Platone e Mosè: le origini socio-politiche dell’ebraismo

Per capire a fondo l’origine storica del cristianesimo bisogna analizzare le radici che affondano nell’antico testamento. Il problema si sposta preliminarmente su questa raccolta di testi: chi li ha scritti? Chi li ha tradotti e come? Sono stati modificati nel tempo?
La prima cosa da dire sulle Scritture è che gli originali erano in ebraico antico, una lingua senza vocali e spaziature fra le parole. Non essendo in possesso degli originali, andati distrutti probabilmente con la conquista dei babilonesi, e non avendo nessuna grammatica, ci viene precluso in maniera definitiva di controllare la veridicità della traduzione dei testi, sia nella versione masoretica (un ebraico vocalizzato) sia nella versione dei septuaginta (in greco). Non resta che conservare verso di essi un atteggiamento di scetticismo, pensando al fatto che una scrittura senza spazi e vocali lascia adito ad una grande ambiguità, nonostante si possa fare appello al contesto. Ad esempio la frase “l’uomo spara” diventa “lmspr”, che, vocalizzata, può essere erroneamente interpretata “l’uomo separa”. La contro-obiezione che solitamente viene fatta è che in realtà ogni parola è perfettamente deducibile dal contesto e non sussistono ambiguità interpretative. Prendiamo allora come esempio le prime parole della Genesi, che la tradizione vuole che siano queste: “bereshit barà Elohim”, cioè “in principio Dio creò”. E’ l’unica lettura possibile? Niente affatto. Si può leggere anche “ab reshit barà Elohim”, e cioè “il Padre del principio creò gli dèi”, oppure “barosh itbarà Elohim”, qualcosa come “nella mente Dio creerà se stesso”. Come appare evidente, ognuna di queste tre letture offre una chiave interpretativa completamente diversa dalle altre. Ciò che di vero possiamo dire sull’Antico Testamento non riguarda il suo contenuto, ma il fatto che l’interpretazione dominante è dipesa dalle convinzioni filosofiche dei masoreti, che hanno vocalizzato l’antico testamento in un lungo processo terminato all’incirca nel X secolo d.C..
Anche sugli autori e sull’autenticità degli scritti ci sono grandi dubbi. Quasi tutto ciò che la tradizione attribuisce a Mosè in realtà è opera di Esdra e della sua classe sacerdotale, i quali dovevano rifondare l’identità ebraica su radici mitiche dopo la liberazione dalla schiavitù babilonese, finita grazie all’intervento dei persiani tra il VI e il V secolo a.C.. La non autenticità è dimostrata dal fatto che sono narrate vicende di molto posteriori alla morte di Mosè, fino al periodo in cui visse Esdra. Inoltre, anche gli altri libri, compresi quelli dei profeti, potrebbero non essere autografi. Il libro di Daniele, per esempio, è stato più volte dichiarato come inautentico: Uriel Da Costa lo considera un’opera farisaica, mentre Spinoza ritiene che ci siano state delle aggiunte di stampo sadduceo (la corrente conservatrice opposta ai farisei). Purtroppo possiamo solo fornire prove che dimostrano l’infondatezza delle credenze tradizionali, ma nulla possiamo dire con certezza intorno ai veri autori.
Cosa insegnano questi libri? Principalmente due cose:

1) il timore ed il rispetto di Dio, inculcato attraverso minacce di atroci punizioni e promesse di grandi ricchezze;
2) alcune norme morali di buon senso e di buona condotta utili per la conservazione della società.

Questi due punti sono in realtà indissolubilmente legati, giacché le leggi erano attribuite direttamente a Dio e la loro osservanza dipendeva in maniera proporzionale dalla fede di ciascuno.
Tutto questo risulta immediatamente chiaro dalla vicenda di Mosè. Tratti in salvo gli ebrei dalla schiavitù egizia, si affacciava subito un altro problema: quale organizzazione politica dare al popolo, e come imporla? L’ambizione di ognuno a governare o il rifiuto di essere governato da pari costituiva il più grande problema per la conservazione e la stabilità della nuova società. Ricordiamo che il Deuteronomio è stato redatto da Esdra o comunque da sacerdoti a lui vicini, il cui scopo era quello di dare una fondazione mitica e gloriosa del popolo ebraico, che scende a patti addirittura con Dio stesso:

“Il Signore ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb” (deuter. 5,2)

L’intento delle Scritture non è storiografico, ma quello di suscitare meraviglia e devozione in chi ascolta o legge. La legge imposta al popolo ebraico parte proprio dalla reverenza verso l’autorità divina:

“Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza ed alla quarta generazione per quanti mi odiano” (deuter. 5,7-9).

Con ogni probabilità, essendo il popolo ebraico diviso in numerose tribù, ognuna doveva avere il suo personale dio protettore. Per unificare il popolo è innanzitutto necessario unificarne il culto; questo Dio che doveva essere da tutti adorato è lo stesso che ha liberato gli ebrei dall’Egitto, come si dice poco sopra in Deuteronomio 5,6 (“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile”), e non c’è nessun motivo per non adorare un Dio estremamente potente e che ha molto a cuore il suo popolo. Un tale discorso doveva esercitare un fortissimo grado di persuasione sul volgo, che riponeva più l’attenzione sui prodigi e sulle minacce che non, ad esempio, in frasi come “sono un Dio geloso”, attributo poco divino e molto umano.
Gli altri comandamenti non sono che precetti morali finalizzati all’ordine sociale e rivestiti con la forza di decreto divino, così da essere rispettati da tutti per timore di una punizione e per la speranza di una ricompensa:

“Onora tuo padre e tua madre… Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo” (deuter. 5, 17-21).

Il potere che qui esercita Mosè non è diverso dai re dell’antichità. Al fine di mantenere l’ordine e il dominio sul popolo era necessario ad ognuno proclamarsi semidio o voce di dio sulla terra. Mosè fa la stessa cosa: dà un codice di leggi al suo popolo e sostiene che gli sono state dettate direttamente da Dio, manifestatosi sotto forma di fuoco.
Ora, immedesimandoci in un ebreo del tempo di Esdra, possiamo chiedere: ma perché proprio Mosè dev’essere portavoce di Dio? Se Dio ama il suo popolo e il suo Regno è quello d’Israele, perché non si manifesta apertamente a tutto il popolo? Questa è un’idea sovversiva, in quanto mette in dubbio la legittimità del fondamento dello stato teocratico ebraico. L’autorità di Mosè non può essere in alcun modo messa in dubbio. Ecco che allora, più avanti, si narra un vero e proprio mito fondativo, una giustificazione fantastica diretta al popolo che legittima l’ordine costituito:

“All’udire la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme, i vostri capitribù e i vostri anziani si avvicinarono tutti a me e dissero: Ecco il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua gloria e la sua grandezza e noi abbiamo udito la sua voce dal fuoco; oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo restare vivo. Ma ora, perché dovremmo morire? Questo grande fuoco infatti ci consumerà; se continuiamo a udire ancora la voce del Signore nostro Dio moriremo. Poiché chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo? Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo. Il Signore udì le vostre parole, mentre mi parlavate, e mi disse: Ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolte; quanto hanno detto va bene” (deuter. 5, 23-28).

Il messaggio è grossomodo questo: il popolo ha già udito la voce di Dio in passato, provando la verità di quanto detto da Mosè. Ma non potrà più sentirla, altrimenti morirà; solo Mosè, o chi per lui, può esserne l’interprete, perché solo chi ha mostrato di poter ascoltare la parola di Dio senza conseguenze potrà continuare a farlo. Qualche riga sopra si rafforza il concetto:

Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco, mentre io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate saliti sul monte” (deuter. 5, 4-5).

L’importanza di questo mito fondativo è enorme perché dimostra con somma evidenza che la funzione della religione era in origine esclusivamente politica e che di conseguenza le religioni rivelate successive (cristianesimo ed islam) non sono che interpretazioni diverse di una dottrina teologica creata ad arte per la conservazione dello stato ebraico. Bisogna ricordare che per gli ebrei di quel tempo il premio divino non era il paradiso ma ricompense concrete e mondane, e il Regno di Dio non è sinonimo di “Regno dei Cieli”, ma di “Regno d’Israele”.
Tenterò di convincere il lettore proponendo un parallelo con un altro mito fondativo: quello presente nella Repubblica di Platone.
La Repubblica è divisa in dieci libri e il suo argomento di indagine è la giustizia. In questa lunga trattazione Platone presenta quello che per lui sarebbe il modello di stato ideale, essenzialmente diviso in tre classi: i guardiani (cioè i governanti) simboleggiati dall’oro, i guerrieri che sono argento, ed i lavoratori, il cui elemento è il bronzo. Come per Mosè, anche in Platone si presenta il problema di come far accettare e mantenere un tale stato di cose. Il filosofo propone nel terzo libro della Repubblica una “genuina menzogna” da inculcare nel popolo con il fine di conservare la divisione sociale:

“Con quale mezzo potremmo allora far credere una genuina menzogna… ai governanti stessi, oppure al resto della città?
[…]
cercherò di persuadere innanzitutto i governanti stessi e i soldati, poi anche il resto della città, che essi avevano l’impressione di ricevere tutta l’educazione fisica e spirituale impartita da noi come in un sogno che accadesse attorno a loro, ma in realtà in quel momento erano plasmati ed educati nel seno della terra, essi, le loro armi e il resto del loro equipaggiamento già bell’è fabbricato; e quando furono interamente formati la terra, che era la loro madre, li portò alla luce. Per questo ora devono provvedere alla terra in cui vivono e difenderla come loro madre e nutrice, se qualcuno muove contro di essa, e considerare gli altri cittadini come fratelli nati anch’essi dalla terra». «Non a torto», esclamò, «prima ti vergognavi a proferire questa menzogna!». «E ne avevo ben donde!», risposi. «Tuttavia ascolta anche il resto del mito. Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell’oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell’argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d’una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall’oro può nascere una prole d’argento e dall’argento una discendenza d’oro, e così via da un metallo all’altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d’oro o d’argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo…” (Platone, Repubblica III, 414b-415c).

In sostanza, al fine della conservazione sociale per Platone è necessario che si racconti una menzogna “nobile”, la quale conferisca un’origine divina alla divisione sociale dello stato, così che ognuno accetti il proprio ruolo e non sia mosso da ambizioni personali. È abbastanza evidente l’analogia con il passo sopra citato del Deuteronomio: la paura della morte e della punizione divina (per disobbedienza al Decalogo o per hybris) autorizza una certa classe sociale a legiferare (prima Mosè e poi i Leviti, all’inizio capeggiati da Aronne), e le ambizioni di ognuno devono essere abbandonate al principio, come Dio stesso ordina. Tra l’altro c’è anche una forte analogia tra la classe dei Leviti e quella dei guardiani platonici: entrambi erano esentati dal lavoro, non potevano possedere terre ma erano mantenuti dal popolo e dovevano occuparsi delle leggi.
La grande differenza fra il mito platonico e quello del Decalogo è che il primo è dichiaratamente una menzogna, mentre il secondo è spacciato come vero da numerose narrazioni; ma questo è dovuto soltanto al fatto che la menzogna legata al mito del Decalogo è operante ed ha effettivamente funzionato (forse addirittura meglio del previsto), mentre quella platonica è soltanto un proposito che dovrà essere perfezionato:

“Conosci dunque un qualche sistema per convincerli di questo mito?» «Per convincere loro», disse, «assolutamente no; semmai per convincere i loro figli e discendenti e la posterità in generale” (Platone, Repubblica III, 415c).

Vale a dire: magari i primi che la udiranno non vi crederanno, ma se la si insegna ai loro figli e ai figli dei loro figli, alla fine verrà creduta come una verità indubitabile (la diffusione ed il persistere di una certa religione in una determinata area segue questo principio).

Ho qui illustrato, con l’ausilio della Repubblica di Platone, una delle ragioni per cui ritengo che l’ebraismo sia una religione costruita per fini sociali e politici. Inoltre, non essendo le Scritture univocamente traducibili, non può essere considerata “sacra” una loro traduzione, tenendo anche conto del fatto che sono state modificate nel tempo in più punti e gli autori non sono, in molti casi, quelli attribuiti dalla tradizione.