamento esplicito, cioè il ritorno alle possibilità dell’Esserci essenteci-stato. La ripetizione autentica di una possibilità d’esistenza essente-stata (il fatto che l’Esserci si scelga i suoi eroi) si fonda esistenzialmente nella decisione anticipatrice; infatti è in essa che viene primariamente scelta quella scelta che rende liberi per la lotta successiva e per la fedeltà a ciò che è da ripetere.³

L’Esserci autentico, in definitiva, è colui che accetta di ripetere fedelmente la tradizione ereditata, in accordo al “destino comune” del popolo di cui fa parte. Ecco, in estrema sintesi, la portata ultra-conservatrice di Essere e Tempo; un’opera di ontologia esistenzialista, ma dal forte contenuto politico. La sua famosa frase del ’33: “Non teoremi e idee siano le regole del vostro vivere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge”, non deve stupire alla luce di quanto si è detto fin qui. Fu tutto il popolo tedesco, Heidegger compreso, a vedere nel delirio di Hitler la voce stessa del destino.

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1. M. Heidegger, Essere e Tempo, a cura di Franco Volpi, Longanesi editore, pag. 451

2. Ivi, pag. 61

3. Ivi, pag. 452-454