Cosa vuole una donna? Tiziana Cantone e il maschilismo

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Dopo le tragiche vicende che hanno portato Tiziana Cantone al suicidio, sono stati scritti fiumi di inchiostro, tutti sostanzialmente unanimi nel dare la colpa della sua morte al maschilismo degli uomini. Prenderò in considerazione alcuni interventi pubblicati sul blog femminista Abbatto i Muri, perché hanno almeno il merito di dire apertamente quello che altri lasciano intendere sotto traccia.

In uno di questi, si scrive:

Ci sembra scontato, davanti ad una scena di sesso tra un uomo ed una donna, concentrare l’attenzione sulla seconda. Lo stesso nostro sguardo, il modo di vedere le cose che siamo portat*, uomini e donne, a considerare come già dato, si articola come intrinsecamente maschile – e, in un’ottica intersezionale, eterosessuale e bianco. Questo non significa che non esistano modalità diverse di osservazione, che non si possa sviluppare una resistenza ai canoni visivi vigenti, ma si tratterà appunto di operazioni che presuppongono una decostruzione, una critica.

Se è vero, come credeva Lacan, che tutto ciò che ama le donne è etero, davanti a una scena sessuale del tipo descritto l’attenzione non può che essere sulla donna se l’osservatore è etero. In altre parole, se chi guarda è eterosessuale (lesbiche comprese, secondo Lacan), lo sguardo della fantasia non può essere omo-diretto (cioè rivolto al fallo). Il ruolo dell’uomo, in questo caso, comincia e finisce con il suo membro. È l’uomo, non la donna, a essere ridotto a oggetto. Nel video più famoso di Tiziana Cantone è lei stessa ad avere il totale controllo della situazione: è lei a volere il video, è lei che si fa chiamare “zoccola”, è lei che cerca l’insulto del partner che sta tradendo. Lei, insomma, mettendo in scena una fantasia tipicamente maschile, gode del godimento del fallo. Non è quindi lei stessa a voler innescare una logica maschilista? Ecco un estratto di un altro articolo:

Questa diversità non serve, però, a nulla se si sta zitti, se Noi uomini non alziamo la voce davvero, opponendoci a questo razzismo e disprezzo strisciante contro le donne che c’è nella nostra evoluta società… Si PUÒ cambiare, non è vero che i maschi non possono migliorare. Ciò si ottiene con Istituzioni, Scuola attiva ed inclusiva, padri che insegnano ai figli che una donna non è un oggetto, che la parola puttana/troia ecc. ha un peso enorme e ferisce.

Su questo vanno fatte due osservazioni. La prima: come abbiamo visto, non è lei ad assumere realmente il valore di oggetto. La situazione è simile a quella che si configura tra un sadico e un masochista. A prima vista sembra che sia il sadico ad avere in mano le redini del gioco, quando invece è il contrario: è il masochista che ha il controllo, che si serve del sadico per procurare (e quindi procurarsi) piacere, è il masochista che si assicura di essere in un contesto assolutamente sicuro (parola d’ordine che blocca immediatamente qualsiasi pratica, condizioni da non violare, ecc.). Allo stesso modo, Tiziana Cantone si finge oggetto per godere del godimento maschilista (almeno nel video diventato, purtroppo, famoso). La seconda osservazione da fare riguarda l’appellativo “zoccola”. Su questo bisogna fare un discorso a monte che riguarda le femministe: non si possono pubblicare articoli per dire che a essere zoccole non c’è nulla di male (ode alle zoccole, sono puttana e me ne vanto, racconto la zoccolaggine, io zoccola e mia figlia è la mia punizione, ecc.) e poi indignarsi se qualcuno dà della zoccola a chi si fa quattro o cinque video pornografici mentre insulta il proprio fidanzato, con partner diversi e poi li invia a cinque persone. Delle due l’una.

Infine, un ultimo estratto di un articolo pieno di insulti gratuiti:

Se quel video l’avete visto, e per di più ci avete riso e vi ci siete un pochetto eccitati (quel corpo quegli occhi quelle labbra.. ancora..) avete un problema.
Perché siete stati capaci di scindere dal contesto il vostro voyerismo, la vostra pruderie, il vostro eccitamento, le vostre voglie.
Sapevate perfettamente che quel video era rubato, non era un’esibizione intenzionale.

All’inizio, quando il video diventò virale, nessuno sapeva realmente di cosa si trattasse, tanto che in molti espressero il forte dubbio che fosse una trovata pubblicitaria per lanciare la giovane nel mondo del porno. Alcuni di quegli articoli sono stati cancellati, come quello del Fatto Quotidiano, ma altri lo ricordano quiqui. Così scrissero anche alcune lettrici di questo stesso blog femminista, dove ora si insulta chi ha guardato quel video, ci ha riso e si è eccitato.

“Tiziana Cantone s’è uccisa perché “l’abbiamo visto tutti quel video”, e scandagliato, e riso”, conclude l’articolo. Non è affatto così. Tiziana Cantone si è uccisa perché nei suoi video ha scelto consapevolmente di entrare in una logica che non le apparteneva, quella maschilista, e nel momento in cui questi video sono diventati di dominio pubblico non è più riuscita a uscirne. Alcune riescono a sopportarlo (certe pornostar, ad esempio), altre no. La cosa di fondamentale importanza che ci insegna questa triste storia è che il maschilismo appartiene anche alle donne. Emblematico di questo è il sottotitolo del blog femminista: “al di là del buco”. Al di là del buco, c’è il fallo. Il fallimento del femminismo non sta nel fatto che, come qualcuna ha scritto, una ragazza fa del sesso orale e si uccide per la vergogna; il fallimento del femminismo diventa un destino inevitabile nel momento in cui esso si pone l’obiettivo di far diventare le donne come gli uomini. La libertà delle donne consiste nell’essere al di là del fallo, non del buco.

300, la lettura di Slavoj Žižek

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300 di Zack Snyder, la saga dei trecento soldati spartani che si sacrificarono alle Termopili per fermare l’invasione dell’esercito persiano di Serse, è stata accusata di sostenere il peggiore genere di militarismo patriottico, con chiare allusioni alle recenti tensioni con l’Iran e agli eventi in Iraq – ma le cose stanno veramente così? Bisognerebbe piuttosto difendere a spada tratta il film da queste accuse.

È necessario mettere in rilievo due elementi. Il primo riguarda la storia in sé; è la storia di un paese piccolo e povero (la Grecia) invaso dall’esercito di un paese molto più grande (la Persia), in quel momento molto più sviluppato e dotato di una tecnologia militare avanzata; gli elefanti persiani, i giganti e le grosse frecce infuocate non sono forse la versione antica delle armi tecnologiche? Quando l’ultimo gruppo di spartani sopravvissuto e il loro re Leonida vengono uccisi da migliaia di frecce, non vengono in un certo senso bombardati a morte da tecno-soldati che operano con armi sofisticate da una distanza di sicurezza, come oggi i soldati statunitensi, che premendo un bottone lanciano missili dalle navi da guerra a distanza di chilometri nel golfo Persico? Inoltre, le parole di Serse, quando cerca di convincere Leonida ad accettare il dominio persiano, non suonano come le parole di un fanatico fondamentalista islamico: cerca di indurre Leonida alla sottomissione promettendogli pace e piaceri sensuali, se si unirà all’impero mondiale dei persiani. Tutto quello che gli chiede è un gesto formale di genuflessione in riconoscimento della supremazia persiana: se gli spartani faranno questa cosa, sarà loro concessa la suprema autorità sulla Grecia. Questa richiesta non è simile a ciò che il presidente Reagan domandò al governo sandinista del Nicaragua? Tutto quello che dovevano fare era dire “hey uncle!” agli Stati Uniti… E la corte di Serse non è forse dipinta come una sorta di paradiso multiculturale in cui convivono differenti stili di vita? In cui tutti partecipano a orge, razze differenti, lesbiche e gay, handicappati e così via? Gli spartani, con la loro disciplina e il loro spirito di sacrificio non sono forse molto più simili in qualche modo ai talebani che difendono l’Afghanistan dall’occupazione statunitense (o, a un’unità d’élite della Guardia rivoluzionaria iraniana, pronta a sacrificarsi in caso di invasione americana)? Alcuni storici perspicaci hanno già notato questo parallelismo. Si legga, ad esempio, questa pubblicità di Fuoco persiano di Tom Holland:

Nel quinto secolo a.C., un superpotere globale era determinato a portare verità e ordine in quelli che esso considerava come due stati terroristi. Il superpotere era la Persia, incomparabilmente ricca di ambizione, oro e uomini. Gli stati terroristi erano Atene e Sparta, città eccentriche in un paese povero e montagnoso: la Grecia.

L’investimento occidentale razzista nella battaglia delle Termopili è evidente: essa fu ampiamente interpretata come la prima e decisiva vittoria dell’Occidente libero contro l’Oriente dispotico: non è strano che Hitler e Goering paragonassero la sconfitta tedesca a Stalingrado nel 1943 alla morte eroica di Leonida alle Termopili. I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Quest’affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco antico e dunque un cristianesimo, due presupposti storici dell’Islam); ancora più importante è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l’appunto il risultato della vittoria greca sui persiani.

La principale arma greca contro la soverchiante supremazia militare di Serse furono la disciplina e lo spirito di sacrificio e, per citare Alain Badiou:

Abbiamo bisogno di una disciplina popolare. Direi anche… che “coloro che non hanno niente, hanno solo la loro disciplina”. I poveri, coloro che non hanno mezzi finanziari e militari, coloro che non hanno potere, tutti costoro hanno la loro disciplina, la loro capacità di agire insieme. Questa disciplina è già una forma di organizzazione.

Nell’era attuale del permissivismo che funge da ideologia dominante, è giunto il momento per la sinistra di (ri)appropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio: non c’è niente di intrinsecamente “fascista” in questi valori.

Ma anche questa identità fondamentalista degli spartani è più ambigua. Un’affermazione programmatica verso la fine del film definisce il programma della Grecia come un programma “contro il regno del mistico e della tirannide, rivolto a un ampio futuro”, successivamente specificato come governo della libertà e della ragione: il che suona come un programma di base dell’Illuminismo, dotato persino di una tensione in senso comunista! Bisogna ricordare anche che, all’inizio del film, Leonida rifiuta completamente il messaggio degli “oracoli” corrotti, secondo i quali gli dèi impediranno alla spedizione militare di fermare i persiani; come veniamo a sapere dopo, gli “oracoli” , che si presumeva ricevessero il messaggio divino durante una trance estatica, in realtà erano stati pagati dai persiani, come l’”oracolo” che, nel 1959, diede al Dalai Lama il messaggio di abbandonare il Tibet e che – come ora sappiamo – era sul libro paga della CIA!

Cosa bisogna pensare dell’apparente assurdità del fatto che l’idea di dignità, libertà e ragione siano sorrette da un’estrema disciplina militare, che include la pratica di liberarsi dei bambini deboli? Questa “assurdità” è semplicemente il prezzo della libertà – la libertà non è gratuita, come viene affermato nel film. La libertà non è qualcosa di dato, essa è riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto. La spietata disciplina militare spartana non è semplicemente il polo opposto rispetto alla “democrazia liberale” di Atene, ne è la condizione intrinseca, ne getta le fondamenta: il libero soggetto della Ragione può emergere solo attraverso una spietata autodisciplina. La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta alle fragole e una torta al cioccolato; la vera libertà si sovrappone alla necessità, si opera veramente una scelta libera quando la propria scelta inchioda la propria esistenza – lo si fa semplicemente perché “non si può fare altrimenti”. Quando il proprio paese è sotto occupazione straniera e si è chiamati da un leader della resistenza a lottare contro gli occupanti, la ragione che viene data non è: “Sei libero di scegliere”, ma: “Non vedi che questa è l’unica cosa che puoi fare, se vuoi mantenere la tua dignità?” Non è strano che tutti gli egualitaristi radicali del secolo dell’Illuminismo, da Rousseau ai giacobini, immaginassero la Francia repubblicana come la nuova Sparta: c’è un nucleo emancipatore nello spirito spartano di disciplina militare che sopravvive anche quando facciamo astrazione da tutti gli accessori storici della classe dominante spartana, dallo sfruttamento spietato e dal terrore esercitato sui propri schiavi, e così via. Non è strano che, negli anni difficili del “comunismo di guerra”, lo stesso Trotskij chiamasse l’Unione Sovietica una “Sparta proletaria”.

 

Žižek S., In Difesa delle Cause Perse, Ponte alle Grazie, pp. 92-95

Žižek sul fondamentalismo

Trovo che il recente articolo di Žižek sui fatti di Parigi dia una lettura in chiave hegeliana poco convincente e che sia controverso in alcuni punti. Nello specifico:

– non capisco in che modo si possa sostenere che la società liberale produca sistemicamente il fondamentalismo (islamico). Non c’è dubbio che il relativismo assoluto e la precarietà del mondo democratico spinga a cercare punti fermi e valori universali, ma non necessariamente questo si traduce in adesione al fondamentalismo. Il califfato di Al-Baghdadi non è certo un prodotto della società liberale – piuttosto è una reazione al suo universalismo militare. I soggetti possono partecipare a “verità assolute” come ferventi liberali, cattolici, comunisti, musulmani, ecc. ma questo non si traduce per forza in atti violenti contro chi rappresenta l’Altro;

– per salvare i valori liberali, Žižek sostiene che il liberalismo ha bisogno “dell’aiuto fraterno” della sinistra radicale. Una frase del genere sarebbe perfettamente comprensibile in una visione rancieriana della politica, ma non nella versione che ne danno Badiou e lo stesso Žižek. Il senso di quelle righe mi resta assolutamente oscuro;

“Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento”. Politici della risma di Salvini raccattano voti in tutta Europa predicando che l’islam “non è una religione come le altre”; Ferrara vorrebbe radere al suolo il califfato di Al-Baghdadi; Magdi Allam annuncia lo stato di guerra dell’islam contro l’Europa. Questo dovrebbe placare l’ira dei fondamentalisti? O forse ne aumenterebbe i ranghi? È il permissivismo politicamente corretto dell’Occidente che rafforza il fondamentalismo, o forse a farlo è la paura e l’odio indiscriminato per il mondo islamico?

Valentina Nappi, ovvero il conformismo della trasgressione

Quando ho ascoltato l’intervento di Valentina Nappi al festival “Popsophia” ( http://vimeo.com/45786035 ), ho visto in lei la sovrapposizione di due noti personaggi del cinema recente: Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street e Joe di Nymphomaniac. Sebbene Valentina Nappi neghi apertamente di essere ninfomane, pare innegabile la sua abnorme ricerca di partner sessuali (ricordo la sua proposta di fare un’orgia insieme a tutti i suoi fan). Ma la sua somiglianza con Joe non sta tanto in questo, quanto nel fatto che non tollera l’inibizione. Valentina Nappi, esattamente come Joe, considera falso e ipocrita tutto ciò che non è espressione diretta di una pulsione. La dimensione dell’autentico, della nuda essenza umana, è la pulsione liberata dai feticci culturali, dalla Legge del Padre, dai “millenari valori” che risplendono sulle scaglie dorate del drago della morale, per citare un filosofo caro alla Nappi. Dall’intervista a Popsophia si può notare che anche lei, come Joe, si sente minacciata dalla “polizia etica della società” (Joe a ragione, lei a torto), per il fatto di essere “trasgressiva”, nemica della cultura e del comune senso del pudore. L’altra somiglianza, quella con Jordan Belfort, sta nel rappresentare l’icona del capitalismo contemporaneo nella forma della continua ricerca del godimento illimitato. Valentina Nappi colleziona una serie numerosissima di oggetti di godimento che vengono usati non solo in successione ma anche contemporaneamente (è il caso delle orge). Chi le sta vicino gode del suo godimento, in grado diverso: nel caso di Belfort, i suoi colleghi si drogano e si divertono insieme a lui; nel caso dell’attrice porno, i colleghi godono nell’atto sessuale e gli spettatori godono del proprio immaginario attraverso l’osservazione dei suoi atti sessuali (ognuno sceglie il porno che preferisce, nel senso che ognuno seleziona quale prodotto pornografico mette meglio in scena i fantasmi che animano il proprio inconscio). I due personaggi dovrebbero essere agli antipodi, l’uno come rappresentante dei meccanismi razionali e impersonali dei macrosistemi economici, l’altra come l’abisso della patologia sessuale. In realtà, non solo nessuno dei due corrisponde alle definizioni date, ma anzi coincidono, sono due modi di una stessa sostanza.

A questo discorso si possono fare alcune considerazioni. La prima: perché l’uomo autentico è quello che libera incondizionatamente le sue pulsioni? Non si può parlare di “uomo” senza il concetto di “cultura”. La cultura è ciò che stabilisce le regole grazie alle quali una società può durare nel tempo; fra queste regole, c’è il senso del pudore. Fare una battaglia al senso del pudore per liberare la sessualità poteva significare, fino a qualche decennio fa, combattere il sistema ideologico borghese; oggi, invece, si tratta di una finta battaglia, peraltro terminata con la vittoria del capitalismo, che ha masticato e digerito anche quest’istanza proveniente dalle rivendicazioni libertarie sessantottine. L’etica borghese e la cultura capitalista hanno trasformato la trasgressione sessuale in un prodotto commerciale. Ecco perché sopra ho scritto che la Joe di Von Trier ha pieno diritto di sentirsi vittima della “polizia etica della società” mentre Valentina Nappi no: quest’ultima è di professione una pornostar, è un’imprenditrice del suo corpo, la sua presunta trasgressione è in realtà perfettamente integrata nel sistema e trasformata in merce. Del resto, se davvero Valentina Nappi avesse avuto qualcosa di sovversivo, non l’avrebbero invitata a Popsophia, insieme a Pupo e Giobbe Covatta; si tratta di un sintomo del fatto che il potenziale sovversivo della trasgressione sessuale è nullo.

L’altra considerazione riguarda l’etica. Valentina Nappi dice di avere una morale diversa da quella che ci viene imposta dalla società. La differenza consiste nel fatto che lei ha accettato in toto le sue pulsioni e le vive in maniera immediata, mentre gli altri le reprimono. A me pare invece che Valentina Nappi sia quella che più di molti altri abbia incarnato l’etica imposta dalla società. Per tornare a Nietzsche, il drago della morale contemporanea non si chiama più “tu devi”, ma “tu godi”. L’ultima maschera indossata dal capitalismo è quella della liberazione dalla castrazione, della fine della Legge del Padre, dell’esortazione a cedere sempre al desiderio, della ricerca del godimento illimitato. In questo senso, Valentina Nappi rappresenta il massimo esponente del conformismo contemporaneo. Lo stupore dei presenti nella sala di Popsophia non derivava dallo scontro fra due etiche diverse, ma dal fatto che lei incarna in maniera esemplare ciò che gli altri sono ancora in maniera imperfetta.

In occasione della festa della donna

“… un Paese che non utilizza tutta la risorsa femminile non è un Paese democratico; non si avvantaggia del 50% dei talenti che ha a disposizione. L’uguaglianza di genere è un diritto, è la cosa giusta e anche quella più efficiente perché comporta crescita della produttività, migliora la situazione economica delle famiglie e le prospettive future dei figli“.

Queste parole* sono state pronunciate da Anna Maria Tarantola, presidente Rai, sul tema della parità di genere. Le trovo particolarmente interessanti perché raramente, in un contesto pubblico e su un tema così delicato, il pensiero ideologico liberal-capitalista si manifesta così apertamente. Solitamente siamo abituati ad ascoltare discorsi retorici e pomposi che tendono a mascherare il punto di vista ideologico, facendo passare l’argomento in questione come qualcosa di universalmente giusto, o neutrale, o addirittura naturale.

Nel caso di Tarantola, a ben vedere, un timido tentativo mistificatorio c’è, quando afferma che l’uguaglianza di genere è un diritto e risponde al criterio di efficienza: per essere coerenti col discorso precedente (le donne sono risorse che abbiamo a disposizione e che dobbiamo utilizzare per la crescita economica) bisognerebbe dire piuttosto che l’uguaglianza di genere è un diritto perché risponde al criterio di efficienza. Questa non è che un’applicazione dello schema generale liberale: qualcosa è un diritto nella misura in cui è utile ed efficiente per il sistema capitalista.

Inoltre, molto significativo è il fatto che a pronunciare queste parole sia stata una donna: la sua battaglia per la parità di genere si traduce nella volontà di farla passare come una risorsa economica da impiegare non meno degli uomini; il che significa che la donna vale quanto l’uomo perché anch’essa può produrre ricchezza. Buona festa della donna.

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* http://www.youtube.com/watch?v=lX_z0t_CKrc&feature=youtu.be&t=23m3s

Disoccupati o diversamente-occupati: l’economia che verrà

La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.

Così scrive Mauro Gallegati in un suo recente articolo¹. Il vero e più radicale scontro di prospettive si gioca su questo tema, che può essere definito “ideologico”, nonostante vi sia verso questo termine un’idiosincrasia diffusa in quasi tutte le aree del pensiero politico attuale. La spaccatura radicale, che stabilisce il metro dell’azione politica, è fra chi pensa che sia arrivato il momento in cui è necessario reinventare le categorie dell’economia (e quindi della società) e fra chi è ancora fedele alle categorie del capitale. Quest’ultimi, fedeli all’universalità dei concetti di “prodotto interno lordo”, “crescita”, “piena occupazione”, hanno come obiettivo e auspicio l’aumento del prodotto interno nazionale, che passa attraverso la detassazione delle imprese, del lavoro, ma soprattutto attraverso massicci investimenti. Dall’altra parte, diversi studiosi di svariati campi del sapere (filosofi, economisti eretici, sociologi, ecc.) sottolineano le contraddizioni di questo modo di pensare. Non tutti i momenti storici possono essere letti con le stesse categorie economiche, dato che ogni periodo presenta delle peculiarità che lo rendono irripetibile. Nello specifico, vi sono due fattori eminentemente centrali per questa discussione, cioè sviluppo tecnologico e degrado ambientale (in ogni sua forma), che impongono nuove letture e aprono nuove prospettive per il futuro. Se da un lato risuonano numerosi allarmi sulla situazione biologica e atmosferica planetaria², dall’altro è innegabile che, come sostiene lo stesso Gallegati, l’uso crescente di automazioni e tecnologie nelle industrie ha “liberato” una grande quantità di manodopera non più necessaria. La soluzione di aumentare gli investimenti per allargare la produzione e quindi riassorbire la disoccupazione è impraticabile per vari motivi: la logica vuole che si producesse ciò che è necessario per vivere, mentre così si dovrebbe produrre qualcosa solo per impiegare manodopera; l’emergenza ambientale impone di consumare meno risorse possibili; ma soprattutto, questa pratica porterà inevitabilmente ad un eccesso di offerta, il che significa ancora crisi, licenziamenti, disoccupazione³.

Bisogna prendere atto che si sta entrando in una nuova era, quella del tempo libero:

Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali.

Non si può più misurare il benessere con il pil. Non è più necessario aumentare il prodotto interno, e la situazione ambientale nemmeno ce lo permette più. La verità, difficile da digerire, è che il problema della disoccupazione è irrisolvibile dal punto di vista del capitalismo classico; anzi, è il capitalismo che inevitabilmente la riproduce.

Le questioni della sospensione dell’imu e del punto percentuale di iva, su cui sembrano decidersi le sorti del governo e dell’intero Paese, sono assolutamente innocue rispetto alla disfatta economica che si prospetta. Si tratta di misure che il governo prende per far vivacchiare i cittadini (e per avere qualcosa da rivendicare in campagna elettorale) in attesa della “ripresa nel 2014”. È superfluo ricordare che la “ripresa” è stata annunciata, nell’ordine, da Berlusconi nel 2011, da Monti nel 2012 e poi nel 2013, e ora da Letta nel 2014. Su questi temi, al netto di accordi e favori reciproci, centrodestra e centrosinistra sono assolutamente indistinguibili, in quanto attori di un’ideologia in rovina che agiscono nel sistema e non sul sistema.

1. L’economia che verrà. Benessere e non pil ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-economia-che-verra.-Benessere-e-non-Pil-20295 )

2. Ad esempio: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/clima/2010/04/20/news/riscaldamento_globale_un_breve_decalogo-8893/

3. Esemplare è il caso Fiat: finché ha avuto sovvenzioni statali gli stabilimenti sono rimasti in funzione; ora, minaccia di chiudere ( http://www.uilmpotenza.it/finanziamenti_statali_fiat.html )

Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?