Derrida: crisi di rappresentanza e fine della forma partito

Tratto da: Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1994, pp. 103-104 e p. 131

Quel che non si riesce più a misurare è il salto che ci allontana già da quei poteri mediatici che, negli anni Venti, prima della televisione, trasformavano profondamente lo spazio pubblico, indebolivano pericolosamente l’autorità e la rappresentatività degli eletti e riducevano il campo delle discussioni, deliberazioni e decisioni parlamentari. Si potrebbe addirittura dire che mettevano già in discussione la democrazia elettorale e la rappresentazione politica quali almeno le conosciamo fino a ora. Se, in tutte le democrazie occidentali, si tende a non rispettare più il politico di professione, anzi l’uomo di partito in quanto tale, non è più soltanto a causa di questa o quella manchevolezza, di questo errore o di quella incompetenza, di un qualche scandalo ormai meglio conosciuto, amplificato, in verità spesso prodotto, se non premeditato da un potere mediatico. È che il politico diventa sempre più, anzi soltanto, un personaggio di rappresentazione mediatica nel momento stesso in cui la trasformazione dello spazio pubblico, appunto grazie ai media, gli fa perdere l’essenziale del potere, e finanche della competenza, che prima deteneva, delle strutture della rappresentazione parlamentare, degli apparati di partito che vi si collegavano, ecc. Quale che sia la sua personale competenza, il politico di professione conforme al vecchio modello tende sempre a divenire strutturalmente incompetente. Lo stesso potere mediatico accusa, produce e allo stesso tempo amplifica questa incompetenza del politico tradizionale: da una parte gli sottrae il potere legittimo che deteneva nel vecchio spazio politico (partito, parlamento, ecc.), ma, d’altra parte, lo obbliga a divenire una semplice silhouette, se non una marionetta sul teatro della retorica televisiva. Lo si credeva attore della politica, rischia sempre, è fin troppo noto, di non essere che un attore della televisione.

… nel mondo politico che si annuncia, e forse in una nuova epoca della democrazia, quel che tende a scomparire è forse proprio il dominio della forma di organizzazione chiamata partito, il rapporto partito-Stato, che a rigore è durato appena due secoli, o poco più, in un lasso di tempo cui appartengono allo stesso titolo alcune forme determinate della democrazia parlamentare e liberale, le monarchie costituzionali, i totalitarismi nazista, fascista o sovietico. Nessuno di questi regimi sarebbe stato possibile senza ciò che si potrebbe chiamare l’assiomatica del partito. Ora, come pare annunciarsi dappertutto nel mondo d’oggi, la struttura partito diviene non solo sempre più sospetta (e per ragioni che non sono ancora più, non più necessariamente, “reazionarie”, quelle della reazione individualista classica), radicalmente inadatta alle nuove condizioni – tele-tecno-mediatiche – dello spazio pubblico, della vita politica, della democrazia e dei nuovi modi di rappresentazione (parlamentare e non parlamentare) che richiede.

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Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?

Rivoluzione Civile: un’applicazione (fallimentare) dell’equilibrio di Nash

L’equilibrio di Nash è una situazione nel quale viene a trovarsi un gruppo di agenti quando ognuno di loro non ha interesse a cambiare le proprie scelte strategiche. Ad esempio, sia che x faccia A o B o C, ad y converrà in ogni caso scegliere di fare D. Tuttavia l’equilibro di Nash non è un ottimo paretiano, per cui è possibile aumentare almeno il guadagno di qualcuno (se non dell’intero gruppo) senza ridurre quello degli altri. Quindi, può darsi il caso in cui i membri cooperino fra di loro per ottenere il massimo guadagno possibile del gruppo e, indirettamente, per ciascuno di essi.

Un esempio di questo meccanismo è la vicenda che ha portato dal progetto “cambiare si può” (movimento finalizzato alla partecipazione politica della cittadinanza, ma disposto ad accogliere partiti al proprio interno) al partito di Rivoluzione Civile. Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, aderisce al movimento di “cambiare si può”. Una volta salito sul carro, sceglie (almeno lui) di stare alle regole. Gli altri “giocatori” del gruppo, ovvero Diliberto (Comunisti Italiani), Di Pietro (Italia dei Valori) e Bonelli (Verdi), capiscono che se collaborassero fra loro, mettendo temporaneamente da parte la competizione, ne risulterebbe un vantaggio maggiore per tutti rispetto ad un’azione individuale. Confluiscono allora nel movimento, spartendosi la torta con Rifondazione ed eliminando nei fatti l’iniziativa cittadina, vero scopo della nascita di “cambiare si può”. Si forma il cartello “Ingroia”, dietro cui colludono tutti e quattro i partiti menzionati sopra. In questo modo, la probabilità che hanno di rientrare in parlamento è molto maggiore di quella che avrebbero come attori singoli e in competizione fra loro.
Ecco perché non è possibile costruire niente di nuovo insieme ai partiti in genere. Sono i massimi custodi di quelle dinamiche con cui si vorrebbe chiudere una volta per tutte, e non gli si può certo chiedere di aiutarci a voltare pagina: sarebbe come chiedere al condannato a morte di impiccarsi da solo.

Il risultato elettorale che hanno ottenuto è stato un fiasco totale. Non ci resta che aspettare di vedere quale sarà la prossima maschera che indosseranno in vista delle nuove elezioni.

Sono tutti uguali, rubano tutti

In questi difficili giorni di decadenza del blocco Occidentale, qualsiasi tentativo di riportare trasparenza e giustizia viene bloccato sul nascere dalla massima tutta cristiana del “tu quoque”, l’evangelico “chi non ha peccato scagli la prima pietra”, che nel quotidiano si declina così: “tanto lo fanno tutti, gli altri sono uguali”. Se Fiorito ruba soldi pubblici, qualsiasi altro politico ha rubato soldi pubblici; se la Juve commette illecito sportivo, qualsiasi altra squadra ha commesso illecito sportivo. Tutto viene confuso in un mare indistinto in cui qualsiasi accusa di disonestà perde di consistenza e di significato, trasformandosi in atto d’accusa a tutto e a tutti.

Zeman non può dire che la Juve è stata disonesta, perché anche lui è un disonesto. Mani Pulite è stata un’azione politica della magistratura, perché ha messo al fresco solo una parte dei politici che prendevano tangenti (invece rubavano tutti). Il tribunale di Milano è politicamente schierato, perché indaga solo Berlusconi, ma anche quelli di sinistra sono corruttori ed “utilizzatori finali”.

Ecco tre argomentazioni grazie alle quali questo luogo comune può essere vinto.

  1. Il comportamento illegale altrui non solleva il colpevole dal peso del suo reato. Se ruba solo x, o x ruba insieme a s, t, y e z, x è un ladro allo stesso modo sia nel primo che nel secondo caso.
  2. Si mischia indebitamente il campo della fattività con quello della possibilità. La differenza sta nell’avere una serie di prove che dimostra un illecito di qualcuno contro la possibilità che qualcun altro abbia rubato. Si può avere il sospetto, ed è lecito averlo: ma questo non significa che il potere legislativo debba punire tutti o non punire nessuno. Esso punisce quando può dimostrare nei fatti i suoi sospetti.
  3. Legalità e moralità sono due cose diverse. La massima del “chi non ha peccato scagli la prima pietra” attiene ad una semantica morale. É giusto dire che non bisogna giudicare troppo severamente qualcuno da un punto di vista etico, perché il “peccato”, se vogliamo chiamarlo così, è una condizione ineliminabile dalla sfera dell’essere umano. La certezza, cioè, che nella vita ogni uomo abbia sbagliato qualcosa e abbia agito immoralmente almeno in un caso è corretta e saldamente fondata, altrimenti in mezzo a noi camminerebbero santi e déi. Ma dall’immoralità intrinseca all’umano non è consentito il salto all’illegalità. Nessuno è santo, ma questo non significa che tutti infrangiamo la legge; possiamo rispettarla e allo stesso tempo non agire moralmente in qualche caso (rubando caramelle ai bambini, spendendo i soldi per giocare a biliardo invece che darli in elemosina ad una signora anziana senza pensione, ecc.). Perciò la certezza che tutti rubano è un pregiudizio assolutamente infondato (mentre è certo che tutti peccano).