Roba bright

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Propongo una traduzione di un appello scritto da Daniel Dennett e pubblicato sul New York Times il 12 luglio 2003. L’invito è quello di unire le forze fra atei, agnostici e quant’altro per ottenere maggior peso politico, in modo da riuscire a fronteggiare il dominio cristiano della scena politica ed essere rappresentati adeguatamente.

Per noi bright è venuto il tempo di uscire allo scoperto. Cos’è un bright? Un bright è una persona con una visione del mondo naturalistica opposta a una supernaturalistica. Noi bright non crediamo nei fantasmi o negli elfi o nel coniglietto di pasqua – o in Dio. Noi siamo in disaccordo su molte cose, e possediamo una varietà di vedute sulla moralità, sulla politica e sul significato della vita, ma condividiamo il rifiuto di credere nella magia nera – e nella vita dopo la morte.

Il termine “bright” è una recente invenzione di due bright di Sacramento, California, i quali pensano che il nostro gruppo sociale – che ha una storia che parte dall’Illuminismo, se non prima – potrebbe resistere con un’immagine candida e che un nome fresco potrebbe aiutare. Il nome non va confuso con l’aggettivo: “io sono un bright [brillante]” non è una vanteria ma un’orgogliosa rivendicazione di una visione del mondo indagatrice.

Tu potresti essere un bright. Se non lo sei, certamente sei quotidianamente in contatto con loro. Questo perché siamo ovunque intorno a te: siamo dottori, infermieri, ufficiali di polizia, insegnanti di scuola, guardie municipali e uomini e donne che servono nell’esercito. Noi siamo i tuoi figli e le tue figlie, i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le nostre scuole e le nostre università pullulano di bright. Tra gli scienziati, siamo la netta maggioranza. Cercando di preservare e trasmettere una meravigliosa cultura, noi insegnamo anche nelle scuole domenicali e nelle classi ebraiche. Sospetto che molti membri del clero della nazione sono segretamente bright. Noi siamo, infatti, la spina dorsale morale della nazione: i bright prendono seriamente i loro doveri civici precisamente perché non confidano in Dio per salvare l’umanità dalle sue follie.

55f8352def783a2b3a7f0b8b135a82ac5ae0b2de_1600x1200Come adulto bianco sposato maschio con sicurezza finanziaria, non ho l’abitudine di considerarmi un membro di una qualsiasi minoranza che abbia bisogno di protezione. Se qualcuno è nel posto del guidatore, credo, è qualcuno come me. Ma ora comincio a sentire un po’ di calore, e sebbene non sia ancora disagevole, ho capito che è tempo di suonare l’allarme.

Se noi bright siamo una minoranza o, come sono incline a credere, una maggioranza silenziosa, le nostre profonde convinzioni sono sempre più respinte, sminuite e condannate da quelli al potere – dai politici che esulando dai propri ruoli invocano Dio e stanno, pavoneggiandosi ipocritamente, da quella che chiamano “la parte degli angeli”*.

Uno studio del 2002 del “Pew Forum on Religion and Public Life” indica che 27 milioni di americani sono atei o agnostici o non hanno preferenze religiose. Questo numero potrebbe essere troppo basso, dato che molti non credenti sono riluttanti ad ammettere che la loro osservanza religiosa è più un dovere civico o sociale che una religione – più una faccenda di colorazione protettiva che una convinzione.

Molti bright non giocano al ruolo dell’ “ateo aggressivo”. Non vogliamo trasformare ogni conversazione in un dibattito sulla religione, e non vogliamo offendere i nostri amici e i nostri vicini, e così manteniamo un diplomatico silenzio.

Ma il prezzo è l’impotenza politica. I politici non pensano che devono ricompensare il nostro silenzio, e i leader che non vogliono essere catturati morti facendo diffamazioni religiose o etniche non esitano a denigrare i “senza dio” tra di noi.

Dalla Casa Bianca in giù, il “tiro al bright” è visto come un modo di attirare voti a basso rischio. E, certamente, l’attacco non è solo retorico: l’amministrazione Bush ha sostenuto cambiamenti nelle regole e nelle politiche del governo per accrescere il ruolo delle organizzazioni religiose nel quotidiano, una vera sovversione della Costituzione. È tempo di fermare questa erosione e di prendere posizione: gli Stati Uniti non sono uno stato religioso, sono uno stato secolare che tollera tutte le religioni e – sì – anche tutti i tipi di credenze etiche non religiose.

Recentemente ho preso parte a una conferenza a Seattle che ha riunito insieme scienziati, artisti e autori per parlare candidamente e informalmente delle loro vite ad un gruppo di studenti molto intelligenti di scuola superiore. Verso la fine dei miei 15 minuti, ho confessato di essere un bright. Ora, la mia identità non sarebbe sorprendente per nessuno che abbia una minima conoscenza del mio lavoro. Tuttavia, il risultato è stato elettrizzante.

Poco dopo, molti studenti sono venuti da me per ringraziarmi, con notevole passione, per averli “liberati”. Non avevo idea di quanto soli e insicuri si sentissero quei teenager riflessivi. Non avevano mai sentito un adulto rispettabile affermare, in una questione di fatto, che non crede in Dio. Avevo rotto con calma un tabù e mostrato quanto fosse facile.

Inoltre, molti relatori che hanno parlato dopo di me, inclusi parecchi premi Nobel, furono invogliati a dire che anche loro erano bright. In ogni caso la confessione ottenne un applauso. Ancora più gratificanti furono i commenti degli adulti e degli studenti che mi hanno cercato alla fine per dirmi che, sebbene non fossero bright, sostenevano comunque i diritti dei bright. E questo è ciò che vuole la gran parte di noi: essere trattati con lo stesso rispetto accordato ai battisti e agli induisti e ai cattolici, né più né meno.

Se sei un bright, cosa puoi fare? Primo, possiamo essere una forza influente nella vita politica americana se semplicemente ci identifichiamo. (I bright fondatori gestiscono un sito web nel quale puoi emergere ed essere contato). Mi rendo conto, comunque, che mentre è facile fare coming out per un accademico come me – o per il mio collega Richard Dawkins, che ha rilasciato una simile dichiarazione in Inghilterra – in alcune parti del paese ammettere che sei un bright potrebbe portare a una calamità sociale. Allora ti prego: non fare outing.

Ma non ci sono ragioni per cui gli americani non potrebbero supportare i diritti dei bright. Io non sono né gay né afro-americano, ma nessuno può parlar male dei neri o degli omosessuali in mia presenza e farla franca. Qualunque sia la tua teologia, puoi disapprovare fermamente quando senti familiari o amici deridere atei, agnostici o altra gente senza dio.

E puoi porre le seguenti domande ai tuoi candidati politici: voteresti per un diverso candidato qualificato per un ufficio pubblico che sia bright? Supporteresti un candidato alla Corte Suprema che sia bright? Pensi che ai bright dovrebbe essere concesso di insegnare nelle scuole superiori? O di essere capi di polizia?

Facciamo in modo che i candidati americani pensino a come rispondere a un coro di bright. Con un po’ di fortuna, sentiremo presto qualche politico cercare di cavarsela commentando flebilmente che “molti dei miei migliori amici sono bright”.

*nota: Dennett spiega questo modo di dire nel suo libro “Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale” a pagina 327:

“questo modo di dire, nacque all’interno della Oxford University, in un discorso tenuto da Benjamin Disraeli nel 1864, in risposta alla sfida del darwinismo: <quale domanda si pone attualmente alla società con la più stupefacente delle rassicurazioni? La domanda è questa: l’uomo è scimmia o angelo? Mio Signore, io sto dalla parte degli angeli.”

Articolo originale:

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Legge Fiano ed eristica: le obiezioni del liberticidio e degli orrori del comunismo

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La legge Fiano, recentemente approvata alla Camera, è violentemente criticata da politici e giornalisti in base a due assunti fondamentali: da un lato sarebbe una legge liberticida poiché violerebbe la libertà di pensiero, dall’altro sarebbe sbagliata in quanto punisce solo l’estremismo di destra, dimenticando il comunismo. Vediamole singolarmente.

1. La legge Fiano è fascista

“I cittadini si considerano liberi in quanto vedono se stessi come fonti autoautenticanti di rivendicazioni valide. In altre parole, essi si considerano in diritto di chiedere alle istituzioni di promuovere le loro concezioni del bene (sempre che queste concezioni rientrino nei limiti ammessi dalla concezione pubblica della giustizia).”

“Una società democratica è fin dall’inizio una società politica incompatibile con uno stato confessionale o aristocratico, per non parlare di uno Stato castale, schiavista o razzista; e questa incompatibilità deriva dall’aver assunto i poteri morali come base dell’uguaglianza politica.”

La concezione pubblica della giustizia consiste nel conferire innanzitutto a tutti i cittadini “lo stesso titolo a uno schema pienamente adeguato di uguali libertà di base compatibile con un identico schema di libertà per tutti gli altri; […] le libertà di base non sono mai assolute, perché in certi casi possono entrare in conflitto…”

john-rawlsQueste parole non sono state scritte da Stalin o da qualche intellettuale comunista: si trovano invece in “Giustizia come equità – una riformulazione” e l’autore è John Rawls, uno dei più influenti liberali della filosofia politica del ‘900.

Secondo Sallusti (che ha portato agli estremi la critica del “liberticidio”) la legge Fiano sarebbe paradossalmente “fascista”, perché “punisce un’idea” (così a Piazza Pulita, puntata del 21 settembre). Questo è doppiamente falso: primo, perché il progetto di legge non punisce le idee, ma la propaganda (“chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco… è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”); secondo, perché, come si legge nelle citazioni di Rawls, nessuno stato liberale può accogliere al suo interno libertà che a loro volta impediscano agli altri di esercitare le proprie; inoltre, nessuno stato liberale può accogliere idee sociali che minino il fondamento stesso del liberalismo, cioè la giustizia come uguaglianza di tutti i cittadini.

 

2. E allora il comunismo?

Sempre in quella puntata di Piazza Pulita, Sgarbi e Sallusti portavano avanti questa tesi: il comunismo ha fatto più morti e nessuna legge ne vieta la propaganda. Con parole diverse, interveniva alla Camera l’onorevole Capezzone: “voi [il PD] siete antifascisti, ma non siete antitotalitari… questa è la differenza tra voi che siete comunisti… e chi è, ed era, liberale”. Appurato che questa legge non ha niente di illiberale, non resta che occuparsi della prima parte della critica: e allora il comunismo?

Premettendo che non è una gara di morti, e che comunque il nazifascismo partirebbe svantaggiato vista l’enormità della popolazione russa e cinese e la durata temporalmente molto più estesa dei regimi comunisti, la tesi di Capezzone, Sallusti e Sgarbi è sbagliata per tre motivi.

Primo: si fonda su un errore logico peraltro usato e abusato in politica e nel giornalismo, la fallacia “ad hominem”. È come se Capezzone stesse dicendo a Fiano: “tu denunci le atrocità del fascismo, ma la tua tradizione politica viene dal comunismo che ne ha commesse altrettante, quindi la tua legge è oppressiva e illiberale come lo furono quelle delle dittature comuniste”. Tutto questo non ha niente a che vedere con la legge in sé ma, al massimo, con l’uomo politico che l’ha pensata. A livello argomentativo questo discorso non ha nessun valore in quanto semplicemente non riguarda il testo della legge che, ricordiamolo, è la 293-bis, cioè andrebbe a completare la legge Scelba (contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista) laddove questa lascia vuoti normativi. Non è mai stato nelle intenzioni di Fiano combattere la propaganda di ogni totalitarismo; piuttosto intende completare la legge 293.

Secondo: Fiano non ha scritto una legge anche contro la propaganda delle dittature comuniste perché ce n’è già una che punisce i gruppi sovversivi. L’articolo 270 del codice penale recita:

“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico-sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società.”

enrico-berlinguer1Terzo: il comunismo ha assunto nella storia svariate forme. In Italia, al di fuori di qualche organizzazione attiva negli anni caldi (e duramente perseguita ai sensi di legge), il comunismo è stato per lo più istituzionale e parlamentare, senza mai instaurare dittature (come fece Mussolini di fatto nel ’25) o tentare golpe, minacciato invece dal generale De Lorenzo nel 1964 (operazione denominata “piano Solo”, di stampo neofascista) e tentato dal “principe nero” Borghese sei anni più tardi, dopo aver organizzato gruppi paramilitari su tutto il territorio italiano facenti capo al suo movimento politico “Fronte Nazionale”. Quindi, gli “orrori del comunismo” denunciati da Sallusti, Sgarbi, Capezzone o chi per loro, hanno poco o niente a che vedere con la storia politica e sociale dello stato italiano.

Derrida: crisi di rappresentanza e fine della forma partito

Tratto da: Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1994, pp. 103-104 e p. 131

Quel che non si riesce più a misurare è il salto che ci allontana già da quei poteri mediatici che, negli anni Venti, prima della televisione, trasformavano profondamente lo spazio pubblico, indebolivano pericolosamente l’autorità e la rappresentatività degli eletti e riducevano il campo delle discussioni, deliberazioni e decisioni parlamentari. Si potrebbe addirittura dire che mettevano già in discussione la democrazia elettorale e la rappresentazione politica quali almeno le conosciamo fino a ora. Se, in tutte le democrazie occidentali, si tende a non rispettare più il politico di professione, anzi l’uomo di partito in quanto tale, non è più soltanto a causa di questa o quella manchevolezza, di questo errore o di quella incompetenza, di un qualche scandalo ormai meglio conosciuto, amplificato, in verità spesso prodotto, se non premeditato da un potere mediatico. È che il politico diventa sempre più, anzi soltanto, un personaggio di rappresentazione mediatica nel momento stesso in cui la trasformazione dello spazio pubblico, appunto grazie ai media, gli fa perdere l’essenziale del potere, e finanche della competenza, che prima deteneva, delle strutture della rappresentazione parlamentare, degli apparati di partito che vi si collegavano, ecc. Quale che sia la sua personale competenza, il politico di professione conforme al vecchio modello tende sempre a divenire strutturalmente incompetente. Lo stesso potere mediatico accusa, produce e allo stesso tempo amplifica questa incompetenza del politico tradizionale: da una parte gli sottrae il potere legittimo che deteneva nel vecchio spazio politico (partito, parlamento, ecc.), ma, d’altra parte, lo obbliga a divenire una semplice silhouette, se non una marionetta sul teatro della retorica televisiva. Lo si credeva attore della politica, rischia sempre, è fin troppo noto, di non essere che un attore della televisione.

… nel mondo politico che si annuncia, e forse in una nuova epoca della democrazia, quel che tende a scomparire è forse proprio il dominio della forma di organizzazione chiamata partito, il rapporto partito-Stato, che a rigore è durato appena due secoli, o poco più, in un lasso di tempo cui appartengono allo stesso titolo alcune forme determinate della democrazia parlamentare e liberale, le monarchie costituzionali, i totalitarismi nazista, fascista o sovietico. Nessuno di questi regimi sarebbe stato possibile senza ciò che si potrebbe chiamare l’assiomatica del partito. Ora, come pare annunciarsi dappertutto nel mondo d’oggi, la struttura partito diviene non solo sempre più sospetta (e per ragioni che non sono ancora più, non più necessariamente, “reazionarie”, quelle della reazione individualista classica), radicalmente inadatta alle nuove condizioni – tele-tecno-mediatiche – dello spazio pubblico, della vita politica, della democrazia e dei nuovi modi di rappresentazione (parlamentare e non parlamentare) che richiede.

Difendere la Terra di Mezzo dall’esercito di Wu Ming 4

Sul Manifesto è apparso un articolo intitolato “L’hobbit libertario di Wu Ming 4″¹, una breve recensione di un libro su Tolkien, “Difendere la Terra di Mezzo”, scritto appunto da Wu Ming 4. Nell’articolo si elencano le tesi fondamentali:“il capi­tolo illu­mi­nante sulle que­stioni lin­gui­sti­che e filo­lo­gi­che; la moder­nità delle scelte eti­che dei per­so­naggi di Tol­kien e la cri­tica della figura dell’eroe…; l’inquadramento sto­rico della Con­tea nel con­te­sto della cri­tica liber­ta­ria della tec­no­lo­gia di Wil­liam Mor­ris e del ritorno a valori este­tici e arti­gia­nali con­vi­viali, ope­rato in Inghil­terra in una cor­rente che col­lega i lud­di­sti e i pre­raf­fael­liti attra­verso Ruskin”; “…il capi­tolo sul giar­di­nag­gio inglese e il pae­sag­gio della contea”; ma soprattutto (ed è questo l’unico tema che viene argomentato nell’articolo), vi è una parte dedicata alla lettura “antiautoritaria del potere” del Signore degli Anelli.

Tra queste tesi ce ne sono due lapalissiane per chi conosce qualcosa di Tolkien: mi riferisco alla critica dell’eroe (vedi Frodo e Bilbo) e alla forte spinta luddista (non può esserci esempio più chiaro dell’episodio dei goblin di Saruman: questi deviano il corso di un fiume costruendo una diga e disboscano la foresta di Fangorn per ottenere legname e materie prime; i goblin saranno poi sconfitti proprio dal fiume e dalla foresta). Non posso dire nulla sulle questioni linguistiche ed etiche, né tantomeno su quelle legate al giardinaggio, non avendo letto il libro; però si può discutere sull’ultima tesi, quella della lettura anarchica e antiautoritaria del potere nel Signore degli Anelli.

Secondo quanto si dice nell’articolo, “la stra­te­gia di Gan­dalf pre­vede infatti la distru­zione del potere. Non la rea­liz­za­zione di un con­tro­po­tere (un’ipotesi leni­ni­sta, sol­le­ci­tata da Boro­mir) ma il suo anni­chi­li­mento. Uomini potenti non pos­sono impos­ses­sarsi del potere”. Gandalf, secondo la tesi wuminghiana, vagherebbe per la Terra di Mezzo cercando di distruggere il potere, perché esso travia le anime e trasforma uomini saggi in soldati al servizio del male. La prova di questo starebbe nell’episodio in cui Frodo offre l’anello a Gandalf: “come Cri­sto di fronte alla terza ten­ta­zione dia­bo­lica, quella del potere, Gan­dalf resi­ste e dice «Non mi ten­tare. Non oso pren­derlo, nem­meno per custo­dirlo senza ado­pe­rarlo».”

Io sono un grande appassionato di Tolkien, amo Arda, la sua cosmogonia e i personaggi che la animano; tuttavia ho da tempo accettato il fatto che le sue opere, in particolare Il Signore degli Anelli, sono ispirate da ideali tipicamente conservatori. Non ho mai cercato di stravolgerne i contenuti e piegarli a sinistra o a tesi anarchiche, né avrei mai pensato che sarebbe venuto in mente a qualcuno di farlo. Invece è stato fatto, e vorrei ripristinare un briciolo di verità sulla questione, se non altro per la grande passione che ho per il mondo tolkieniano.

Tutti i tipi di società inventati da Tolkien, fatta eccezione per orchi, goblin, troll e altre creature di infimo livello, sono comunità chiuse, divise per razze e ordinate in rigide gerarchie con a capo un monarca assoluto. Non solo vi sono gerarchie all’interno delle società, ma esiste anche un’inter-gerarchia che ordina le razze in base alla nobiltà: gli elfi sono quelli in cima, perché sono stati creati per primi da Eru, il dio del mondo di Tolkien; poi vengono gli uomini, i nani, ecc. (queste nozioni si trovano dettagliate nel Silmarillion). Le società sono di stampo organicista: ognuno ha il suo posto e un compito da svolgere. I problemi nascono quando le gerarchie sociopolitiche non sono rispettate o quando qualcuno non svolge bene il suo compito. Se prendiamo in esame Il Signore degli Anelli, scopriamo che Gondor, il più grande reame degli uomini, ha adottato una politica scellerata ed è in rovina, esattamente come l’altro grande regno, Rohan. Quali sono le cause? A Gondor c’è un re (Denethor) che non ha il diritto di esserlo e, a Rohan, il re Theoden è vittima di un incantesimo che lo ha reso un burattino in mano a Vermilinguo, uno spregevole servo di Saruman. Quello che cerca di fare Gandalf non è distruggere il potere, ma ripristinare le giuste gerarchie: il ramingo Aragorn, diretto discendente della famiglia reale, tornerà a sedere sul trono che gli spetta; Theoden verrà liberato dall’incantesimo e tornerà a guidare il suo esercito, trovando una morte eroica. Solo dopo questi eventi le cose cominceranno ad andare nel verso giusto. Nel mondo di Tolkien, ognuno ha un suo posto e un suo destino; stare al proprio posto e accettare il proprio destino è l’unico modo di servire il bene (Frodo dovrà distruggere l’anello; Sam dovrà aiutarlo; Aragorn dovrà riprendere il suo trono; ecc.). Il male nasce quando la mente e le azioni si lasciano dirigere da avidità e bramosìa; è questo il caso di Thorin Scudo di Quercia, di Thror, di Smeagol, di Boromir, ecc.. A ben guardare, i personaggi che ho appena citato non fanno che imitare l’antico peccato originale di Melkor, il più grande di tutti gli Ainur (le prime e divine emanazioni di Eru). Il primo germoglio del male, infatti, si manifesta nel momento in cui Melkor diventa invidioso del potere di Eru; egli esce dal posto che gli era stato assegnato e, nel momento della Creazione, avvenuta tramite un canto corale di Eru e degli Ainur, cerca di imitare la potenza del Padre intonando qualcosa di proprio in disarmonia con le altre voci. Fu da questa insubordinazione che il male si insidiò in Arda e da essa venne Sauron, l’Oscuro Signore.

Veniamo ora agli anelli del potere. Questi anelli magici (in tutto 19, senza contare l’Unico Anello) sono donati da Sauron ai più grandi personaggi della Terra di Mezzo (umani, nani ed elfi), i quali accettano per avidità e sete di potere; tramite l’Unico Anello, Sauron corromperà le loro anime. Non è certo un aspetto irrilevante, soprattutto se si sta cercando di dimostrare che Gandalf è il paladino della lotta per la distruzione del potere, notare che lo stregone buono indossa uno dei tre anelli elfici del potere, datogli in dono da Cirdan il Timoniere. Nell’articolo si sottolinea la reazione di Gandalf all’offerta dell’Unico Anello posseduto da Frodo: “Non mi ten­tare. Non oso pren­derlo, nem­meno per custo­dirlo senza ado­pe­rarlo“. Tuttavia la vera natura di queste parole non è il rifiuto del potere come tale (altrimenti avrebbe rifiutato anche il dono di Cirdan), ma solo del potere “corrotto”, quello che ha il fine in se stesso. Gandalf, poco prima di quelle parole, dice anche:

con quel potere, il mio diventerebbe troppo grande e terribile. E su di me l’Anello acquisterebbe un potere ancor più spaventoso e diabolico. […] Non desidero eguagliare l’Oscuro Signore”.

Quello che Gandalf rifiuta è il potere “diabolico”, non finalizzato al bene e non retto da saggezza; ecco perché aiuta Aragorn a riprendersi il trono che gli spetta: solo chi è destinato ad occupare quel posto, solo chi appartiene ad una stirpe di grandi re, potrà usare il potere per il bene del popolo.

Nel lungo cammino della trilogia si incontrano tantissimi personaggi molto potenti e tuttavia amici e alleati di Gandalf, alcuni dotati di anelli magici: Galadriel ed Elrond su tutti. In quei luoghi il problema del potere non si pone, perché tutto è ordinato nel modo giusto, tutto va come deve andare: il potere è retto in maniera saggia e lungimirante. Se tutto questo non fosse sufficiente, nel Ritorno del Re vi è un episodio simbolico di grande importanza che elimina ogni dubbio, nel caso in cui ce ne fossero ancora:

“Allora Frodo si fece avanti, prese la corona dalle mani di Faramir e la porse a Gandalf; ed Aragorn s’inginocchiò, e Gandalf posò sul suo capo la Bianca Corona e disse: <Vengono ora i giorni del Re, e siano benedetti finché dureranno i troni dei Valar!>”.

Per concludere, quindi, Il Signore degli Anelli non ha niente a che fare con la critica anarchica e antiautoritaria del potere. Possiamo ascrivere il suo contesto politico in quella che si chiama archepolitica, ovvero uno spazio comunitario chiuso e organicamente strutturato in modo ferreo e omogeneo, il cui tratto fondamentale, affinché il tutto funzioni, è un vertice “illuminato” e detentore esclusivo del potere.

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¹ http://ilmanifesto.it/lhobbit-libertario-di-wu-ming-4/