Nymph()maniac vol. 2 – Lars Von Trier (2013)

Il secondo volume esprime una geometricità, un’armonia e una simmetria non meno marcate del primo. Se la prima parte si era chiusa sulle tre “voci sessuali”, così abilmente intrecciate da diventare un’unità, un unico amante, la seconda si apre su una doppia polarizzazione della scena: tra l’illimitato pansessualismo di Joe e l’asessualismo di Seligman (il movimento e la quiete, l’infinito e il punto), e tra l’Attivo impersonato dal signor K. e il Passivo di Joe (il positivo-sadico e il negativo-masochistico). La danza degli estremi in effetti è presente in ogni parte del film, e questo consente l’apertura di un infinito-abisso (o infinito-nulla) che sta tra i due poli e che fa da contrappunto ai luoghi chiusi e angusti nel quale si svolgono quasi tutte le vicende. L’infinito-nulla, vero soggetto protagonista del film, lo si può non solo avvertire (nella narrazione biografica di Joe), non solo immaginare (con la costruzione geometrica di Fibonacci), ma lo si può anche vedere attraverso l’allusione dello schermo nero all’inizio e alla fine del film, o attraverso l’immagine dello spazio profondo nella scena in cui Joe stava per essere operata, o anche dalle inquadrature degli aridi rami degli alberi d’inverno che si stagliano sul grigio omogeneo e glaciale del cielo.

Un ulteriore elemento di simmetria è la maternità di Joe. Rimasta incinta di Jerome, Joe dà alla luce Marcel, un figlio che mai amerà e che abbandonerà. Essa riproduce in maniera del tutto simile il comportamento che aveva la madre Katherine nei suoi confronti. Marcel è un resto escrementizio, espulso ma persistente, piuttosto che “il fallo della madre”, l’oggetto d’amore che la completa. Ecco perché, dopo aver partorito, terrà a specificare che il suo desiderio sessuale non si era esaurito o affievolito, anzi: Jerome, incapace di soddisfarla, si vedrà costretto ad accettare l’idea di farle avere altri partner.

Se, con Marcel, Joe ha partorito ma non è diventata madre, con P. diventa madre senza partorire. P. è una ragazzina di strada, sola e senza genitori (entrambi in carcere) che Joe decide di adottare (in via informale). È con lei che per la prima volta sperimenta su di sé l’amore materno. Con P., Joe non riesce più nemmeno a masturbarsi e le concede perfino il gesto simbolico della suzione dal seno. Con il tempo, la relazione di P. e Joe manifesta tutti i sintomi del tipico rapporto madre-figlia: prima c’è l’attaccamento morboso erotico, in cui la figlia è “dentro” la madre (dormono nude nello stesso letto; si baciano sulla bocca); poi, la figlia va in cerca della sua identità attraverso l’indipendenza dalla madre, verso cui si pone in conflitto (la scena pistola); infine, si verifica una sorta di complesso di Elettra, nel quale la figlia entra in competizione con la madre per ottenere il fallo del padre (Jerome). A questo punto accade una sorta di rovesciamento dell’Edipo Re: nella tragedia di Sofocle, il figlio, non conoscendo i propri genitori, uccide il padre Laio e sposa la madre Giocasta; in Nymphomaniac, la figlia non conosce il “padre” e lo scopa, mentre lui, non sapendo che Joe è la “madre”, la uccide simbolicamente. Anche in questo caso, Von Trier mette in scena un sontuoso contrappunto, stavolta all’Edipo.

A causa della ninfomania, Joe non riesce a intrattenere rapporti normali né a inserirsi nei sistemi di comportamento della società. Quello che dice alla sua psicologa è una critica radicale alla normalizzazione borghese delle masse:

“l’empatia che affermi di provare è una menzogna, perché sei soltanto la polizia etica della società, il cui dovere è di cancellare la mia oscenità dalla faccia della terra, perché la borghesia non si senta disgustata.”

Il suo modo di vivere la sessualità è socialmente osceno e inaccettabile; Joe vive le sue pulsioni in modo diretto, immediato, senza alcun tipo di barriera, inibizione, filtro o compromesso. Tutto ciò che non è espressione diretta di una pulsione, che nasconde cioè la nuda essenza umana, è falso, posticcio, ipocrita. È per questo motivo che, nell’ultimo atto, Joe spara a Seligman mentre tentava di fare sesso con lei. La radicalità del suo pensiero unita all’accettazione della sua natura (“sono ninfomane e amo la mia fica”) fa di Joe una “rivoluzionaria solitaria”, una sacca di resistenza ai margini della società, nella zona degli invisibili, dove può provare empatia solo verso un altro escremento sociale, il pedofilo.

Sebbene da un lato questo discorso può essere condivisibile, dall’altro bisogna anche constatare che l’eccesso scioccante e la perversione non sono più concetti sovversivi, anzi, sono parte integrante del sistema capitalista stesso. Più precisamente, sono da considerarsi sovversivi rispetto a una certa morale borghese, ma non lo sono dal punto di vista strutturale: la perversione è inaccettabile per un certo tipo di etica, ma non per il capitalismo in sé: l’espressione diretta della pulsione, priva di inibizioni, è la linfa vitale del processo capitalistico.

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Nymph()maniac vol. 1 – Lars Von Trier (2013)

 

Nymphomaniac è l’ultimo film della trilogia dedicata al tema del disturbo depressivo. Per certi versi, questo film può essere considerato complementare a Melancholia: lì la depressione è narrata all’interno di un contesto matrimoniale, mentre in Nymphomaniac non vi è nemmeno l’ombra di una relazione che possa dirsi stabile. La ninfomania di Joe, sintomo della sua depressione, ha un tratto comune con la biografia di Justine, protagonista in Melancholia: si tratta dell’assenza della madre. Non nel senso che non ci sia, che non sia presente fisicamente; una madre può mancare pur essendo presente come genitrice. In questo caso, l’assenza di Katherine, madre di Joe, consiste nel rifiuto di considerare la figlia come oggetto di godimento, essendo la sua libido costantemente indirizzata a qualcos’altro. La Joe bambina domanda e si domanda che cosa è e qual è il suo posto nel mondo; vuole essere oggetto di desiderio della madre, ma Katherine cerca il suo godimento sempre altrove, lasciando sua figlia, con le sue domande, in un silenzio insopportabile. La personalità di Joe si sviluppa quindi all’interno di una semantica dell’inadeguatezza, del rifiuto, della colpa, dell’inferiorità, ma anche del vuoto abissale, della solitudine, della mancanza e della perdita irrimediabile.

La sintomatizzazione della depressione cronica di Joe è la ninfomania: in sostanza, cerca di compensare il senso di perdita e di abbandono con una serie crescente di atti sessuali, salvo poi constatare che nessuno di quei falli è in grado di riempire il suo vuoto. L’abisso che sente dentro di sé non è commensurabile al fallo, non è colmabile da un pene né da tanti atti sessuali ammucchiati uno sull’altro. Joe è entrata in un infinito vortice a spirale, e non è un caso che nel film si faccia più volte riferimento alla serie di Fibonacci, notoriamente usata per descrivere spirali geometriche.

Vi è poi descritto in modo superbo uno dei sintomi più diffusi nella sessualità contemporanea, ovvero quello della scissione fra l’oggetto amato (nel caso di Joe, Jerome) e l’oggetto/gli oggetti di godimento (i partner sessuali). Questo processo nel film si traduce nell’atteggiamento paradossale di Joe, che ha in media sette rapporti sessuali giornalieri ma non vuole concedersi alla persona che ama. Alla fine del film, Jerome riuscirà a vincere le sue resistenze, ma durante l’atto sessuale Joe gli dirà, in lacrime: “non sento niente…”.

Nymphomaniac non è quindi solo un film sul disturbo depressivo, ma anche sulla sessualità contemporanea, con particolare attenzione a quella femminile. Non solo: è presente, in maniera più o meno implicita, la questione della disgregazione dei legami e dei rapporti sociali, dovuta alla matrice ideologica del contrattualismo e del liberalismo. Von Trier mette in scena in maniera sontuosa l’atto sessuale ideologicizzato: esso si riduce a transazione, a rivendicazione del proprio diritto di godere e di avere il proprio orgasmo.