La finta repressione fascista

L’ottava puntata della seconda stagione della serie tv “Louie” è un perfetto esempio del funzionamento dell’economia libidica all’interno di gruppi sociali che attuano forti forme repressive (fascismi, sette religiose, integralismi, ecc.). La rinuncia al godimento personale superficiale è un “falso sacrificio” che sottende la ricerca di un godimento ancora maggiore, passante per l’immedesimazione e\o la partecipazione in un organismo impersonale (nel caso dello Stato) o divino (nel caso della religione). Questa tesi richiama da vicino le considerazioni di Lacan sull’anacoreta: egli, rinunciando al godimento, gode della sua stessa rinuncia.

Nell’episodio, il comico Louis C.K. tenta di andare a letto con un’attivista cattolica anti-masturbazione, molto attratta da lui, ma riceve questa risposta:

“… e se, facendolo, ci perdessimo qualcosa di ancora più bello? Diciamo che mi piaci, ed è una cosa evidente, e se tu non tentassi di baciarmi, potremmo continuare a parlare, conoscerci, capire chi siamo… il bacio spezzerebbe la magia. Se evitiamo di baciarci, potremmo continuare a vederci, acquistando confidenza e cominciare a piacerci seriamente, innamorarci. Penso che sarebbe ancora più eccitante se resistessimo all’impulso reprimendo il desiderio… e ci potremmo sposare! E tu non mi avresti ancora vista nuda, e ci uniremmo con l’approvazione e la benedizione di Dio! E sarebbe così intenso, così colmo di passione!”.

Louis C.K. risponde con un gesto fortemente anti-repressivo…

 Link della puntata

Essere, tempo e nazionalsocialismo

Molti storici e filosofi si sono chiesti perché un gigante del pensiero contemporaneo come Heidegger abbia potuto aderire al partito nazionalsocialista. A mio avviso, la questione è al rovescio: ci si dovrebbe chiedere, soprattutto se si prende in esame Essere e Tempo, perché egli non avrebbe dovuto aderire al nazismo.

Nel suo capolavoro, Heidegger scrive che l’Esserci quotidiano esiste come Si. Il Si è il modo inautentico dell’Esserci, la sua disgregazione nell’indeterminatezza del “come tutti”, la perdita del sé nel mare degli altri. Propriamente, il Si non è nessuno, essendo il “tutti” della vita mondana. Questo auto-estraniamento (deiezione) dell’Esserci gli conferisce l’illusione di una vita piena e uno stato di tranquillità. Il velo dell’alienazione può essere squarciato dalla situazione emotiva dell’angoscia che, non avendo nessun oggetto, riguarda il mondo come totalità. L’angoscia è ciò che ricorda l’Esserci al Si per mezzo del richiamo della coscienza; è lo spaesamento che deriva dal sapersi gettati e abbandonati nel mondo. È proprio da questo stato di gettatezza e solitudine che l’Esserci è fuggito, cercando riparo nelle finzioni della mondanità. Ma il richiamo alla verità della propria coscienza lo ridesta a se stesso come essere-per-la-morte (la morte è la possibilità più propria dell’Esserci, cioè quella che, fra tutti i possibili “non-ancora che sarà”, segna il suo non-esserci-più e l’impossibilità assoluta della sostituzione, essendo essa “sempre solo mia”). Nell’Esserci autentico, riappropriatosi di sé nell’angoscia, trova luogo la decisione anticipatrice, ovvero l’auto-progettarsi nell’essere-per-la-morte, il progetto di un’esistenza autentica come un vivere “per la morte”, cioè sotto la sua costante minaccia.

In questa [decisione anticipatrice], l’Esserci si comprende quanto al suo poter-essere, sì da porsi di fronte alla morte in modo tale da assumere integralmente, nel suo esser-gettato, l’ente che esso è.¹

Sappiamo che un Esserci autentico è colui che si comprende nel suo poter-essere, e che la libertà consiste nello scegliersi, cioè rifiutare l’incoscienza del Si ed essere-per-la-morte. In altri termini, la libertà non consiste nella scelta fra le possibilità dell’Esserci, ma nello scegliere la possibilità stessa che lui stesso è.

L’Esserci è sempre la sua possibilità, ed esso non l'<ha> semplicemente a titolo di proprietà posseduta come una semplice-presenza. Appunto perché l’Esserci è essenzialmente sempre la sua possibilità, questo ente può, nel suo essere, o <scegliersi>, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto o conquistarsi solo <apparentemente>.²

Se però ci si chiede in cosa consiste questa possibilità che si è chiamati a scegliere, si arriva al nocciolo politico di Essere e Tempo. Ogni progettualità dell’Esserci deve fondarsi sull’eredità della tradizione nella quale egli si trova gettato, venendo così a configurarsi come una ripetizione tramandata di una possibilità di esistenza. Il “risveglio dell’Esserci”, in ultima analisi, consiste in un riorientamento dell’individuo ad un “destino comune” (quello del popolo tedesco), forgiato sulla ripetizione e sul tramandamento della tradizione ereditata:

La decisione, in cui l’Esserci ritorna a se stesso, apre le rispettive possibilità effettive di un esistere autentico a partire dall’eredità che essa, in quanto gettata, assume. Il ritorno deciso all’esser-gettato cela in sé un tramandarsi di possibilità ricevute[…]

Ma se l’Esserci, carico di destino, in quanto essere-nel-mondo esiste sempre e per essenza come con-essere con gli altri, il suo accadere è un con-accadere che si costituisce come destino-comune. Con questo termine intendiamo l’accadere della comunità, del popolo. […]

La decisione, ritornante a se stessa e autotramandante, diviene allora la ripetizione di una possibilità di esistenza tramandata. La ripetizione è il tramandamento esplicito, cioè il ritorno alle possibilità dell’Esserci essenteci-stato. La ripetizione autentica di una possibilità d’esistenza essente-stata (il fatto che l’Esserci si scelga i suoi eroi) si fonda esistenzialmente nella decisione anticipatrice; infatti è in essa che viene primariamente scelta quella scelta che rende liberi per la lotta successiva e per la fedeltà a ciò che è da ripetere.³

L’Esserci autentico, in definitiva, è colui che accetta di ripetere fedelmente la tradizione ereditata, in accordo al “destino comune” del popolo di cui fa parte. Ecco, in estrema sintesi, la portata ultra-conservatrice di Essere e Tempo; un’opera di ontologia esistenzialista, ma dal forte contenuto politico. La sua famosa frase del ’33: “Non teoremi e idee siano le regole del vostro vivere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge”, non deve stupire alla luce di quanto si è detto fin qui. Fu tutto il popolo tedesco, Heidegger compreso, a vedere nel delirio di Hitler la voce stessa del destino.

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1. M. Heidegger, Essere e Tempo, a cura di Franco Volpi, Longanesi editore, pag. 451

2. Ivi, pag. 61

3. Ivi, pag. 452-454

Appunti e riflessioni sul libro primo de “La Gaia Scienza”

“Forse anche per il riso c’è un futuro, quando l’umanità avrà incorporato il principio secondo il quale <la specie è tutto, uno è sempre nessuno> e a ciascuno sarà aperto in ogni momento l’accesso a questa ultima liberazione e irresponsabilità.”

Cos’è la “gaia scienza” – Ecco la scienza nietzscheiana: “la specie è tutto, l’uno è niente”. Ricorda, per certi versi, la sentenza di Maimonide: “ogni ignorante immagina che l’esistenza intera sia in funzione della propria individualità” (Guida dei Perplessi). L’umanità, tranne pochi “vati” (com’era o come riteneva di essere Nietzsche), vive ancora nella condizione d’ignoranza di questo precetto fondamentale. Per Maimonide, l’individuo ha senso solo nel disegno generale di Dio, unico vero fine di tutto l’esistente; per Nietzsche, ogni uomo è teleologicamente ordinato secondo la perpetuazione della specie: essa ha il suo fine in sé stessa, ovvero non ha un fine. Soltanto quando potrà accedere a questa “scienza”, quando guarderà nell’abisso che sta al fondo delle cose, si libererà da tutti i gioghi posticci che si è imposto e che gli sono stati imposti (la morale, la cultura, la religione), capirà di non avere altra dignità se non quella di ingranaggio dell’imponente ed infallibile “macchina” naturale e riderà della sua nullità.
Il tema del riso – Il riso “procede da tutta la verità”: ciò che segue dalla gaia scienza è l’irresponsabilità radicale dei singoli, il “ridere di se stessi” e il farsi beffe dell’esistenza. Esistenza che Nietzsche definisce così: “impulso, istinto, assurdità, assenza di fondamento”.
Sul concetto di specie – Dato che l’esistere stesso è un non-senso, come è possibile perpetrare la specie se non rivestendola di abiti morali, teologici e teleologici artefatti? Coloro che dicono di prendersi cura dello spirito, i predicatori della morale, non sono altro che portatori di menzogna; non di meno, sono funzionali alla conservazione della specie – ne sono gli stilisti. Infatti, ecco un altro punto cardine de “La Gaia Scienza”: tutto ciò che gli uomini sono portati a fare per loro natura è funzionale alla conservazione della specie. Dato che “non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali di fenomeni”, anche le azioni considerate riprovevoli e malvagie contribuiscono alla sopravvivenza della specie; l’uomo “dannoso” conserva e tramanda istinti senza i quali l’umanità si sarebbe probabilmente estinta. Nessuno può agire realmente contro di essa. La specie, proprio come il fato di Seneca, conduce chi la asseconda e trascina chi le si oppone. Bene e male sono strade diverse, entrambe necessarie, per raggiungere il medesimo fine.
Sulla virtù – In cosa consiste allora la virtù in questa sfilata di false culture, cioè luoghi in cui la Verità è ben nascosta, distorta, mascherata, seppellita? Nietzsche ammonisce: ciò che è considerato virtuoso, degno di lode, è in realtà una schiavitù del bene comune. Le virtù sono catene dello spirito che impediscono al singolo di vivere per se stesso; se non vuole essere disprezzato dalla comunità, deve mettersi al servizio degli altri – o, più cristianamente, del prossimo.
Alla luce di questi quattro nuclei tematici, credo di poter affermare che sbaglia chi sostiene che Nietzsche non ha avuto nulla a che fare col nazismo. Egli, concordemente allo spirito del suo tempo, fu ideologo e precursore di tutti i totalitarismi europei del ‘900, dal nazismo al comunismo sovietico. È certamente vero che è stato distorto e mal interpretato in più punti, ma è altrettanto vero che il suo pensiero, così come emerge dalle sue parole, è terreno fertile per ogni regime totalitario.
Due sono gli ingredienti fondamentali forniti da Nietzsche: primo, una classe aristocratica di “vati”, anticipatori del tempo, oltre-uomini, consapevoli di dover essere Creatori di nuovi orizzonti etici, quelli scaturiti dalla volontà di potenza; secondo, la scienza “gaia” del principio “la specie è tutto, uno è nessuno”, che elimina la dignità dell’individuo. Se ogni soggetto non ha nessun diritto di essere e se bene e male sono egualmente utili al (non-)fine ultimo dell’esistenza, la volontà di potenza non ha più nessun argine e qualsiasi prassi degli aristoi è giustificata: gli dèi tornano a camminare fra gli uomini. Così come un tempo si riteneva che il bene è tale perché voluto da Dio (e non voluto da Dio perché bene), allo stesso modo accade con gli oltre-uomini: morto Dio, la potenza della creazione è nelle mani degli aristoi, i quali, esercitando indiscriminatamente (come dèi, appunto) la volontà di potenza, riscrivono dalle fondamenta tutte le categorie morali. Alcuni medievali credevano che se Dio, nel Decalogo, avesse prescritto l’omicidio, uccidere sarebbe stato un atto buono e giusto. Con Nietzsche, arriviamo allo stesso risultato: se la volontà di potenza porta l’Übermensch a voler sopprimere individualità inferiori, non solo è legittimato a farlo (la singola esistenza non ha nessuna dignità), ma diventa anche un’azione giusta.
Ecco fin dove, a mio avviso, ci si può spingere prendendo le mosse dalla filosofia nietzscheiana, ed ecco perché ritengo che Nietzsche non possa non essere annoverato fra i massimi ispiratori dei totalitarismi del ‘900.