La nullificazione dell’essere

 

Severino ritiene di poter sconfiggere il nichilismo ritornando al concetto di essere di Parmenide e abolendo il divenire. Per Severino, la radice del nichilismo è l’identità di essere e nulla che comporta il concetto di “divenire”: se quest’oggetto esiste ora, non esisteva in un qualche momento precedente né esisterà in futuro. Quello che a noi sembra divenire, va interpretato come “circolo delle apparenze”, cioè come un modo di manifestarsi dell’essere immutabile ed eterno. La formula parmenidea che riprende Severino è: “l’essere è ciò che è e non può non essere”. Questa è l’unica vera definizione dell’essere, da cui discende la confutazione del divenire: se l’essere è e non può non essere, è contraddittorio ritenere che qualcosa sia e poi non sia più. Tuttavia bisogna tener presente che abbiamo a che fare con una definizione del tipo “A è A e non può mai essere diverso da A”: in sostanza, Severino dimostra che il divenire non esiste partendo dalla premessa che il divenire non esiste, cioè partendo dal presupposto che A resta sempre uguale a se stesso e non diviene. La dimostrazione si riduce a questo: l’essere è sempre uguale a se stesso, quindi l’essere non muta. Questo è quello che si chiama “petizione di principio”, cioè assumere nelle premesse (nella definizione di essere) ciò che si deve dimostrare (che l’essere non diviene).

Bisogna notare, inoltre, che più Severino si sforza di parlare dell’essere immutabile ed eterno, più si ritrova fra i piedi il nulla. “L’essere non è il nulla”, l’essere è tutto ciò che è diverso dal nulla; quindi, per definire l’essere, dobbiamo porre il nulla, definirne i margini e chiamare “essere” tutto ciò che gli sta fuori. Però il nulla non è, quindi non si potrebbe nemmeno porlo; la stessa sentenza “l’essere non è il nulla” pone il nulla nel cuore dell’essere. Non è un caso che Severino, dopo più di trent’anni, stia ancora pubblicando libri per cercare di dimostrare che il nulla è nulla e non può essere e che l’essere è l’essere e non può essere nulla. Severino ricorda un uomo che corre per raggiungere un certo luogo senza accorgersi che sotto ai suoi piedi si trova un tapis roulant.

A questo discorso va aggiunto un altro fatto, forse il più curioso di tutti: l’essere immutabile e anti-nichilista di Severino è privo di senso e significato tanto quanto lo è l’abisso nichilista di Nietzsche (anzi, forse lo è ancora di più: in Nietzsche il senso compare, anche se si tratta di un senso di tipo nuovo). Esiste una reale differenza fra l’oblìo nell’immobilità a-temporale e l’oblìo nel nulla assoluto?

Il Nulla non è che il presentarsi di ciò che è privo di determinazioni, l’Indeterminato; ciò non significa che il Nulla non è, ma che il Nulla è vuoto. Come essere-vuoto, esso rappresenta l’unità minima di cui si compone l’essere (come il punto è l’unità minima -priva di dimensioni- su cui si costruisce tutta la geometria). Ogni volta che si parla dell’essere, ci si accorge che esso porta al suo interno il nulla; e ogni volta che si parla del nulla, ci si rende conto che da esso segue l’essere. Ecco perché Severino, in linea di principio, non smetterà mai di riscrivere lo stesso libro in forme diverse.

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Appunti e riflessioni sul libro primo de “La Gaia Scienza”

“Forse anche per il riso c’è un futuro, quando l’umanità avrà incorporato il principio secondo il quale <la specie è tutto, uno è sempre nessuno> e a ciascuno sarà aperto in ogni momento l’accesso a questa ultima liberazione e irresponsabilità.”

Cos’è la “gaia scienza” – Ecco la scienza nietzscheiana: “la specie è tutto, l’uno è niente”. Ricorda, per certi versi, la sentenza di Maimonide: “ogni ignorante immagina che l’esistenza intera sia in funzione della propria individualità” (Guida dei Perplessi). L’umanità, tranne pochi “vati” (com’era o come riteneva di essere Nietzsche), vive ancora nella condizione d’ignoranza di questo precetto fondamentale. Per Maimonide, l’individuo ha senso solo nel disegno generale di Dio, unico vero fine di tutto l’esistente; per Nietzsche, ogni uomo è teleologicamente ordinato secondo la perpetuazione della specie: essa ha il suo fine in sé stessa, ovvero non ha un fine. Soltanto quando potrà accedere a questa “scienza”, quando guarderà nell’abisso che sta al fondo delle cose, si libererà da tutti i gioghi posticci che si è imposto e che gli sono stati imposti (la morale, la cultura, la religione), capirà di non avere altra dignità se non quella di ingranaggio dell’imponente ed infallibile “macchina” naturale e riderà della sua nullità.
Il tema del riso – Il riso “procede da tutta la verità”: ciò che segue dalla gaia scienza è l’irresponsabilità radicale dei singoli, il “ridere di se stessi” e il farsi beffe dell’esistenza. Esistenza che Nietzsche definisce così: “impulso, istinto, assurdità, assenza di fondamento”.
Sul concetto di specie – Dato che l’esistere stesso è un non-senso, come è possibile perpetrare la specie se non rivestendola di abiti morali, teologici e teleologici artefatti? Coloro che dicono di prendersi cura dello spirito, i predicatori della morale, non sono altro che portatori di menzogna; non di meno, sono funzionali alla conservazione della specie – ne sono gli stilisti. Infatti, ecco un altro punto cardine de “La Gaia Scienza”: tutto ciò che gli uomini sono portati a fare per loro natura è funzionale alla conservazione della specie. Dato che “non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali di fenomeni”, anche le azioni considerate riprovevoli e malvagie contribuiscono alla sopravvivenza della specie; l’uomo “dannoso” conserva e tramanda istinti senza i quali l’umanità si sarebbe probabilmente estinta. Nessuno può agire realmente contro di essa. La specie, proprio come il fato di Seneca, conduce chi la asseconda e trascina chi le si oppone. Bene e male sono strade diverse, entrambe necessarie, per raggiungere il medesimo fine.
Sulla virtù – In cosa consiste allora la virtù in questa sfilata di false culture, cioè luoghi in cui la Verità è ben nascosta, distorta, mascherata, seppellita? Nietzsche ammonisce: ciò che è considerato virtuoso, degno di lode, è in realtà una schiavitù del bene comune. Le virtù sono catene dello spirito che impediscono al singolo di vivere per se stesso; se non vuole essere disprezzato dalla comunità, deve mettersi al servizio degli altri – o, più cristianamente, del prossimo.
Alla luce di questi quattro nuclei tematici, credo di poter affermare che sbaglia chi sostiene che Nietzsche non ha avuto nulla a che fare col nazismo. Egli, concordemente allo spirito del suo tempo, fu ideologo e precursore di tutti i totalitarismi europei del ‘900, dal nazismo al comunismo sovietico. È certamente vero che è stato distorto e mal interpretato in più punti, ma è altrettanto vero che il suo pensiero, così come emerge dalle sue parole, è terreno fertile per ogni regime totalitario.
Due sono gli ingredienti fondamentali forniti da Nietzsche: primo, una classe aristocratica di “vati”, anticipatori del tempo, oltre-uomini, consapevoli di dover essere Creatori di nuovi orizzonti etici, quelli scaturiti dalla volontà di potenza; secondo, la scienza “gaia” del principio “la specie è tutto, uno è nessuno”, che elimina la dignità dell’individuo. Se ogni soggetto non ha nessun diritto di essere e se bene e male sono egualmente utili al (non-)fine ultimo dell’esistenza, la volontà di potenza non ha più nessun argine e qualsiasi prassi degli aristoi è giustificata: gli dèi tornano a camminare fra gli uomini. Così come un tempo si riteneva che il bene è tale perché voluto da Dio (e non voluto da Dio perché bene), allo stesso modo accade con gli oltre-uomini: morto Dio, la potenza della creazione è nelle mani degli aristoi, i quali, esercitando indiscriminatamente (come dèi, appunto) la volontà di potenza, riscrivono dalle fondamenta tutte le categorie morali. Alcuni medievali credevano che se Dio, nel Decalogo, avesse prescritto l’omicidio, uccidere sarebbe stato un atto buono e giusto. Con Nietzsche, arriviamo allo stesso risultato: se la volontà di potenza porta l’Übermensch a voler sopprimere individualità inferiori, non solo è legittimato a farlo (la singola esistenza non ha nessuna dignità), ma diventa anche un’azione giusta.
Ecco fin dove, a mio avviso, ci si può spingere prendendo le mosse dalla filosofia nietzscheiana, ed ecco perché ritengo che Nietzsche non possa non essere annoverato fra i massimi ispiratori dei totalitarismi del ‘900.