300, la lettura di Slavoj Žižek

3c6e18042013_tinmoi_300_rise_of_an_empire_9

 

300 di Zack Snyder, la saga dei trecento soldati spartani che si sacrificarono alle Termopili per fermare l’invasione dell’esercito persiano di Serse, è stata accusata di sostenere il peggiore genere di militarismo patriottico, con chiare allusioni alle recenti tensioni con l’Iran e agli eventi in Iraq – ma le cose stanno veramente così? Bisognerebbe piuttosto difendere a spada tratta il film da queste accuse.

È necessario mettere in rilievo due elementi. Il primo riguarda la storia in sé; è la storia di un paese piccolo e povero (la Grecia) invaso dall’esercito di un paese molto più grande (la Persia), in quel momento molto più sviluppato e dotato di una tecnologia militare avanzata; gli elefanti persiani, i giganti e le grosse frecce infuocate non sono forse la versione antica delle armi tecnologiche? Quando l’ultimo gruppo di spartani sopravvissuto e il loro re Leonida vengono uccisi da migliaia di frecce, non vengono in un certo senso bombardati a morte da tecno-soldati che operano con armi sofisticate da una distanza di sicurezza, come oggi i soldati statunitensi, che premendo un bottone lanciano missili dalle navi da guerra a distanza di chilometri nel golfo Persico? Inoltre, le parole di Serse, quando cerca di convincere Leonida ad accettare il dominio persiano, non suonano come le parole di un fanatico fondamentalista islamico: cerca di indurre Leonida alla sottomissione promettendogli pace e piaceri sensuali, se si unirà all’impero mondiale dei persiani. Tutto quello che gli chiede è un gesto formale di genuflessione in riconoscimento della supremazia persiana: se gli spartani faranno questa cosa, sarà loro concessa la suprema autorità sulla Grecia. Questa richiesta non è simile a ciò che il presidente Reagan domandò al governo sandinista del Nicaragua? Tutto quello che dovevano fare era dire “hey uncle!” agli Stati Uniti… E la corte di Serse non è forse dipinta come una sorta di paradiso multiculturale in cui convivono differenti stili di vita? In cui tutti partecipano a orge, razze differenti, lesbiche e gay, handicappati e così via? Gli spartani, con la loro disciplina e il loro spirito di sacrificio non sono forse molto più simili in qualche modo ai talebani che difendono l’Afghanistan dall’occupazione statunitense (o, a un’unità d’élite della Guardia rivoluzionaria iraniana, pronta a sacrificarsi in caso di invasione americana)? Alcuni storici perspicaci hanno già notato questo parallelismo. Si legga, ad esempio, questa pubblicità di Fuoco persiano di Tom Holland:

Nel quinto secolo a.C., un superpotere globale era determinato a portare verità e ordine in quelli che esso considerava come due stati terroristi. Il superpotere era la Persia, incomparabilmente ricca di ambizione, oro e uomini. Gli stati terroristi erano Atene e Sparta, città eccentriche in un paese povero e montagnoso: la Grecia.

L’investimento occidentale razzista nella battaglia delle Termopili è evidente: essa fu ampiamente interpretata come la prima e decisiva vittoria dell’Occidente libero contro l’Oriente dispotico: non è strano che Hitler e Goering paragonassero la sconfitta tedesca a Stalingrado nel 1943 alla morte eroica di Leonida alle Termopili. I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Quest’affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco antico e dunque un cristianesimo, due presupposti storici dell’Islam); ancora più importante è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l’appunto il risultato della vittoria greca sui persiani.

La principale arma greca contro la soverchiante supremazia militare di Serse furono la disciplina e lo spirito di sacrificio e, per citare Alain Badiou:

Abbiamo bisogno di una disciplina popolare. Direi anche… che “coloro che non hanno niente, hanno solo la loro disciplina”. I poveri, coloro che non hanno mezzi finanziari e militari, coloro che non hanno potere, tutti costoro hanno la loro disciplina, la loro capacità di agire insieme. Questa disciplina è già una forma di organizzazione.

Nell’era attuale del permissivismo che funge da ideologia dominante, è giunto il momento per la sinistra di (ri)appropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio: non c’è niente di intrinsecamente “fascista” in questi valori.

Ma anche questa identità fondamentalista degli spartani è più ambigua. Un’affermazione programmatica verso la fine del film definisce il programma della Grecia come un programma “contro il regno del mistico e della tirannide, rivolto a un ampio futuro”, successivamente specificato come governo della libertà e della ragione: il che suona come un programma di base dell’Illuminismo, dotato persino di una tensione in senso comunista! Bisogna ricordare anche che, all’inizio del film, Leonida rifiuta completamente il messaggio degli “oracoli” corrotti, secondo i quali gli dèi impediranno alla spedizione militare di fermare i persiani; come veniamo a sapere dopo, gli “oracoli” , che si presumeva ricevessero il messaggio divino durante una trance estatica, in realtà erano stati pagati dai persiani, come l’”oracolo” che, nel 1959, diede al Dalai Lama il messaggio di abbandonare il Tibet e che – come ora sappiamo – era sul libro paga della CIA!

Cosa bisogna pensare dell’apparente assurdità del fatto che l’idea di dignità, libertà e ragione siano sorrette da un’estrema disciplina militare, che include la pratica di liberarsi dei bambini deboli? Questa “assurdità” è semplicemente il prezzo della libertà – la libertà non è gratuita, come viene affermato nel film. La libertà non è qualcosa di dato, essa è riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto. La spietata disciplina militare spartana non è semplicemente il polo opposto rispetto alla “democrazia liberale” di Atene, ne è la condizione intrinseca, ne getta le fondamenta: il libero soggetto della Ragione può emergere solo attraverso una spietata autodisciplina. La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta alle fragole e una torta al cioccolato; la vera libertà si sovrappone alla necessità, si opera veramente una scelta libera quando la propria scelta inchioda la propria esistenza – lo si fa semplicemente perché “non si può fare altrimenti”. Quando il proprio paese è sotto occupazione straniera e si è chiamati da un leader della resistenza a lottare contro gli occupanti, la ragione che viene data non è: “Sei libero di scegliere”, ma: “Non vedi che questa è l’unica cosa che puoi fare, se vuoi mantenere la tua dignità?” Non è strano che tutti gli egualitaristi radicali del secolo dell’Illuminismo, da Rousseau ai giacobini, immaginassero la Francia repubblicana come la nuova Sparta: c’è un nucleo emancipatore nello spirito spartano di disciplina militare che sopravvive anche quando facciamo astrazione da tutti gli accessori storici della classe dominante spartana, dallo sfruttamento spietato e dal terrore esercitato sui propri schiavi, e così via. Non è strano che, negli anni difficili del “comunismo di guerra”, lo stesso Trotskij chiamasse l’Unione Sovietica una “Sparta proletaria”.

 

Žižek S., In Difesa delle Cause Perse, Ponte alle Grazie, pp. 92-95

Annunci

Cardinali marxisti per Fusaro

La religione cristiana sarebbe oggi – secondo il parere del filosofo di moda Diego Fusaro – sotto assedio. La ragione è semplice:

nel mondo post-1989, ossia nel tempo del comunismo defunto, la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico. Per questo, il capitale deve dichiarare guerra alla religione in ogni modo: presentando mediaticamente i preti come indistintamente pedofili… […] L’obiettivo del fanatismo economico è quello di accelerare il processo di “sdivinizzazione”… di modo che l’individuo senza identità, senza famiglia, senza valori e anche senza religione sia integralmente plasmato dal capitale e dalla sua fantasmagorica macchina dei desideri.

In merito a questa tesi vanno rilevati due punti. Il primo è in riferimento alla pedofilia menzionata da Fusaro. Non si tratta qui di fare un elenco degli abusi sessuali su minori perpetrati da preti e uomini di Chiesa, a cui si risponde sempre con il leit motiv “sono mele marce, casi eccezionali, uomini corrotti…”, quanto di far notare che la pedofilia (ma più in generale la trasgressione sessuale) è un fenomeno strutturale della Chiesa, un “doppio osceno” intrinseco e connaturato all’istituzione stessa. Mi riferisco qui alle tesi di Slavoj Žižek presenti nel saggio Il Segreto Sessuale della Chiesa:

… ci sono tutti i casi di molestie sessuali sui bambini da parte dei preti, talmente diffusi dall’Austria e dall’Italia fino all’Irlanda e agli Usa che si può effettivamente parlare di un’articolata controcultura all’interno della chiesa, con il suo sistema di regole nascoste. […]

Che cosa, dunque, ci consente di concludere che queste oscenità, questi crimini sessuali fanno parte dell’identità stessa della chiesa come istituzione? Non gli atti in se stessi, ma il modo in cui la chiesa reagisce quando vengono scoperti, il suo atteggiamento difensivo, il suo lottare per ogni centimetro che le tocca concedere; il fatto che liquidi le accuse come scandalismo, come propaganda anticattolica; che faccia tutto il possibile per minimizzarli e isolarli; che offra ritrattazioni condizionali (“se i crimini sono stati commessi davvero, allora, naturalmente, li condanniamo”); l’assurda pretesa che la chiesa debba essere lasciata libera di trattare i problemi a modo suo…”1

Che cosa dire, inoltre, dell’arresto di monsignor Vallejo Balda e della laica Francesca Chaouqui, responsabili della fuga di notizie che ha portato a Vatileaks 2? Perché nei casi di reati di diffusione di documenti secretati il Vaticano si muove con il pugno di ferro, mentre per gli abusi sessuali, a minori e non, viene tutto insabbiato e i responsabili vengono protetti?

Queste domande ci portano al secondo punto sollevato dalle tesi di Fusaro: la Chiesa è davvero l’ultimo baluardo anticapitalista rimasto? È sintomatico che Fusaro scriva il suo articolo quasi in concomitanza con l’uscita di due libri, Via Crucis di Gianluigi Nuzzi e Avarizia di Emiliano Fittipaldi, ma non li menzioni affatto, nemmeno indirettamente. Invece sarebbe bene che Fusaro ne conosca il contenuto: si parla di riciclaggio di denaro (vedi la storia del cardinal Scarano, conosciuto come “monsignor 500” per il taglio delle banconote da riciclare che riceveva2), di evasione fiscale, di peculato, di benefit su accordi commerciali con case produttrici di tabacco3, di clientelismo, ecc.. La risposta a questi scandali, che sono veramente tanti e si fa fatica a seguirli tutti (l’ultimo, in ordine cronologico, è quello dell’ex vescovo Pietro Vittorelli, appropriatosi dei soldi della beneficenza per viaggi, cene di lusso e droga) è la solita litania del caso isolato, delle mele marce da combattere che tuttavia non mettono in discussione l’esistenza dell’istituzione ecclesiastica come tale. Ma come si spiega che questi scandali si susseguono ininterrottamente almeno dal 1981, anno del crack dell’Ambrosiano? La risposta è simile a quella data per la pedofilia: è la stessa esistenza della Chiesa come istituzione temporale a produrre questa sorta di scandali. Per quanto si possano combatterli, non cesseranno finché esisterà il Vaticano. È la dépence batailleiana (cioè lo spreco, il consumo improduttivo, lo sperpero di risorse fine a se stesso) che è connaturata al potere. In Via Crucis viene raccontata una vicenda emblematica che ha come protagonista il monsignor Sciacca, descritto come amante di “cocktail e cene con amici”4, che per allargare la sua residenza si appropria di una stanza dell’appartamento limitrofo facendo abbattere il muro divisorio senza chiedere alcuna autorizzazione, nemmeno del sacerdote che lo occupa, approfittando delle sue pessime condizioni di salute.

Che tutto questo faccia parte dell’ultima strenua resistenza contro la forma merce capitalistica, come sostiene Fusaro, è quantomeno discutibile, ma ci si può sempre aggrappare alla dichiarata volontà di papa Francesco di fare pulizia. Purtroppo, leggendo quanto riportato nel libro di Nuzzi, le cose non stanno come dice Fusaro. Ecco, ad esempio, le parole che usa il papa durante una riunione dei vertici del Vaticano il 3 luglio 2013:

I nostri fornitori devono essere sempre aziende che garantisco onestà e che propongono il giusto prezzo di mercato, sia per i prodotti sia per i servizi. […]5

Si devono dare orientamenti chiari sul modo e su chi fa l’investimento, e vanno sempre fatti con oculata prudenza e la massima attenzione sui rischi. Qualcuno di voi mi ha ricordato un problema per cui abbiamo perso più di 10 milioni con la Svizzera, per un investimento mal fatto… […]

Mi fa pensare a quello che diceva un parroco anziano di Buenos Aires, saggio, che aveva molta cura dell’economia: “se non sappiamo custodire i soldi, che si vedono, come custodiamo le anime dei fedeli, che non si vedono?”6

Parole che si potrebbero anche sentire in un consiglio d’amministrazione di qualche importante azienda, non certo in un qualche circolo anticapitalista. La strada intrapresa dal pontefice argentino è quella dell’ammodernamento della gestione delle finanze vaticane, con particolare attenzione all’efficienza e alla sicurezza degli investimenti. Sempre nel 2013, Bergoglio seleziona una commissione di controllo sulla gestione economico-finanziaria del Vaticano in linea con l’obiettivo dell’aziendalizzazione della Chiesa. A capo di questa commissione c’è Joseph Zahra, economista, ex direttore della banca centrale di Malta ed ex presidente di Bank of Valletta, con “rapporti consolidati con i vertici di multinazionali” e “ben inserito nei salotti della finanza”7. Il resto dell’equipe non è da meno: una pletora di illustri consulenti manageriali, legali e contabili, tutti con un passato in grandi aziende di successo (come Michelin)8. Ne risulta un quadro ben lontano dal “baluardo anticapitalista” rinvenuto da Fusaro: la “rivoluzione dolce” di papa Francesco è, al contrario, un tentativo di adeguamento del Vaticano al libero mercato.

______________________________________________________

  1. Slavoj Žižek, Il Segreto Sessuale della Chiesa, Mimesis edizioni, p. 12
  2. Gianluigi Nuzzi, Via Crucis, Chiarelettere, p. 86
  3. ivi, pp. 118-119
  4. ivi, pp. 128 seguenti
  5. ivi, p. 19
  6. ivi, p. 21
  7. ivi, p. 35
  8. ivi, pp. 37-38

Difendere la Terra di Mezzo dall’esercito di Wu Ming 4

Sul Manifesto è apparso un articolo intitolato “L’hobbit libertario di Wu Ming 4″¹, una breve recensione di un libro su Tolkien, “Difendere la Terra di Mezzo”, scritto appunto da Wu Ming 4. Nell’articolo si elencano le tesi fondamentali:“il capi­tolo illu­mi­nante sulle que­stioni lin­gui­sti­che e filo­lo­gi­che; la moder­nità delle scelte eti­che dei per­so­naggi di Tol­kien e la cri­tica della figura dell’eroe…; l’inquadramento sto­rico della Con­tea nel con­te­sto della cri­tica liber­ta­ria della tec­no­lo­gia di Wil­liam Mor­ris e del ritorno a valori este­tici e arti­gia­nali con­vi­viali, ope­rato in Inghil­terra in una cor­rente che col­lega i lud­di­sti e i pre­raf­fael­liti attra­verso Ruskin”; “…il capi­tolo sul giar­di­nag­gio inglese e il pae­sag­gio della contea”; ma soprattutto (ed è questo l’unico tema che viene argomentato nell’articolo), vi è una parte dedicata alla lettura “antiautoritaria del potere” del Signore degli Anelli.

Tra queste tesi ce ne sono due lapalissiane per chi conosce qualcosa di Tolkien: mi riferisco alla critica dell’eroe (vedi Frodo e Bilbo) e alla forte spinta luddista (non può esserci esempio più chiaro dell’episodio dei goblin di Saruman: questi deviano il corso di un fiume costruendo una diga e disboscano la foresta di Fangorn per ottenere legname e materie prime; i goblin saranno poi sconfitti proprio dal fiume e dalla foresta). Non posso dire nulla sulle questioni linguistiche ed etiche, né tantomeno su quelle legate al giardinaggio, non avendo letto il libro; però si può discutere sull’ultima tesi, quella della lettura anarchica e antiautoritaria del potere nel Signore degli Anelli.

Secondo quanto si dice nell’articolo, “la stra­te­gia di Gan­dalf pre­vede infatti la distru­zione del potere. Non la rea­liz­za­zione di un con­tro­po­tere (un’ipotesi leni­ni­sta, sol­le­ci­tata da Boro­mir) ma il suo anni­chi­li­mento. Uomini potenti non pos­sono impos­ses­sarsi del potere”. Gandalf, secondo la tesi wuminghiana, vagherebbe per la Terra di Mezzo cercando di distruggere il potere, perché esso travia le anime e trasforma uomini saggi in soldati al servizio del male. La prova di questo starebbe nell’episodio in cui Frodo offre l’anello a Gandalf: “come Cri­sto di fronte alla terza ten­ta­zione dia­bo­lica, quella del potere, Gan­dalf resi­ste e dice «Non mi ten­tare. Non oso pren­derlo, nem­meno per custo­dirlo senza ado­pe­rarlo».”

Io sono un grande appassionato di Tolkien, amo Arda, la sua cosmogonia e i personaggi che la animano; tuttavia ho da tempo accettato il fatto che le sue opere, in particolare Il Signore degli Anelli, sono ispirate da ideali tipicamente conservatori. Non ho mai cercato di stravolgerne i contenuti e piegarli a sinistra o a tesi anarchiche, né avrei mai pensato che sarebbe venuto in mente a qualcuno di farlo. Invece è stato fatto, e vorrei ripristinare un briciolo di verità sulla questione, se non altro per la grande passione che ho per il mondo tolkieniano.

Tutti i tipi di società inventati da Tolkien, fatta eccezione per orchi, goblin, troll e altre creature di infimo livello, sono comunità chiuse, divise per razze e ordinate in rigide gerarchie con a capo un monarca assoluto. Non solo vi sono gerarchie all’interno delle società, ma esiste anche un’inter-gerarchia che ordina le razze in base alla nobiltà: gli elfi sono quelli in cima, perché sono stati creati per primi da Eru, il dio del mondo di Tolkien; poi vengono gli uomini, i nani, ecc. (queste nozioni si trovano dettagliate nel Silmarillion). Le società sono di stampo organicista: ognuno ha il suo posto e un compito da svolgere. I problemi nascono quando le gerarchie sociopolitiche non sono rispettate o quando qualcuno non svolge bene il suo compito. Se prendiamo in esame Il Signore degli Anelli, scopriamo che Gondor, il più grande reame degli uomini, ha adottato una politica scellerata ed è in rovina, esattamente come l’altro grande regno, Rohan. Quali sono le cause? A Gondor c’è un re (Denethor) che non ha il diritto di esserlo e, a Rohan, il re Theoden è vittima di un incantesimo che lo ha reso un burattino in mano a Vermilinguo, uno spregevole servo di Saruman. Quello che cerca di fare Gandalf non è distruggere il potere, ma ripristinare le giuste gerarchie: il ramingo Aragorn, diretto discendente della famiglia reale, tornerà a sedere sul trono che gli spetta; Theoden verrà liberato dall’incantesimo e tornerà a guidare il suo esercito, trovando una morte eroica. Solo dopo questi eventi le cose cominceranno ad andare nel verso giusto. Nel mondo di Tolkien, ognuno ha un suo posto e un suo destino; stare al proprio posto e accettare il proprio destino è l’unico modo di servire il bene (Frodo dovrà distruggere l’anello; Sam dovrà aiutarlo; Aragorn dovrà riprendere il suo trono; ecc.). Il male nasce quando la mente e le azioni si lasciano dirigere da avidità e bramosìa; è questo il caso di Thorin Scudo di Quercia, di Thror, di Smeagol, di Boromir, ecc.. A ben guardare, i personaggi che ho appena citato non fanno che imitare l’antico peccato originale di Melkor, il più grande di tutti gli Ainur (le prime e divine emanazioni di Eru). Il primo germoglio del male, infatti, si manifesta nel momento in cui Melkor diventa invidioso del potere di Eru; egli esce dal posto che gli era stato assegnato e, nel momento della Creazione, avvenuta tramite un canto corale di Eru e degli Ainur, cerca di imitare la potenza del Padre intonando qualcosa di proprio in disarmonia con le altre voci. Fu da questa insubordinazione che il male si insidiò in Arda e da essa venne Sauron, l’Oscuro Signore.

Veniamo ora agli anelli del potere. Questi anelli magici (in tutto 19, senza contare l’Unico Anello) sono donati da Sauron ai più grandi personaggi della Terra di Mezzo (umani, nani ed elfi), i quali accettano per avidità e sete di potere; tramite l’Unico Anello, Sauron corromperà le loro anime. Non è certo un aspetto irrilevante, soprattutto se si sta cercando di dimostrare che Gandalf è il paladino della lotta per la distruzione del potere, notare che lo stregone buono indossa uno dei tre anelli elfici del potere, datogli in dono da Cirdan il Timoniere. Nell’articolo si sottolinea la reazione di Gandalf all’offerta dell’Unico Anello posseduto da Frodo: “Non mi ten­tare. Non oso pren­derlo, nem­meno per custo­dirlo senza ado­pe­rarlo“. Tuttavia la vera natura di queste parole non è il rifiuto del potere come tale (altrimenti avrebbe rifiutato anche il dono di Cirdan), ma solo del potere “corrotto”, quello che ha il fine in se stesso. Gandalf, poco prima di quelle parole, dice anche:

con quel potere, il mio diventerebbe troppo grande e terribile. E su di me l’Anello acquisterebbe un potere ancor più spaventoso e diabolico. […] Non desidero eguagliare l’Oscuro Signore”.

Quello che Gandalf rifiuta è il potere “diabolico”, non finalizzato al bene e non retto da saggezza; ecco perché aiuta Aragorn a riprendersi il trono che gli spetta: solo chi è destinato ad occupare quel posto, solo chi appartiene ad una stirpe di grandi re, potrà usare il potere per il bene del popolo.

Nel lungo cammino della trilogia si incontrano tantissimi personaggi molto potenti e tuttavia amici e alleati di Gandalf, alcuni dotati di anelli magici: Galadriel ed Elrond su tutti. In quei luoghi il problema del potere non si pone, perché tutto è ordinato nel modo giusto, tutto va come deve andare: il potere è retto in maniera saggia e lungimirante. Se tutto questo non fosse sufficiente, nel Ritorno del Re vi è un episodio simbolico di grande importanza che elimina ogni dubbio, nel caso in cui ce ne fossero ancora:

“Allora Frodo si fece avanti, prese la corona dalle mani di Faramir e la porse a Gandalf; ed Aragorn s’inginocchiò, e Gandalf posò sul suo capo la Bianca Corona e disse: <Vengono ora i giorni del Re, e siano benedetti finché dureranno i troni dei Valar!>”.

Per concludere, quindi, Il Signore degli Anelli non ha niente a che fare con la critica anarchica e antiautoritaria del potere. Possiamo ascrivere il suo contesto politico in quella che si chiama archepolitica, ovvero uno spazio comunitario chiuso e organicamente strutturato in modo ferreo e omogeneo, il cui tratto fondamentale, affinché il tutto funzioni, è un vertice “illuminato” e detentore esclusivo del potere.

——————————————————————-

¹ http://ilmanifesto.it/lhobbit-libertario-di-wu-ming-4/

Quale sinistra?

Il terremoto delle ultime elezioni politiche ha rappresentato l’atto finale della sinistra radicale, peraltro già in crisi da alcuni anni. Gli appelli, che sono giunti da varie parti della società, ad aprirsi a nuove soggettività politiche e a sposare nuove forme di opposizione al liberismo, sono rimasti inascoltati. La lezione che se ne può trarre è la seguente: se ci si ostina a non vedere la realtà per come essa è, allora sarà la realtà stessa che si prenderà la briga di farsi capire. Nella fattispecie, è controproducente dire che la sinistra “non è riuscita ad intercettare il voto”; più correttamente bisognerebbe dire che la sinistra ha utilizzato categorie e forme di lotta che non sono più attuali. E se non sono più attuali, non parlano più a nessuno.

Dopo il voto, la sinistra è più frammentata che mai e ampiamente ridotta nel numero; la sua urgenza primaria è quella di rifondarsi su nuove basi per poter ricostruire un nuovo percorso. Il rischio, tuttavia, è che in nome delle proprie radici e della propria storia si ripetano i medesimi errori che hanno portato la sinistra al fallimento totale.

L’appello di Badiale e Bontempelli sul saggio “Marx e la Decrescita” va in questa direzione: recuperare Marx, rileggerlo alla luce del nuovo contesto storico e farla finita con l’ortodossia marxista. Solo su questi presupposti la nuova sinistra avrà un ruolo fondamentale da giocare nello scacchiere politico del prossimo futuro. Ma perché la lotta marxista al capitalismo non è più efficace? I motivi sono principalmente due.

Marx notò che le grandi rivoluzioni della storia erano nei fatti un passaggio della gestione del potere da una classe sociale logora ad un’altra rampante. Questo processo riproduceva automaticamente una classe di sfruttati (schiavi, servi della gleba, operai, ecc.) e avveniva perché coloro che si insediavano al vertice avevano interessi e proprietà da preservare. Per interrompere questo meccanismo, Marx individuò il soggetto sociale rivoluzionario nel proletariato, cioè una numerosa classe di operai nullatenenti in grado di sbaragliare la borghesia e porre fine allo sfruttamento. La situazione odierna è però ben diversa. La classe operaia è costantemente in diminuzione grazie alla massiccia automazione del sistema produttivo; molti operai, soprattutto grazie all’azione dei sindacati, non sono più proletari. Non c’è più una vera e propria classe sociale di oppressi, ma gruppi eterogenei di proletari (precari, disoccupati, immigrati, pensionati, ecc.). Va poi sottolineata la grande astuzia del capitalismo: quella di spostare la “proletarizzazione” in altri paesi e continenti, con altre lingue e altre culture, impedendone unità e visibilità.

Ecco perché la rivoluzione, nei termini in cui la definiscono Engels e Marx, non è più possibile: la classe operaia del XXI secolo è molto diversa da quella della seconda metà del XIX secolo, i proletari sono divisi e sparpagliati in tutte le parti del mondo, e nessuna rivolta armata degli “ultimi” è mai riuscita ad intaccare le gerarchie sociali in modo permanente. Luciano Canfora, in “Critica della Retorica Democratica”, scrive a tal proposito:

Un tempo le classi si toccavano, si vedevano. Non soltanto nella città antica o medievale, ma ancora a Torino in anni che forse alcuni ricordano. Oggi le classi… sono addirittura dislocate in continenti diversi.

… l’esperienza rivoluzionaria, solo in quanto si sbilancia in direzione del principio monarchico (Cromwell, Robespierre, Stalin) a netto detrimento delle oligarchie, ivi comprese quelle di partito, determina una situazione, peraltro instabile, di egualitarismo sociale coatto, e di insicurezza di tutte le classi, e di precipuo rischio per i privilegi delle oligarchie. Queste però alla fine prevalgono (almeno finora è andata così), perché hanno più competenze, più forza, più coscienza dei propri interessi ecc., e più privilegi da difendere. O già solo in quanto minoranze organizzate.

E, citando gli “Elementi di Scienza Politica” di Gaetano Mosca:

La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte ad ogni individuo della maggioranza.

Sul fallimento delle rivolte degli “ultimi”, Badiale e Bontempelli scrivono:

Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. […] Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Il principale modello di riferimento di Marx è la rivoluzione francese ( modello che peraltro risponde correttamente ai criteri del materialismo storico); ma il proletariato non è una classe sociale, non è unito e non ha nuovi modi di produzione (né nei mezzi, né nei rapporti). Nel Manifesto del Partito Comunista si legge:

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

E poco più sotto, elencando le misure da prendere nei paesi più sviluppati:

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

 È lecito avere più di qualche perplessità sul fatto che questa prassi marxista sia radicalmente anticapitalista. Moltiplicare le fabbriche, istituire eserciti industriali obbligatori, traslare capitale e mezzi di produzione dal borghese allo stato: si tratta di una versione degenere del capitalismo, il punto diametralmente opposto all’anarco-capitalismo. Il comunismo del Manifesto allora sarebbe contrario ad alcune forme di capitalismo borghese, ma non al capitalismo come tale. Una prova di questo può essere la repentina nascita di ceti ricchi nei paesi che hanno vissuto il crollo del regime comunista. Citando ancora il libro di Canfora:

Le nuove classi proprietarie, o aspiranti tali, sono cresciute all’interno del sistema sovietico, approfittando dello spazio via via più ampio concesso agli “incentivi” personali e alla funzione manageriale-direttiva, incrementati entrambi dalle riforme dell’epoca post-staliniana.

Cioè: mentre il Pcus cercava di estirpare con ogni mezzo il ceto “dei proprietari”, ne coltivava il seme al suo interno.

Il primo fondamentale motivo per cui il marxismo non è più efficace nella lotta al capitalismo,allora, è che non esiste più una classe proletaria ma solo proletari; la rivoluzione non può avere luogo perché non ha più il suo soggetto, e anche se accadesse, sarebbe destinata al fallimento, dato che non apporterebbe nessun cambiamento del modo di produzione, riproponendo un capitalismo in versione statale (con il borghese, il proletario è costretto a lavorare per mantenersi in vita; con il partito comunista, il proletario è costretto a lavorare coattivamente; in un caso, il proletario è assoggettato al borghese; nell’altro, al partito).

Il secondo motivo invece è di ordine sistemico. Marx descrive il ciclo capitalista con lo schema D-M-D’: il capitale, trasformandosi in merce, accresce se stesso. Quel D’, com’è spiegato nel dettaglio nella prima sezione del libro secondo de “Il Capitale”, è dovuto al pluslavoro non retribuito dell’operaio (in effetti, la formula estesa è un po’ più complessa: D-M-…P…-M’-D’, dove P è il capitale produttivo, M’=(M+m), D’=(D+d), m è la merce prodotta dal pluslavoro e d è l’equivalente in denaro di m) . Ma quello che da diversi anni avviene nel mondo capitalista rientra in un altro tipo di schema: D-D’, ovvero l’autoaccrescimento del capitale senza bisogno della metamorfosi M. Qui non c’è traccia di pluslavoro; i capitali ottenuti dai brokers tramite investimenti con un’alta componente di rischio, o per mezzo di scommesse sul fallimento di aziende o di stati, non ha alcun rapporto diretto con la merce, men che meno col lavoro. Se vogliamo che Marx ci dica qualcosa sul nostro tempo, dobbiamo evitare di fare de “il Capitale” un sistema dogmatico, mascherandolo sotto ipocriti veli di scientificità; tale opera ha una chiave di lettura importante per il XXI secolo che tuttavia non è il pluslavoro, ma piuttosto la fondamentale stortura del capitalismo, di cui lo schema D-D’ ne è l’intima essenza, e cioè l’obiettivo impossibile dell’accrescimento infinito del capitale. Impossibilità da sempre evidente ma con cui oggi siamo costretti a convivere: nella sofferenza sociale indotta dalle crisi cicliche, nel dramma dei “senza-parte” del terzo e quarto mondo, nelle catastrofi ambientali causate dall’inquinamento, dallo sfruttamento intensivo delle materie prime e dalla scellerata alternativa nucleare.

La rinascita di una sinistra realmente anticapitalista è necessaria oggi più che mai e i fondamenti che deve darsi non possono prescindere dalla decrescita sul piano economico e dalla democrazia liquida sul piano politico; due concetti realmente rivoluzionari che colpiscono al cuore il capitalismo e i suoi guardiani. Se il capitalismo è essenzialmente accrescimento di sé, D-(…)-D’, non lo si sconfigge statalizzando capitali e fabbriche, ma costruendo percorsi alternativi che lo facciano collassare: orti sociali, metodi di scambio alternativi come lo scec, banche del tempo, ma non solo: l’open source (informatico e non) al posto del brevetto, il creative commons a sostituire il crimine del copyright, l’avanzamento dei diritti digitali, e così via.

L’espropriazione di cui dovrebbe parlare la sinistra dovrebbe essere quella del potere politico accumulato dalle “oligarchie parlamentari”, o “regimi parlamentari rappresentativi”, che dir si voglia, a favore di una democrazia “liquida”, cioè diretta e delegativa insieme, dove ognuno sceglie se, quando e a chi delegare il proprio voto in uno specifico ambito. Questa forma di lotta al potere politico è necessaria tanto quanto lo è quella al potere economico, perché è proprio nelle sue istituzioni che il capitalismo si autolegittima. Il voto elettorale non è che un modo per l’oligarchia di essere legittimata dal popolo a governare. Esso è depotenziato in due modi: attraverso il bipolarismo o la tendenza al bipolarismo, che taglia fuori i margini a favore del centro, e tramite l’assoluta indipendenza degli eletti rispetto al popolo, a partire dall’assenza di vincolo di mandato. Così, i poteri forti possono investire grandi capitali in campagne elettorali, piazzare uomini di fiducia nei ruoli istituzionali che contano, rendere più restrittivi i parametri per entrare in parlamento, in modo da eliminare scomode rappresentanze popolari, e lasciare i parlamentari liberi di legiferare per proprio conto. Negli stati occidentali, le cosiddette “democrazie” sono di fatto organi controllati direttamente dai poteri economico-finanziari nazionali e internazionali. Nessuno sa per quanto ancora la maschera democratica sarà in grado di celare il regime oligarchico; il sospetto è che lo sbocco naturale del capitalismo possa essere una dittatura partitica di stampo sovietico, ma conciliata con il libero mercato, proprio come è la Cina oggi e proprio come scrive Zizek alla fine del suo saggio “La Valle di Lacrime Cinese”:

E se “la combinazione viziosa dello scudiscio asiatico con il mercato azionario europeo” si dimostrasse dal punto di vista economico più efficiente del nostro capitalismo liberale? E se questo fosse il segnale che la democrazia, come noi la intendiamo, non è più una condizione e un risultato dello sviluppo economico, ma un ostacolo?

Schizzi di merda sul blog di merda

Sul blog di Beppe Grillo è apparso un post dal titolo “schizzi di merda digitali“, dove si sostiene che i commenti dei non allineati al Grillo-pensiero sono in realtà prodotti ad arte dai media di destra e sinistra, con l’intento di spaccare il movimento.

Quel post è l’ennesima prova dell’allergia di Grillo ad ogni tipo di critica, cioè esattamente la stessa patologia di Berlusconi. L’idea della possibilità di critica non lo sfiora nemmeno: dietro quei commenti c’è senz’altro lo zampino degli scagnozzi di pd e pdmenoelle. Questo atteggiamento di totale chiusura alla discordanza preclude ogni possibilità di azione democratica: la linea da seguire è una e soltanto una, chi diserta è in combutta col nemico. Grillo e Casaleggio dettano l’agenda politica e alla rete non resta che decidere, di quando in quando, in che modo realizzarla. Non solo: l’atteggiamento da “guerra civile” del capo è riproposto dai suoi seguaci nelle medesime forme: io stesso, avanzando delle critiche in un gruppo del m5s nella mia zona, sono stato accusato di essere un servo del sistema e un tesserato del pd.

Ma in quel post c’è anche un altro tema implicito: beppegrillo.it è contemporaneamente il sito del m5s e il sito di Grillo e Casaleggio. Finché gli attivisti non si doteranno di una piattaforma indipendente, Grillo-Casaleggio e il m5s saranno la stessa cosa. L’equivalenza (imperfetta, come si è visto nel caso dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato) dei due termini è stabilita doppiamente dallo stesso post di Grillo: da un lato, i presunti servi del sistema, per spaccare il movimento, scrivono sul suo blog; dall’altro, per dimostrare che il movimento non è diviso, è costretto a dire che i commenti negativi sul suo blog sono falsi, fake, “schizzi di merda” gettati dai tirapiedi dei partiti.

La massima grillina “ogni critica è complotto” è al suo apice per vigore e diffusione. Esiste un sito (questo) che propone di rendere indipendente la piattaforma del m5s. Ecco alcuni commenti di risposta:

non sanno più cosa inventarsi….LORO NON VOGLIONO ARRENDERSI….NOI NEPPURE….SIAMO ARRIVATI IN PARLAMENTO….FATE SPAZIO AGLI ALTRI….SARA’ UN PIACERE!

sempre e solo W Grillo, chiudete questo sito scandaloso traditori 

E’ solo un trucco del pd-pdl per destabilizzare il moVimento5stelle…..SIETE RIDICOLI!!!!!!!!

Liberiamo il MoVimento 5s ??? Assolutamente no! troppe teste creerebbero solo confusione, il movimento deve continuare cosi’ come e’ nato, si deve trattare solo con grillo, dove le brutte tentazioni troveranno solo un grosso muro.

[Commenti tratti da questa pagina.]

Fra complotti e schizzi di merda, siamo tutti in attesa di scoprire il reale significato che per Grillo assume l’espressione “democrazia dei cittadini”. Sperando che non significhi “dittatura del partito unico”.

Platone e Mosè: le origini socio-politiche dell’ebraismo

Per capire a fondo l’origine storica del cristianesimo bisogna analizzare le radici che affondano nell’antico testamento. Il problema si sposta preliminarmente su questa raccolta di testi: chi li ha scritti? Chi li ha tradotti e come? Sono stati modificati nel tempo?
La prima cosa da dire sulle Scritture è che gli originali erano in ebraico antico, una lingua senza vocali e spaziature fra le parole. Non essendo in possesso degli originali, andati distrutti probabilmente con la conquista dei babilonesi, e non avendo nessuna grammatica, ci viene precluso in maniera definitiva di controllare la veridicità della traduzione dei testi, sia nella versione masoretica (un ebraico vocalizzato) sia nella versione dei septuaginta (in greco). Non resta che conservare verso di essi un atteggiamento di scetticismo, pensando al fatto che una scrittura senza spazi e vocali lascia adito ad una grande ambiguità, nonostante si possa fare appello al contesto. Ad esempio la frase “l’uomo spara” diventa “lmspr”, che, vocalizzata, può essere erroneamente interpretata “l’uomo separa”. La contro-obiezione che solitamente viene fatta è che in realtà ogni parola è perfettamente deducibile dal contesto e non sussistono ambiguità interpretative. Prendiamo allora come esempio le prime parole della Genesi, che la tradizione vuole che siano queste: “bereshit barà Elohim”, cioè “in principio Dio creò”. E’ l’unica lettura possibile? Niente affatto. Si può leggere anche “ab reshit barà Elohim”, e cioè “il Padre del principio creò gli dèi”, oppure “barosh itbarà Elohim”, qualcosa come “nella mente Dio creerà se stesso”. Come appare evidente, ognuna di queste tre letture offre una chiave interpretativa completamente diversa dalle altre. Ciò che di vero possiamo dire sull’Antico Testamento non riguarda il suo contenuto, ma il fatto che l’interpretazione dominante è dipesa dalle convinzioni filosofiche dei masoreti, che hanno vocalizzato l’antico testamento in un lungo processo terminato all’incirca nel X secolo d.C..
Anche sugli autori e sull’autenticità degli scritti ci sono grandi dubbi. Quasi tutto ciò che la tradizione attribuisce a Mosè in realtà è opera di Esdra e della sua classe sacerdotale, i quali dovevano rifondare l’identità ebraica su radici mitiche dopo la liberazione dalla schiavitù babilonese, finita grazie all’intervento dei persiani tra il VI e il V secolo a.C.. La non autenticità è dimostrata dal fatto che sono narrate vicende di molto posteriori alla morte di Mosè, fino al periodo in cui visse Esdra. Inoltre, anche gli altri libri, compresi quelli dei profeti, potrebbero non essere autografi. Il libro di Daniele, per esempio, è stato più volte dichiarato come inautentico: Uriel Da Costa lo considera un’opera farisaica, mentre Spinoza ritiene che ci siano state delle aggiunte di stampo sadduceo (la corrente conservatrice opposta ai farisei). Purtroppo possiamo solo fornire prove che dimostrano l’infondatezza delle credenze tradizionali, ma nulla possiamo dire con certezza intorno ai veri autori.
Cosa insegnano questi libri? Principalmente due cose:

1) il timore ed il rispetto di Dio, inculcato attraverso minacce di atroci punizioni e promesse di grandi ricchezze;
2) alcune norme morali di buon senso e di buona condotta utili per la conservazione della società.

Questi due punti sono in realtà indissolubilmente legati, giacché le leggi erano attribuite direttamente a Dio e la loro osservanza dipendeva in maniera proporzionale dalla fede di ciascuno.
Tutto questo risulta immediatamente chiaro dalla vicenda di Mosè. Tratti in salvo gli ebrei dalla schiavitù egizia, si affacciava subito un altro problema: quale organizzazione politica dare al popolo, e come imporla? L’ambizione di ognuno a governare o il rifiuto di essere governato da pari costituiva il più grande problema per la conservazione e la stabilità della nuova società. Ricordiamo che il Deuteronomio è stato redatto da Esdra o comunque da sacerdoti a lui vicini, il cui scopo era quello di dare una fondazione mitica e gloriosa del popolo ebraico, che scende a patti addirittura con Dio stesso:

“Il Signore ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb” (deuter. 5,2)

L’intento delle Scritture non è storiografico, ma quello di suscitare meraviglia e devozione in chi ascolta o legge. La legge imposta al popolo ebraico parte proprio dalla reverenza verso l’autorità divina:

“Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza ed alla quarta generazione per quanti mi odiano” (deuter. 5,7-9).

Con ogni probabilità, essendo il popolo ebraico diviso in numerose tribù, ognuna doveva avere il suo personale dio protettore. Per unificare il popolo è innanzitutto necessario unificarne il culto; questo Dio che doveva essere da tutti adorato è lo stesso che ha liberato gli ebrei dall’Egitto, come si dice poco sopra in Deuteronomio 5,6 (“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile”), e non c’è nessun motivo per non adorare un Dio estremamente potente e che ha molto a cuore il suo popolo. Un tale discorso doveva esercitare un fortissimo grado di persuasione sul volgo, che riponeva più l’attenzione sui prodigi e sulle minacce che non, ad esempio, in frasi come “sono un Dio geloso”, attributo poco divino e molto umano.
Gli altri comandamenti non sono che precetti morali finalizzati all’ordine sociale e rivestiti con la forza di decreto divino, così da essere rispettati da tutti per timore di una punizione e per la speranza di una ricompensa:

“Onora tuo padre e tua madre… Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo” (deuter. 5, 17-21).

Il potere che qui esercita Mosè non è diverso dai re dell’antichità. Al fine di mantenere l’ordine e il dominio sul popolo era necessario ad ognuno proclamarsi semidio o voce di dio sulla terra. Mosè fa la stessa cosa: dà un codice di leggi al suo popolo e sostiene che gli sono state dettate direttamente da Dio, manifestatosi sotto forma di fuoco.
Ora, immedesimandoci in un ebreo del tempo di Esdra, possiamo chiedere: ma perché proprio Mosè dev’essere portavoce di Dio? Se Dio ama il suo popolo e il suo Regno è quello d’Israele, perché non si manifesta apertamente a tutto il popolo? Questa è un’idea sovversiva, in quanto mette in dubbio la legittimità del fondamento dello stato teocratico ebraico. L’autorità di Mosè non può essere in alcun modo messa in dubbio. Ecco che allora, più avanti, si narra un vero e proprio mito fondativo, una giustificazione fantastica diretta al popolo che legittima l’ordine costituito:

“All’udire la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme, i vostri capitribù e i vostri anziani si avvicinarono tutti a me e dissero: Ecco il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua gloria e la sua grandezza e noi abbiamo udito la sua voce dal fuoco; oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo restare vivo. Ma ora, perché dovremmo morire? Questo grande fuoco infatti ci consumerà; se continuiamo a udire ancora la voce del Signore nostro Dio moriremo. Poiché chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo? Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo. Il Signore udì le vostre parole, mentre mi parlavate, e mi disse: Ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolte; quanto hanno detto va bene” (deuter. 5, 23-28).

Il messaggio è grossomodo questo: il popolo ha già udito la voce di Dio in passato, provando la verità di quanto detto da Mosè. Ma non potrà più sentirla, altrimenti morirà; solo Mosè, o chi per lui, può esserne l’interprete, perché solo chi ha mostrato di poter ascoltare la parola di Dio senza conseguenze potrà continuare a farlo. Qualche riga sopra si rafforza il concetto:

Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco, mentre io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate saliti sul monte” (deuter. 5, 4-5).

L’importanza di questo mito fondativo è enorme perché dimostra con somma evidenza che la funzione della religione era in origine esclusivamente politica e che di conseguenza le religioni rivelate successive (cristianesimo ed islam) non sono che interpretazioni diverse di una dottrina teologica creata ad arte per la conservazione dello stato ebraico. Bisogna ricordare che per gli ebrei di quel tempo il premio divino non era il paradiso ma ricompense concrete e mondane, e il Regno di Dio non è sinonimo di “Regno dei Cieli”, ma di “Regno d’Israele”.
Tenterò di convincere il lettore proponendo un parallelo con un altro mito fondativo: quello presente nella Repubblica di Platone.
La Repubblica è divisa in dieci libri e il suo argomento di indagine è la giustizia. In questa lunga trattazione Platone presenta quello che per lui sarebbe il modello di stato ideale, essenzialmente diviso in tre classi: i guardiani (cioè i governanti) simboleggiati dall’oro, i guerrieri che sono argento, ed i lavoratori, il cui elemento è il bronzo. Come per Mosè, anche in Platone si presenta il problema di come far accettare e mantenere un tale stato di cose. Il filosofo propone nel terzo libro della Repubblica una “genuina menzogna” da inculcare nel popolo con il fine di conservare la divisione sociale:

“Con quale mezzo potremmo allora far credere una genuina menzogna… ai governanti stessi, oppure al resto della città?
[…]
cercherò di persuadere innanzitutto i governanti stessi e i soldati, poi anche il resto della città, che essi avevano l’impressione di ricevere tutta l’educazione fisica e spirituale impartita da noi come in un sogno che accadesse attorno a loro, ma in realtà in quel momento erano plasmati ed educati nel seno della terra, essi, le loro armi e il resto del loro equipaggiamento già bell’è fabbricato; e quando furono interamente formati la terra, che era la loro madre, li portò alla luce. Per questo ora devono provvedere alla terra in cui vivono e difenderla come loro madre e nutrice, se qualcuno muove contro di essa, e considerare gli altri cittadini come fratelli nati anch’essi dalla terra». «Non a torto», esclamò, «prima ti vergognavi a proferire questa menzogna!». «E ne avevo ben donde!», risposi. «Tuttavia ascolta anche il resto del mito. Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell’oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell’argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d’una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall’oro può nascere una prole d’argento e dall’argento una discendenza d’oro, e così via da un metallo all’altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d’oro o d’argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo…” (Platone, Repubblica III, 414b-415c).

In sostanza, al fine della conservazione sociale per Platone è necessario che si racconti una menzogna “nobile”, la quale conferisca un’origine divina alla divisione sociale dello stato, così che ognuno accetti il proprio ruolo e non sia mosso da ambizioni personali. È abbastanza evidente l’analogia con il passo sopra citato del Deuteronomio: la paura della morte e della punizione divina (per disobbedienza al Decalogo o per hybris) autorizza una certa classe sociale a legiferare (prima Mosè e poi i Leviti, all’inizio capeggiati da Aronne), e le ambizioni di ognuno devono essere abbandonate al principio, come Dio stesso ordina. Tra l’altro c’è anche una forte analogia tra la classe dei Leviti e quella dei guardiani platonici: entrambi erano esentati dal lavoro, non potevano possedere terre ma erano mantenuti dal popolo e dovevano occuparsi delle leggi.
La grande differenza fra il mito platonico e quello del Decalogo è che il primo è dichiaratamente una menzogna, mentre il secondo è spacciato come vero da numerose narrazioni; ma questo è dovuto soltanto al fatto che la menzogna legata al mito del Decalogo è operante ed ha effettivamente funzionato (forse addirittura meglio del previsto), mentre quella platonica è soltanto un proposito che dovrà essere perfezionato:

“Conosci dunque un qualche sistema per convincerli di questo mito?» «Per convincere loro», disse, «assolutamente no; semmai per convincere i loro figli e discendenti e la posterità in generale” (Platone, Repubblica III, 415c).

Vale a dire: magari i primi che la udiranno non vi crederanno, ma se la si insegna ai loro figli e ai figli dei loro figli, alla fine verrà creduta come una verità indubitabile (la diffusione ed il persistere di una certa religione in una determinata area segue questo principio).

Ho qui illustrato, con l’ausilio della Repubblica di Platone, una delle ragioni per cui ritengo che l’ebraismo sia una religione costruita per fini sociali e politici. Inoltre, non essendo le Scritture univocamente traducibili, non può essere considerata “sacra” una loro traduzione, tenendo anche conto del fatto che sono state modificate nel tempo in più punti e gli autori non sono, in molti casi, quelli attribuiti dalla tradizione.