Youth – Sorrentino (2015)

Dopo i fasti, gli incensamenti e le adulazioni per La Grande Bellezza, Sorrentino viene unanimemente criticato per Youth. Il giudizio più pesante che mi è capitato di leggere è quello di Goffredo Fofi, che definisce il film “strambo”, “lagnoso”, “infarcito di massime nel genere Baci Perugina”, “kitsch”.

Sottoscriverei ogni parola di questa critica se solo fosse rivolta a La Grande Bellezza. Ha ragione Fofi nel dire che Sorrentino perde il senso della misura quando riempie gli occhi dello spettatore di ricerche estetiche ridondanti e vacue, o quando forza i suoi personaggi a filosofare (come accade ne La Grande Bellezza). Ma in Youth a mio avviso le cose stanno diversamente. È indubbio, per usare le parole di Fofi, che

i vecchi di Sorrentino sono marionette di ricchi che si piangono addosso, noiosi come la morte, e che sparano sentenze a raffica, l’una più consunta dell’altra.

Ma la banalità, la noia e la consunsione dei dialoghi sono caratteristiche necessarie per mettere in scena un certo tipo di analitica esistenziale ed esistentiva, il contrappunto avvilente e vacuo dell’estetismo che parla della temporalità attraverso la messa in mostra dei corpi e delle loro interazioni. È nel rovesciamento di forma e contenuto che Sorrentino, a mio parere, trova la sua giusta e più naturale dimensione: il fallimento della parola contro la ricchezza comunicativa dell’immagine.

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La Grande Bellezza – Sorrentino (2013)

Se si mettesse fra parentesi la maestrìa della fotografia, de La Grande Bellezza non rimarrebbe niente a parte qualche trito contenuto. Certo, è vero: la fotografia è parte essenziale del cinema. Tuttavia in questo caso il processo di estetizzazione di realtà e senso è eccessivo fino alla nausea. La ricerca della grande bellezza è continua, ossessiva, ridondante, vacua, ed egemonizza da subito tutti gli spazi del film.
Sorrentino tesse la trama della sceneggiatura su due concetti cardine (come non manca di ricordare la voce fuori campo in chiusura): la chiacchiera e la vita mondana come modo di esistenza inautentico, e l’angoscia, la morte e l’introspezione come momento di autenticità; il che renderebbe La Grande Bellezza un film originalissimo, se solo fosse uscito intorno al 1927. Intendo dire che questi concetti sono presi da Essere e Tempo di Martin Heidegger e messi in scena alla lettera nel film (si veda il ruolo heideggeriano della chiacchiera come modo inautentico dell’Esserci immerso nel Si e dell’angoscia come molla verso l’esistenza autentica, ecc.). A titolo di breve esempio, si prendano queste parole di Heidegger sul tema della chiacchiera:

La comunicazione non “partecipa” il rapporto ontologico originario con l’ente di cui si discorre, ma l’essere-assieme si realizza nel discorrere-assieme e nel prendersi cura di ciò che il discorso dice. […] L’infondatezza della chiacchiera non è un impedimento per la sua diffusione pubblica, bensì un fattore che la favorisce. La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere… La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile.¹

La chiacchiera quindi è, in estrema sintesi, il modo in cui gli uomini si anestetizzano a vicenda per non dover fare i conti con la morte; ma fare i conti con essa è necessario se si vuole condurre un’esistenza autentica, vera. Ed ecco cosa si dice alla fine del film:

Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla, bla… è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, ecc.

Se per “vita” si intende heideggerianamente “esistenza autentica”, queste parole diventano un ricalco di quanto scrisse il filosofo tedesco. Analoghe considerazioni si possono fare praticamente per tutti i contenuti del film, a cominciare dal rifiuto dell'”altrove” menzionato nel monologo conclusivo. Non c’è nessun tipo di rielaborazione, nessuna rilettura, nulla che non segua pedissequamente quanto scritto da Heidegger. Se a questo si somma la citazione (chiamiamola così) de Gli Indifferenti (1929) di Moravia nella critica della decadenza della società italiana, ne viene fuori un film che non offre niente allo spettatore, eccetto qualche straordinaria inquadratura.

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¹ M. Heidegger, Essere e Tempo, ed. Longanesi, pag. 207