Legge Fiano ed eristica: le obiezioni del liberticidio e degli orrori del comunismo

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La legge Fiano, recentemente approvata alla Camera, è violentemente criticata da politici e giornalisti in base a due assunti fondamentali: da un lato sarebbe una legge liberticida poiché violerebbe la libertà di pensiero, dall’altro sarebbe sbagliata in quanto punisce solo l’estremismo di destra, dimenticando il comunismo. Vediamole singolarmente.

1. La legge Fiano è fascista

“I cittadini si considerano liberi in quanto vedono se stessi come fonti autoautenticanti di rivendicazioni valide. In altre parole, essi si considerano in diritto di chiedere alle istituzioni di promuovere le loro concezioni del bene (sempre che queste concezioni rientrino nei limiti ammessi dalla concezione pubblica della giustizia).”

“Una società democratica è fin dall’inizio una società politica incompatibile con uno stato confessionale o aristocratico, per non parlare di uno Stato castale, schiavista o razzista; e questa incompatibilità deriva dall’aver assunto i poteri morali come base dell’uguaglianza politica.”

La concezione pubblica della giustizia consiste nel conferire innanzitutto a tutti i cittadini “lo stesso titolo a uno schema pienamente adeguato di uguali libertà di base compatibile con un identico schema di libertà per tutti gli altri; […] le libertà di base non sono mai assolute, perché in certi casi possono entrare in conflitto…”

john-rawlsQueste parole non sono state scritte da Stalin o da qualche intellettuale comunista: si trovano invece in “Giustizia come equità – una riformulazione” e l’autore è John Rawls, uno dei più influenti liberali della filosofia politica del ‘900.

Secondo Sallusti (che ha portato agli estremi la critica del “liberticidio”) la legge Fiano sarebbe paradossalmente “fascista”, perché “punisce un’idea” (così a Piazza Pulita, puntata del 21 settembre). Questo è doppiamente falso: primo, perché il progetto di legge non punisce le idee, ma la propaganda (“chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco… è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”); secondo, perché, come si legge nelle citazioni di Rawls, nessuno stato liberale può accogliere al suo interno libertà che a loro volta impediscano agli altri di esercitare le proprie; inoltre, nessuno stato liberale può accogliere idee sociali che minino il fondamento stesso del liberalismo, cioè la giustizia come uguaglianza di tutti i cittadini.

 

2. E allora il comunismo?

Sempre in quella puntata di Piazza Pulita, Sgarbi e Sallusti portavano avanti questa tesi: il comunismo ha fatto più morti e nessuna legge ne vieta la propaganda. Con parole diverse, interveniva alla Camera l’onorevole Capezzone: “voi [il PD] siete antifascisti, ma non siete antitotalitari… questa è la differenza tra voi che siete comunisti… e chi è, ed era, liberale”. Appurato che questa legge non ha niente di illiberale, non resta che occuparsi della prima parte della critica: e allora il comunismo?

Premettendo che non è una gara di morti, e che comunque il nazifascismo partirebbe svantaggiato vista l’enormità della popolazione russa e cinese e la durata temporalmente molto più estesa dei regimi comunisti, la tesi di Capezzone, Sallusti e Sgarbi è sbagliata per tre motivi.

Primo: si fonda su un errore logico peraltro usato e abusato in politica e nel giornalismo, la fallacia “ad hominem”. È come se Capezzone stesse dicendo a Fiano: “tu denunci le atrocità del fascismo, ma la tua tradizione politica viene dal comunismo che ne ha commesse altrettante, quindi la tua legge è oppressiva e illiberale come lo furono quelle delle dittature comuniste”. Tutto questo non ha niente a che vedere con la legge in sé ma, al massimo, con l’uomo politico che l’ha pensata. A livello argomentativo questo discorso non ha nessun valore in quanto semplicemente non riguarda il testo della legge che, ricordiamolo, è la 293-bis, cioè andrebbe a completare la legge Scelba (contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista) laddove questa lascia vuoti normativi. Non è mai stato nelle intenzioni di Fiano combattere la propaganda di ogni totalitarismo; piuttosto intende completare la legge 293.

Secondo: Fiano non ha scritto una legge anche contro la propaganda delle dittature comuniste perché ce n’è già una che punisce i gruppi sovversivi. L’articolo 270 del codice penale recita:

“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico-sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società.”

enrico-berlinguer1Terzo: il comunismo ha assunto nella storia svariate forme. In Italia, al di fuori di qualche organizzazione attiva negli anni caldi (e duramente perseguita ai sensi di legge), il comunismo è stato per lo più istituzionale e parlamentare, senza mai instaurare dittature (come fece Mussolini di fatto nel ’25) o tentare golpe, minacciato invece dal generale De Lorenzo nel 1964 (operazione denominata “piano Solo”, di stampo neofascista) e tentato dal “principe nero” Borghese sei anni più tardi, dopo aver organizzato gruppi paramilitari su tutto il territorio italiano facenti capo al suo movimento politico “Fronte Nazionale”. Quindi, gli “orrori del comunismo” denunciati da Sallusti, Sgarbi, Capezzone o chi per loro, hanno poco o niente a che vedere con la storia politica e sociale dello stato italiano.

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Disoccupati o diversamente-occupati: l’economia che verrà

La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.

Così scrive Mauro Gallegati in un suo recente articolo¹. Il vero e più radicale scontro di prospettive si gioca su questo tema, che può essere definito “ideologico”, nonostante vi sia verso questo termine un’idiosincrasia diffusa in quasi tutte le aree del pensiero politico attuale. La spaccatura radicale, che stabilisce il metro dell’azione politica, è fra chi pensa che sia arrivato il momento in cui è necessario reinventare le categorie dell’economia (e quindi della società) e fra chi è ancora fedele alle categorie del capitale. Quest’ultimi, fedeli all’universalità dei concetti di “prodotto interno lordo”, “crescita”, “piena occupazione”, hanno come obiettivo e auspicio l’aumento del prodotto interno nazionale, che passa attraverso la detassazione delle imprese, del lavoro, ma soprattutto attraverso massicci investimenti. Dall’altra parte, diversi studiosi di svariati campi del sapere (filosofi, economisti eretici, sociologi, ecc.) sottolineano le contraddizioni di questo modo di pensare. Non tutti i momenti storici possono essere letti con le stesse categorie economiche, dato che ogni periodo presenta delle peculiarità che lo rendono irripetibile. Nello specifico, vi sono due fattori eminentemente centrali per questa discussione, cioè sviluppo tecnologico e degrado ambientale (in ogni sua forma), che impongono nuove letture e aprono nuove prospettive per il futuro. Se da un lato risuonano numerosi allarmi sulla situazione biologica e atmosferica planetaria², dall’altro è innegabile che, come sostiene lo stesso Gallegati, l’uso crescente di automazioni e tecnologie nelle industrie ha “liberato” una grande quantità di manodopera non più necessaria. La soluzione di aumentare gli investimenti per allargare la produzione e quindi riassorbire la disoccupazione è impraticabile per vari motivi: la logica vuole che si producesse ciò che è necessario per vivere, mentre così si dovrebbe produrre qualcosa solo per impiegare manodopera; l’emergenza ambientale impone di consumare meno risorse possibili; ma soprattutto, questa pratica porterà inevitabilmente ad un eccesso di offerta, il che significa ancora crisi, licenziamenti, disoccupazione³.

Bisogna prendere atto che si sta entrando in una nuova era, quella del tempo libero:

Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali.

Non si può più misurare il benessere con il pil. Non è più necessario aumentare il prodotto interno, e la situazione ambientale nemmeno ce lo permette più. La verità, difficile da digerire, è che il problema della disoccupazione è irrisolvibile dal punto di vista del capitalismo classico; anzi, è il capitalismo che inevitabilmente la riproduce.

Le questioni della sospensione dell’imu e del punto percentuale di iva, su cui sembrano decidersi le sorti del governo e dell’intero Paese, sono assolutamente innocue rispetto alla disfatta economica che si prospetta. Si tratta di misure che il governo prende per far vivacchiare i cittadini (e per avere qualcosa da rivendicare in campagna elettorale) in attesa della “ripresa nel 2014”. È superfluo ricordare che la “ripresa” è stata annunciata, nell’ordine, da Berlusconi nel 2011, da Monti nel 2012 e poi nel 2013, e ora da Letta nel 2014. Su questi temi, al netto di accordi e favori reciproci, centrodestra e centrosinistra sono assolutamente indistinguibili, in quanto attori di un’ideologia in rovina che agiscono nel sistema e non sul sistema.

1. L’economia che verrà. Benessere e non pil ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-economia-che-verra.-Benessere-e-non-Pil-20295 )

2. Ad esempio: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/clima/2010/04/20/news/riscaldamento_globale_un_breve_decalogo-8893/

3. Esemplare è il caso Fiat: finché ha avuto sovvenzioni statali gli stabilimenti sono rimasti in funzione; ora, minaccia di chiudere ( http://www.uilmpotenza.it/finanziamenti_statali_fiat.html )