Žižek sul fondamentalismo

Trovo che il recente articolo di Žižek sui fatti di Parigi dia una lettura in chiave hegeliana poco convincente e che sia controverso in alcuni punti. Nello specifico:

– non capisco in che modo si possa sostenere che la società liberale produca sistemicamente il fondamentalismo (islamico). Non c’è dubbio che il relativismo assoluto e la precarietà del mondo democratico spinga a cercare punti fermi e valori universali, ma non necessariamente questo si traduce in adesione al fondamentalismo. Il califfato di Al-Baghdadi non è certo un prodotto della società liberale – piuttosto è una reazione al suo universalismo militare. I soggetti possono partecipare a “verità assolute” come ferventi liberali, cattolici, comunisti, musulmani, ecc. ma questo non si traduce per forza in atti violenti contro chi rappresenta l’Altro;

– per salvare i valori liberali, Žižek sostiene che il liberalismo ha bisogno “dell’aiuto fraterno” della sinistra radicale. Una frase del genere sarebbe perfettamente comprensibile in una visione rancieriana della politica, ma non nella versione che ne danno Badiou e lo stesso Žižek. Il senso di quelle righe mi resta assolutamente oscuro;

“Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento”. Politici della risma di Salvini raccattano voti in tutta Europa predicando che l’islam “non è una religione come le altre”; Ferrara vorrebbe radere al suolo il califfato di Al-Baghdadi; Magdi Allam annuncia lo stato di guerra dell’islam contro l’Europa. Questo dovrebbe placare l’ira dei fondamentalisti? O forse ne aumenterebbe i ranghi? È il permissivismo politicamente corretto dell’Occidente che rafforza il fondamentalismo, o forse a farlo è la paura e l’odio indiscriminato per il mondo islamico?

Žižek: scrittura “poetica” post-strutturalista, ermeneutica e metalinguaggio

Tratto da: Slavoj Žižek, L’Oggetto Sublime dell’Ideologia, Ponte alle Grazie, Milano, 2014, pp. 189-190

… il poeticismo post-strutturalista è in definitiva affettato, falso. Lo sforzo profuso per scrivere “poeticamente”, per trasmettere l’impressione che ogni testo è già sempre prigioniero di un sistema decentrato di processi plurali e che ciò sovverte immancabilmente quanto “intendevamo dire”, per sfuggire a una forma espositiva rigorosa, puramente concettuale, adottando dispositivi retorici di solito riservati alla letteratura, è un modo irritante per mascherare che, alla radice di quanto i post-strutturalisti affermano, c’è una posizione teorica chiaramente definita la quale può essere articolata senza difficoltà in un puro metalinguaggio. […] … sembrerebbe che anche lo stile poetico post-strutturalista – lo stile di un continuo e ironico auto-commentario e auto-distanziamento, la costante sovversione di ciò che si sarebbe dovuto dire letteralmente – esista solo per abbellire le proposizioni teoriche di base. […] Il problema della decostruzione non è allora che essa rinuncia a precise formulazioni teoretiche abbandonandosi a un molle poeticismo. Al contrario, il suo modo di procedere è troppo “teoretico” (perché esclude la dimensione della verità, non si lascia cioè condizionare dalla posizione del parlante).